Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

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“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

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“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile

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“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

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“300 Ombrelli nella nebbia” di Filippo Cirino


300 ombrelli nella nebbia

-“Anche oggi nebbia…” -“Fino a marzo qui è così, lo sai. Se non ti trovi bene, puoi andartene” -“Se avessi i soldi, me ne andrei sì, mica mi alzerei alle 3 di mattina per prendere quattro pesci di merda” -“Non pensarci… un po’ di caffè?”


Il peschereccio galleggiava nella nebbia del mattino, il canale era una linea immaginaria sospesa tra due filari di alberi. In quel silenzio irreale, due uomini diretti verso il nulla sorseggiavano caffè caldo avvolti nelle loro palandrane.
Erik stringeva la tazza cercando di scaldarsi le mani. Dovunque volgesse lo sguardo, una distesa bianca. E fredda. Alla fine allungò la tazza verso Peter, chiedendogli ancora un po’ di quell’intruglio imbevibile, ma che almeno era caldo.

-“Non ne abbiamo tantissimo, poi resteremo senza…” -“Dammelo o resterai senza di me. Sto crepando di freddo!” -“Ti abituerai!” -“Il tempo di trovare qualcosa di meglio… non voglio starci 10 anni su questa barca del cazzo a respirare nebbia!” -“Ventitrè” -“Cosa?” -“Ventitrè, non dieci. E’ da ventitrè anni che sto su questa barca del cazzo, come la chiami tu” -“Io non so come…” -“Vuoi sapere come ho fatto? Finita la guerra mi sono trovato senza casa e senza famiglia, l’unica cosa che avevo era questa barca del cazzo, e pure scassata” -“Scusa, Peter, non volevo…”

-“Allora l’ho riparata e ho imparato a guidarla in mezzo alla nebbia senza andare a sbattere. Per fortuna mio padre ha fatto in tempo ad insegnarmi a pescare.” -“I tedeschi?” -“Si, maledetti bastardi! Ma ora sono ventitrè anni che questa barca fa mangiare me e i miei figli… E da 2 settimane fa mangiare anche te, quindi vedi di darti una regolata!”


La discussione tra i due uomini fu interrotta da un rumore, uno scoppiettìo lento e continuo. Veniva dalla
sponda sinistra del canale, avvolta da una coltre bianca e impenetrabile.
Peter andò al timone e avvicinò la barca alla sponda, poi con calma rallentò per attraccare.

“Peter, ma perché ci fermiamo? Cos’è ‘sto rumore?”
Avvicinandosi alla riva il suono si fece sempre più distinto, sembrava il rombo di un motore. Piano piano si cominciò ad intravedere una sagoma, una specie di motocicletta. Alla guida c’era un uomo, che parcheggiò il mezzo, lasciando il motore acceso e cominciò a sbracciarsi e ad urlare. Urlava distintamente il nome di Peter.

-“Oh, ma tu conosci quel vecchio?” -“Certo, è Mark. Era un amico di mio padre” -“E che ci fa alle 5 del mattino in motoretta lungo il canale?-“E’ un tipo un po’ strano…”


Ora in mezzo alla nebbia del mattino galleggiavano un peschereccio ed un vecchio con la motocicletta, sospesi come su due isole, distanti una ventina di metri. Il vecchio smise di sbracciarsi e fece un cenno di saluto. Peter ricambiò e cominciò ad urlare verso la riva. Le voci echeggiavano nel nulla

-“Buongiorno Mark, anche oggi in giro di buon’ora?” -“Eh si, per forza, il nemico non dorme mai!”


Erik lanciò un’occhiata a Peter, che gli fece cenno di stare tranquillo.

-“Ma questo tizio ora lavora con te?” -“Si chiama Erik, l’ho preso per darmi una mano.” -“Buongiorno signor Mark. Sì, cerco di dargli una mano a congelarmi in mezzo alla nebbia!”


Il vecchio esitò un attimo. Dopo una breve pausa indicò il ragazzo.

-“Peter, ma lui sa qual è il vostro compito?” -“Certo che lo so, siamo su un cazzo di peschereccio, ci alziamo all’alba, andiamo in mare… quale compito potremmo mai avere?”


Peter diede un calcetto ad Erik e cercò di fargli capire che avrebbero parlato della cosa in privato, ma Mark ripartì con le domande.

-“Non gli hai detto niente? E quando avresti intenzione di dirglielo? Non puoi aspettare che arrivino, deve essere pronto!

“Ma pronto a cosa?!? Peter, sopporto il freddo, la nebbia, la puzza di pesce, tutto. Ma anche questo vecchio suonato no! Spiegami che sta succedendo o domani ci vieni da solo a pescare!” -“Vecchio suonato a chi? Tu non sai proprio nulla, sei troppo giovane per saperlo… Ma quando torneranno dobbiamo essere pronti, altrimenti finirà come l’altra volta!”


Senza dare possibilità di replica, il vecchio salì sulla sua moto scoppiettante e sparì nella nebbia. Ora galleggiava solo il peschereccio, che dopo un po’ ripartì verso il canale invisibile.
Erik rimase in silenzio per tutto il tempo, finì il suo lavoro senza fiatare. Quando il peschereccio attraccò al
molo e finirono di scaricare il pesce, Peter prese la sua borsa e cominciò a contare i fiorini da dare ad Erik.

-“Per domani cosa hai deciso?” -“Vengo, ma a una condizione.” -“Per la paga non posso darti di più, sai che…” -“Non voglio soldi. Voglio parlare di Mark.” -“E’ una storia complicata.” -“Raccontamela” -“Vedi, la guerra ha lasciato tanti segni. Qualcuno ha perso la vita, qualcun altro la testa” -“Quindi è un vecchio matto?” -“Non più matto di tanti altri. Ogni tanto viene e mi racconta delle cose. Nei prossimi giorni tornerà, chiedi direttamente a lui” -“Ma se fa domande strane?” -“Stai al gioco, tanto nella nebbia nessuno ci può vedere e sentire” -“Però domani porta più caffè!”


Erik continuò a salire tutte le mattine sul peschereccio. E a scrutare l’argine, in attesa del rombo della motoretta. Per una settimana intera non successe nulla.
Il martedì successivo oltre alla nebbia c’era anche una fitta pioggerellina. Erik stava avvolto nella sua palandrana, infreddolito, a bere l’ennesima tazza di caffè. Certo il vecchio non si sarebbe presentato sotto la pioggia.
Invece, proprio quel giorno, lo scoppiettìo cominciò a sentirsi in lontananza. Emerse la solita sagoma. Peter accostò la barca e ricominciò la strana conversazione sospesa nella nebbia.

-“Ehi Mark, ma dove vai con questo tempaccio?” -“Giro di perlustrazione, ho visto strani movimenti… ma il ragazzo è ancora con te?” -“Si, ma stai tranquillo, è dei nostri!” -“Gli hai spiegato tutto?” -“Ci ho provato, magari ha bisogno di qualche chiarimento… vuoi parlarci tu?” -“Non ho molto tempo, devo controllare la zona ovest” -“Se potesse, mi farebbe molto piacere, signore. Peter mi ha detto delle cose, ma la sua esperienza mi sarebbe molto d’aiuto.” -“Giusto qualche minuto, ragazzo…” -“Grazie”


Il vecchio cominciò ad indicare un punto nella nebbia, dall’altra parte del canale. Erik guardava quel punto in cui c’era il vuoto, immerso nel nulla più assoluto, ma si concentrò e fece finta di vederci qualcosa.

-“Vedi laggiù. Arrivarono da lì. Erano 300, in cielo si vedevano 300 ombrelli neri.” -“Ombrelli?” -“Divisione aviotrasportata. 300 paracadutisti. Sono stati i primi ad arrivare nel ‘40” -“Ah, i nazisti…” -“Hanno preso le strade e i ponti. Poi hanno bombardato gli aeroporti. Alla fine sono arrivati i carri armati. Cinque giorni per arrivare a Rotterdam e invaderci.” -“D’altronde cosa potevamo fare?” -“Niente, ci hanno presi di sorpresa! Altrimenti ci saremmo difesi. Avremmo fatto saltare i ponti, aperto le dighe. L’acqua è sempre stata il nostro nemico, sarebbe diventata la nostra alleata.” -“Non lo so, hanno preso mezza Europa, magari ci avrebbero presi comunque” -“No, ragazzo. Noi potevamo bloccarli, potevamo fare impantanare i loro fottuti panzer, ma
bisognava agire per tempo. E stavolta non rifaremo lo stesso errore!” -“Ma davvero lei pensa che torneranno?” -“Puoi giurarci, e noi dobbiamo controllare il canale. Appena vedete i paracadutisti, dovete dare l’allarme al quartier generale, Peter sa già tutto.”


Peter aveva ascoltato tutto il tempo e si limitò ad annuire. Senza dare altre spiegazioni, Mark risalì in sella e ripartì per il suo giro. Erik a quel punto si rivolse all’amico, ridendo.

-“E dove sarebbe questo QUARTIER GENERALE? Al mercato del pesce?” -“No, all’ufficio postale…” -“Perché lui è convinto che alle poste…” -“Si, pensa che dietro gli sportelli ci sia una stanza piena di militari e spie che aspettano l’arrivo dei nazisti… non è bello prendere in giro un povero vecchio, lui la guerra l’ha vista davvero!”


Erik ritornò al suo consueto silenzio. Però cominciò a guardare la nebbia oltre il canale con sguardo diverso, pensando a quel giorno in cui arrivarono i paracadutisti tedeschi. Comparsi dal nulla, forse nessuno davvero li vide per tempo. O forse era solo una teoria strampalata di Mark, l’Olanda sarebbe stata invasa comunque e nessuno avrebbe potuto impedirlo.
La nebbia è come una tela bianca, fissandola a lungo puoi immaginare di dipingerci qualsiasi cosa. Erik la guardava giorno per giorno, chiedendosi se davvero potesse sbucare un panzer o dei caccia tedeschi. Una mattina, mentre era assorto, vide uno stormo di puntini neri, stava quasi per chiamare Peter e dirgli di dare l’allarme, che arrivavano i paracadutisti. Poi si accorse che erano solo uccelli e che forse era stato troppo ad
ascoltare le fantasie di quel vecchio.
Però era curioso di rivederlo, di sentirsi raccontare come erano andate le cose nel ’40 e quale sarebbe stato il suo piano per difendere Rotterdam. Ma Mark non tornò, né quella settimana, né la successiva. Peter a un certo punto si preoccupò, non avrebbe mai lasciato per tanto tempo il canale incustodito senza avvisarlo.
Il mattino seguente Peter si presentò scuro in volto.

-“Ieri sera ho incontrato la figlia di Mark. E’ in ospedale e sta male, i medici non sono ottimisti. Mi ha detto che continua a farneticare frasi sui nazisti. Vuole che andiamo a trovarlo, deve dirci delle cose. E dobbiamo anche fare in fretta, perché non gli resta molto…”


Il giorno successivo sul canale arrivarono i nazisti. Due valorosi soldati olandesi si presentarono in ospedale per avvisare l’anziano capo delle Guardie del Canale che il suo piano aveva avuto successo. I ponti erano stati distrutti e le dighe aperte. Le divisioni corazzate dei tedeschi erano state bloccate e Rotterdam era salva. Si sentiva la contraerea che stava abbattendo gli ultimi caccia, ma la battaglia era ormai vinta. Fecero
appena in tempo a dirglielo, poi il vecchio chiuse gli occhi. Sorridendo.
A volte le battaglie si vincono coi carrarmati, questa volta bastarono due vecchie uniformi recuperate da una soffitta, la fantasia di Erik e qualche petardo lanciato nel giardino dell’ospedale

Filippo Cirino

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Il campo di Girasoli” di Vilma Buttolo il racconto terzo classificato

Il Campo di Girasoli di Vilma Buttolo

Il campo di girasoli

Osservandoci tutte tre insieme avrebbero detto che non
eravamo felici. Forse un po’ per le nostre espressioni sempre
imbronciate o forse perché eravamo mal vestite, troppo grasse
troppo magre.
Noi invece felici lo eravamo, soprattutto quando riuscivamo a
stare insieme e quando insieme seguivamo i nostri sogni di
bambine.
Nostro padre, si sa, avrebbe voluto un figlio maschio; così ci
provarono, una gravidanza dietro l’altra. Ma mia madre i
maschi non li partoriva, morivano prima di nascere. Così siamo
rimaste solo noi tre bambine. E io la più piccola ero quella che
più di ogni altro figlio avrei dovuto nascere maschio. Ero
l’ultima possibilità, l’ultima chance vista l’età di mia madre.
Invece nacqui femmina, per mia fortuna e per mia sfortuna
dovetti accettare un nome maschile trasformato alla bene
meglio in femminile.
Così alle mie due sorelle Maria e Giovanna mi aggiunsi io
Giuseppa. Che poi se solo ci avessero messo un po’ più di
attenzione il mio nome sarebbe potuto essere un po’ più
aggraziato, femminile, chessò una Giuseppina mi sarebbe
anche andato bene, bastava pensarci un po’. Invece no. Papà
con noi non si rassegnò mai del tutto e ci insegnò, a chi di più
chi di meno, “le cose da maschio” . Mamma era costernata e
agiva a piccoli passi. Una volta il capello più lungo raccolto in
una treccia, un’altra volta una gonna al posto dei pantaloncini e
così via. Povera donna, passò i nostri primi anni di vita a
condurre un lungo lavoro di mediazione tra un marito che ci
trattava da maschi e il mondo esterno che ci voleva femmine.
A noi non chiesero mai che cosa avremmo voluto essere, noi
però lo sapevamo, per fortuna. Il mondo esterno non ci
spaventava e a papà volevamo bene: le sue bizzarrie non ci
preoccupavano. L’unica volta che vidi mamma impuntarsi
veramente fu quando papà ci comprò delle biciclette. Aveva
risparmiato tanto e tornò a casa con il suo furgone carico delle
nostre bici. Una per ciascuna, per le nostre diverse età e le
nostre altezze ma tutte rigorosamente con la canna centrale.
Mamma non lo fece entrare in casa fino a quando non tornò con
tre biciclette da ragazze. Da quel momento iniziammo le nostre
avventure intorno a quella campagna che stava, via via
trasformandosi in città.

-Aspettatemi per favore – dissi -Sei sempre la solita – risposte Maria che pedalava davanti a
tutte noi -Lagna e cicciona – rimbeccò Giovanna, rallentando per
guardarmi nel dirlo e subito scappare via. -Dai aspettiamola – disse fermandosi Maria.
Maria era la sorella maggiore che ognuno può aver desiderato
nella propria vita. Protettiva, affettuosa la parte salda della
sorellanza. Differente era Giovanna. Lei era più quella con cui
si poteva trasgredire, ma anche quella più dispettosa. In realtà
poi le mie sorelle mi difendevano da tutto e da tutti. Per loro
sono sempre stata la piccola “Pinuccia”.
Ferma sul ciglio della strada mentre riprendevo fiato , non vidi
quello che invece Maria ben più alta di me inquadrò subito.
Coprendosi gli occhi con il palmo della mano sinistra indicò
con l’indice destro lo spazio di fronte. -Guardate, dei girasoli – Più in basso del manto stradale
qualche metro più in là, in mezzo a sterpaglie si levavano verso
il sole tre splendidi girasoli. Chissà come erano arrivati fino a
lì. Ma si sa – la natura non la comanda l’uomo – diceva sempre
papà e in quel caso sembrava fosse proprio così.
Scendemmo con le biciclette spinte a mano giù verso il campo
dove le posammo a terra per avvicinarci . I girasoli erano
bellissimi e altissimi. Senza dirci nulla ci trovammo tutte e tre a
strappare le erbacce intorno per lasciarli crescere fieri e liberi
da intralci. Ovviamente le nostre mani non riuscirono a fare
quello che i nostri occhi già si immaginavano. Quando le
corolle iniziarono a piegarsi su loro stesse, come il capo di chi
si sta addormentando, riprendemmo le nostre biciclette e
tornammo a casa. Sporche, ma felici.
Papà ci stette ad ascoltare mentre gli raccontavamo della nostra
scoperta e mamma brontolava per le mie ginocchia che non
venivano pulite.
Tornammo il giorno dopo con qualche attrezzo prestatoci da
nostro padre. -Allora non volete che venga ad aiutarvi? – ci chiese per la
terza volta. -No papà – risposte Maria – verrai quando avremo finito il
nostro lavoro
Giovanna ed io vicine a nostra sorella maggiore annuivamo
d’accordo. La sua presenza non ci avrebbe permesso di lavorare
come volevamo.
Papà aveva molto insistito affinché gli spiegassimo dove si
trovavano i “nostri girasoli”. Senza capirne il motivo, gli
rispondemmo sommariamente. Il motivo si palesò qualche
giorno dopo la nostra scoperta.
Mentre eravamo la lavoro, sulla strada sterrata si fermò il
furgone del Sig. Patruno. -Che fate bambine, quello è un lavoro da uomini – disse . Io e
le mie sorelle ci guardammo per decidere chi avrebbe dovuto
parlare. Giovanna fece un cenno con la testa e poi disse – E chi
lo dice?-
L’uomo si mise a ridere di gusto aggiungendo – già
dimenticavo voi siete le figlie di Cosimo, siete bambine
particolari – concluse infilandosi in bocca un sigaro. -Particolari di che? – Chiesi mettendomi le mani sui fianchi. -Pinuccia stai buona – mi sussurò Maria aggiungendo poi
verso quell’uomo – Stiamo solo curando i nostri girasoli – -Vostri ?!?- ci disse buttando fuori il fumo di quel sigaro
appena acceso – e da quando vi avrei venduto il mio terreno?
Ditemi un po’?
Guardai le miei sorelle sorpresa. Ma come avevano fatto a non
pensarci? Loro erano grandi avrebbero dovuto saperlo che la
terra non è di tutti. A stento riuscii a trattenere le lacrime
mentre raccoglievamo i nostri attrezzi. Passandogli accanto
prima di montare in sella Maria gli chiese se potevamo
comunque occuparci dei girasoli. La risposta fu una sonora
risata. Ne’ un sì, ne’ un no. -Sto scemo- disse sottovoce Giovanna alla prima pedalata.
-Giovanna, smettila – l’azzittì Maria
Pedalammo in silenzio, non mi lamentai neppure della salita
che ci aspettava sempre prima di arrivare a casa. Decidemmo
che non ne avremmo parlato con mamma e papà per non farli
preoccupare. Il Sig. Patruno era una persona importante in
paese e non volevamo che papà si mettesse contro di lui. Se
avesse saputo che le sue bambine erano state cacciate da quella
terra incolta da uno sbruffone come il sig. Patruno, uh che cosa
sarebbe successo!
Sì, decidemmo di non dire nulla ma quando mamma mi chiese
come stavano i nostri girasoli scoppiai in un pianto
inconsolabile. Giovanna alzò gli occhi al cielo e Maria mi prese
in braccio nel tentativo di calmarmi.
A quel punto la frittata era fatta. -Ma guarda sto mascalzone cacciare tre bambine – disse papà
agitandosi su e giù per casa -Ma tu non lo sapevi che quella terra era di Patruno? – gli
chiese mamma -No certo che no. Avevo capito fosse più vicina alla strada, la
terra del Comune. Ma invece voi non eravate vicine alla strada
vero? – scuotemmo la testa tutte e tre come somari al pascolo. -Vabbè ora lavatevi, poi mangiamo e ci penseremo domani sul
da farsi.
Quella notte non dormii bene, e con me anche le mie sorelle. Il
lettone che Giovanna e Maria condividevano cigolò tutta la
notte a causa del loro continuo girarsi di qua e di là. Alle prime
ore della mattina papà mi svegliò per portarmi con lui.

-Lasciate che coltivino quel pezzo di terra arido- disse mio
padre al Sig. Patruno. Si era fatto annunciare così
all’improvviso nella sua bella casa al centro del paese. -Che vi costa ?- continuò deciso -Che mi costa? – Patruno scoppiò in una risata. Rideva sempre
quell’uomo.- Voi non sapete Cosimo che su quella terra, così
vicina alla strada si può costruire. -E cosa c’è da costruire?- Rispose mio padre -Case, negozi, forse un cinema chissà. Ho già ricevuto delle
offerte e a giorni deciderò- concluse. -Ma lì è campagna chi vuole che venga a viverci, a lavorarci?
– disse mio padre incredulo
-Verranno, verranno. Qui è bello, la gente si sposterà e questo
da piccolo paese diventerà un paese importante, forse un giorno
anche una città. Si chiama progresso, Cosimo.
Mio padre rimase imbambolato fermo con la mia mano nella
sua, così come era entrato in quella stanza. -Però posso fare una cosa per le vostre figlie- disse,
abbassandosi fino a guardarmi negli occhi – Posso permettere
loro di portarsi via i girasoli e piantarli dove meglio credono.
Tanto tu terreno ne tieni ancora vero? – chiese a mio padre,
alzandosi. -Sì, sì – farfugliò papà. -Allora d’accordo. Organizzatevi per i prossimi giorni, perché
non voglio avervi fra i piedi quando verranno gli acquirenti.
Io non avevo capito molto, ma la velocità del passo di papà
verso casa e il suo parlare veloce su come avremmo fatto a
prendere i girasoli mi rasserenò.
Piantammo i girasoli nell’ultimo piccolo pezzo di terra che
papà aveva conservato come orto e che, con il tempo e le nuove
semine, avremmo poi sacrificato a quei fiori meravigliosi. Oltre
a quel fazzoletto di terra, papà non ne aveva più, per questo era
andato a lavorare in quella fabbrica nel paese vicino. Salario
assicurato e meno fatica, così gli avevano detto. Il progresso se
l’era mangiata, la terra, approfittando della povertà e del
bisogno.


Quando il campo di girasoli fu pronto decise di fare
un’inaugurazione, una cosa ufficiale per la nostra famiglia.
Quel giorno mamma riuscì a vestirci da femmine, addirittura
con un fiocco in testa. Noi prendemmo le nostre biciclette e
loro il furgone per raggiungere il campo. Prima di partire però
papà chiamò il nostro vicino con la sua macchina fotografica.

E’ un momento importante – disse facendoci mettere in posa,
non proprio da signorine, a cavallo delle nostre biciclette.
A riguardarci ora non sembriamo molto felici, con quelle gonne
scomode e quei fiocchi nei capelli. Ma noi lo eravamo. Oh se lo
eravamo.

Vilma Buttolo