Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini