Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

HARAN THE DOGO 

Mezzora. Tanto c’era voluto per riuscire a lasciarci alle spalle tre morti e cinque auto della polizia.  

Eravamo stati veloci e implacabili come i banditi del West, come i fratelli Dalton, come Butch Cassidy e il Mucchio Selvaggio. Ma ce l’avevamo fatta, eravamo al sicuro. Al sicuro in mezzo al nulla se non fosse per un vecchio casolare decrepito. 

Io ero uno della banda. L’addetto alla guida, il pilota. Ero un poliziotto fino a qualche mese prima e qualche settimana dopo, eccomi al volante con una rapina da fare. 

Ce l’avevamo fatta. Ed eravamo tutti su di giri: “Siamo ricchi!” urlava Einstein, “Puttane e cocaina a chili, cazzo” delirava Zatoichi mentre aveva gli occhi al cielo e le vene gonfie sul collo. “Me ne vado a vivere a Parigi” bisbigliava aggressivamente Sigmund, “Voglio una villa con la piscina, voglio le cameriere e voglio anche un fottuto cavallo nero. Anzi nero con una stella bianca nel bel mezzo della fronte”. “Certo O’Hara, il cavallo. Ti ci vedo con quei capelli e la barba rossa sul cavallo, magari vestiti di verde e mancheranno solo la fata e l’unicorno al quadretto”. Bulgakov era l’acido della banda. 

Ridevamo di gusto nell’offenderci a caso: cazzo eravamo al vertice della piramide criminale. 

I sogni erano tutti lì: cosa ci avremmo fatto mai con tutti quei soldi? E le risposte erano facili: case, auto di lusso, droga, armi. 

Deliravamo attorno alle nostre mancanze dei piccoli stronzi comuni quali eravamo. Erano I soliti discorsi che i banditi fanno prima di avere i soldi. Ma noi ora i soldi li avevamo per davvero. E quello che avevamo in testa, era che tutti avremmo smesso di essere operai, spazzini, minatori. Avevamo tirato fuori le palle, strizzandole talmente forte, da farci schizzare gli occhi e ora eravamo ricchi. Odiavamo il grigio delle nostre esistenze. Volevamo essere frivoli, scintillanti e brutali. Non puoi stare sull’Olimpo vestito da operaio. Ci vuole stile sull’Olimpo. 

Mentre eravamo presi a compiacerci con la bava alla bocca, i morti alle spalle, gli sbirri che ci davano la caccia, la sofferenza, i danni… era tutto dimenticato, come se non fosse accaduto. 

Cazzo, era andato tutto liscio e per inciso: tre morti fanno parte del tutto liscio, sarebbero i famosi rischi di impresa. Ma i rischi erano anche dei tre morti, non puoi pensare di portare quintali di soldi, ori e diamanti in una dannata banca, senza immaginare che ci sia qualche figlio di puttana disposto a fotterteli, non funziona così.

Coglioni ricchi, talmente ricchi e talmente coglioni da sentirsi perennemente al di sopra di noi poveri stronzi. Eravate sull’Olimpo dei ricchi e dei sicuri, noi vi abbiamo reso mortali. 

I rischi del mestiere, i rischi di essere ricchi. 

Eravamo lìa commentare la rapina come i tifosi al derby, tra risate, eccitazione epacche sulle spalle, esaltati e onnipotenti. 

Eravamo in dieci, dieci felici ed esaltati bastardi. Eravamo un kraken senza testa, dieci tentacoli senza un comando. Mancava l’undicesimo e non un undicesimo qualunque. 

Haran non ha detto nemmeno una parola quando è arrivato, nulla. Niente se non un quasi silenzioso “Prendetelo”, indicandomi senza guardarmi. Mi chiedo come gli altri facessero a sapere che ero proprio io quello che doveva essere preso. 

Nel giro di tre secondi ero in ginocchio con la canna della sua Walter P38 in bocca, mentre lui in bocca aveva una sigaretta. Aveva perennemente una sigaretta accesa e tenuta al lato della bocca. Il fumo che si innalzava, faceva si che socchiudesse l’occhio sinistro, cosa che gli conferiva un aspetto quasi buffo. Quasi. 

“Dai Haran….come facevo ad ucciderla. Avrà avuto 8 anni al massimo. Cosa cazzo ti aspettavi che facessi? Davvero immaginavi che sarei riuscito a passarle addosso tranquillamente?” 

Questo era quello che pensavo. Ciò che invece riuscivo a pronunciare erano grugniti sofferti e sanguinolenti e, mentre tentavo di articolare parole e suoni, dai lati della bocca uscivano rivoli di sangue, saliva e pezzi di denti rotti. 

Quel bastardo non mi aveva semplicemente messo la pistola in bocca. Me l’aveva forzata mentre avevo ancora i denti serrati. 

“Senti Susan” esordì: “dovevi solo guidare”. Continuava a fissarmi: “Capito? Lo stronzo qui doveva fare una cosa soltanto, UNA SOLA”. E mentre parlava, mentre il suo disprezzo mi si attaccava sul viso come una maschera, girava e muoveva la pistola nella mia bocca, spingendola ancora più a fondo nella mia gola. 

“Una cosa ti avevo detto di fare, anzi Vi avevo detto, cazzo. È tanto difficile da capire? No TES TI MO NI, Capito? No, è facile da capire, tu sei uno sbirro quindi lo sai cosa vuol dire obbedire ad un ordine. Cosa cazzo vuol dire NO TES TI MO NI? Cosa cazzo ti immagini che voglia dire NO TESTIMONI DEL CAZZO BRUTTO SBIRRO DI MERDA?! Ma forse non mi ritieni degno di darti degli ordini. Ehi questo pezzo di merda sta dicendo che non ho le palle per fare il capo”.

Avevo necessità di pisciare, ma non volevo pisciarmi nei pantaloni. 

In quel momento oltre alla saliva e al sangue che iniziavano a gocciolare per terra, stavo iniziando a piangere ad occhi chiusi: come i bambini davanti al mostro: chiudono semplicemente gli occhi. Non mi andava di aggiungere altri fluidi corporali. 

“Se hai capito quello che sto dicendo fai un cenno con gli occhi”. 

Riuscii a battere le palpebre. 

Le risate di prima avevano ceduto il posto ad un’aria cupa e pesante. Tutto sapeva di esecuzione. Susan mi aveva chiamato. 

Haran era fatto cosi: se qualcosa andava storto, se lui riteneva che avessi mandato qualcosa a puttane, iniziava a chiamarti e a trattarti come se fossi una donna. Non ho mai capito il perchè, gli piaceva semplicemente farlo. Odiava le donne Haran, ma credo sia più giusto dire che odiava tutti. Aveva una filosofia di vita semplice: sono qui e devo andare lì, la via più veloce è la linea retta, se ti trovi in mezzo alla linea mentre la percorro, per sbaglio o per sfortuna, sono davvero cazzi tuoi. 

Ecco: io ero nel bel mezzo della fottuta linea retta. 

“No testimoni, vuol dire no testimoni. Non ha importanza se hanno otto o ottanta anni. Sai cosa accadrebbe se lei dovesse parlare e riconoscerci? O ricordare qualche cazzo di numero di targa? No, non lo sai. E sai cosa? Non lo saprai, Susan. Tra poco avrai un ulteriore orifizio, dalla gola alla nuca. Vedilo come un modo veloce per far uscire l’anima”. 

Haran lo chiamavano il Dogo, come quei malefici cani ammazza puma dell’Argentina. Feroce e senza alcuna paura. Non credo avesse mai cambiato pantaloni, camicia o scarpe. Ma forse aveva un guardaroba tutto uguale. Era grigio in faccia e con i capelli impomatati e sempre, sempre rasato. Le occhiaie incupivano ulteriormente gli occhi da pazzo psicopatico che si ritrovava. Aveva un unico vezzo: le pistole. Cazzo se gli piacevano le pistole. Ne aveva diverse e tutte personalizzate. Le cambiava in base all’umore, come uno cambierebbe un paio di scarpe o una cravatta. 

La pistola che mi aveva sfondato i denti e che di lì a poco mi avrebbe ucciso aveva l’impugnatura rivestita in legno. Era nera e senza un graffio, appena fatta brunire; il calcio era rivestito di olivo con delle tonalità quasi rosa, con venature verdi e grigie, odorava di olivo e sudore. 

Avevo in bocca l’odore sinistro di quell’orrendo liquido per la brunitura; e mentre ero a pochi minuti dal farmi esplodere la testa, pensavo ai danni che avrebbe fatto quell’acido sui denti.

Il tutto mentre aspettavo di morire con una pistola che profumava di legno. 

Aveva qualcosa di elegante la sua pistola. Aveva qualcosa di elegante Haran, con quella pistola. Aveva l’aria di un dannato avvoltoio. Una volta un tizio disse ridendo “Haran, lo sai che puzzi di morto?” 

“Hai ragione”, rispose un attimo prima di sparargli in faccia. Aveva un senso dell’umorismo lugubre in effetti. Forse per questo raccolse con la mano un po’ di sangue dal volto ridotto in pezzi per poi strofinarselo addosso. “Sai una cosa? Avevi ragione. Puzzo di morto”. 

Aveva qualcosa di elegante Haran con quella pistola, ma di certo non le intenzioni. 

Leccavo la bocca di fuoco della pistola nella lontana speranza che la lingua potesse servire a qualcosa, magari a far calare l’erezione di quel cannone. Avevo visto leccare canne di fucile solo alle ballerine che facevano spettacoli sexy per i marines. Ma i soldati che assistevano riuscivano anche ad eccitarsi. 

Beh…io non esattamente. Loro assistevano a ballerine voluttuose che si prodigavano in pompini simulati sulla canna difucili di assalto; invece adesso il pompino lo stavo facendo io e non ero nemmeno lontanamente eccitato. 

L’orgasmo non sarebbe stato per nulla divertente. Per me. 

Mi passava per la testa che tra le tante pistole avevo in bocca quella con gli innesti di olivo. A me piaceva l’olivo. Avrei preferito quella con i decori fatti col bulino? Non lo so. Di lì a poco non avrebbe avuto poi cosi importanza. 

Il colpo non era stato annunciato. Un’esplosione troppo vicina per poterne distinguere la direzione. All’improvviso semplicemente gli occhi smettevano di vedere, le orecchie sentivano il più tremendo ronzio mai sentito e le gambe non reggevano più il mio peso. Non avevo capito cosa fosse successo. Non l’avevo mai immaginata cosi la morte. 

Cadevo faccia per terra, mentre il proiettile uscito dalla nuca, si conficcava nel grosso cancello di legno di quel casolare. Avevo davvero un buco grosso come una noce sulla nuca. E poi il sangue. L’ho sempre immaginato rosso, rosso vivido, rosso sangue. Se esiste una cosa rossa, questa cosa è il sangue. Ma invece è nero. Cazzo, sembra catrame. È rosso solo se lo vedi controluce. Il mio, sparso sulla porta come un dipinto di Pollok, era nero. Il mio cervello in pezzi sembrava l’opera concettuale di un artista sotto acido. 

Mentre morivo stavo diventando un’opera d’arte del cazzo.

Pensavo che sarei diventato un’ulteriore tacca sul calcio della pistola di Haran. Pensavo a quella maledetta stronza di 8 anni.


Giovanni Ruggiero

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“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini

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“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio