Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi


“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi

Bea e le sue lettere per il cielo

Quelle lettere che venivano puntualmente scritte, una al mese, non avevano un vero destinatario. Bea, la più piccola delle tre figlie, non sapendolo, e non sapendo ancora ne scrivere ne leggere, continuava a spedirle. Era la madre che con grande pazienza riportava tutti i pensieri delle sue bambine. Non era riuscita a dire loro che il papà era morto, fingeva così di indirizzarle al marito. La donna stessa poi di nascosto, rispondeva al posto del suo consorte, così da permettere alle sue figlie di sognare e crescere serenamente. Allisha e Clairette, sorelle maggiori di Bea, seppero dopo un po’ di tempo come erano andate realmente le cose, ma per ordine della loro madre non potevano rivelare niente alla piccola di casa, che aveva avuto sempre una grande venerazione per suo padre. 

Tutte le volte facevano a gara per poter spedire la lettera, ma alla fine, Bea vinceva sempre. Col pretesto di essere la più piccola, acclamava quel diritto più delle sorelle. Considerato che il padre, loro se lo avevano goduto più di lei, le sembrava giusto tenersi per se questo privilegio

Agatha, madre delle tre ragazze, proveniva da una famiglia italiana, pensò di giustificare così l’assenza del marito Jeffry, dicendo che era partito al suo vecchio paese per un buon lavoro, e che non appena si sarebbe sistemato, loro lo avrebbero dovuto raggiungere. Nel frattempo si sarebbero tenuti in contatto scrivendosi.

Agatha sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dire tutta la verità, non era stato facile con le prime due figlie, avevano pianto tanto e a distanza di anni forse non avevano ancora realizzato il concetto di morte, se non per il fatto stesso di quella improvvisa separazione che non permetteva più a loro di poterlo vedere e poterci parlare. Ma quella farsa delle lettere, in un certo qual modo le faceva illudere. In ognuna di loro c’era quella struggente e illusoria speranza di rivedere comparire alla fine della strada, la sagoma del padre. Era un immagine nitida: l’avvicinarsi a passi decisi e andarle incontro come era  il suo solito fare, quando usciva da lavoro. La pippa all’angolo della sua bocca, e il giornale sotto il braccio. Con quel berretto di traverso alla gangster che gli ombreggiava il viso per metà, e che a loro piaceva così tanto, perché lui appena le vedeva, sorrideva sempre. Ad una ad una le prendeva in braccio per baciarle in fronte per poi calarle a terra avviandosi verso casa. Le due grandicelle si aggrappavano una per gamba per trattenerlo, mentre la più piccola veniva presa e seduta a cavallo sulle sue robuste e spaziose spalle. Lei le rubava il capello per metterselo sulla sua testa. Veniva buffamente immersa, lasciando fuori solamente il suo tozzo musetto. L’uomo così si avviava semi curvo fino all’ingresso di casa per poi adagiare Bea sul divano, in attesa che le venisse incontro la moglie. Un rituale quotidiano che sapeva di armonia surreale. Eppure, erano attimi, giorni e anni di vita vissuti nella loro completezza. Un rituale, che dopo quel fatidico giorno dell’incidente, non tornò più. La morte di Jeffry cambiò per sempre le loro vite.

Quando Bea crebbe, volle personalmente scrivere a suo padre, e fu così a scoprire l’amara verità. La madre aveva rimandato per troppo tempo quel momento, pensando che poi sarebbe stato più semplice, ma in realtà per Bea era stato un colpo troppo duro, talmente doloroso che smise di parlare. E così finirono anche lettere, non volle più saperne. Si chiuse in se stessa in un mutismo terrificante, che nemmeno i psicologi riuscirono a persuaderla. Assicurarono però che col tempo, Bea avrebbe ritrovato la sua voce, ma che solo lei poteva decidere quando farlo. Bisognava avere pazienza e farla sentire sempre amata, coinvolgendola in tutte le attività quotidiane senza farle pressione.

Bea piangeva sempre la notte, ma lo faceva singhiozzando per non farsi sentire dalle sorelle. Tutti i pomeriggi usciva fuori per la via dove un tempo vedeva spuntare suo padre quando rientrava da lavoro. Stava per qualche ora a fissare il vuoto, e solo quando veniva chiamata dalla madre, a testa bassa e col broncio, rientrava. Si rannicchiava in posizione fetale sul divano, nel punto esatto dove veniva posata da suo padre. Restava tristemente in silenzio, ignorando persino la presenza delle sorelle, che pur facendo di tutto per farla stare con loro, lei rifiutava.

Un giorno Bea si alzò dal letto prima delle sorelle. Il cielo splendeva più del solito. La primavera era appena cominciata. Tutto intorno fioriva lasciando gradevoli fragranze nell’aria, quasi come una presenza benefica e ristoratrice. Aveva sognato suo padre, che asciugandole le lacrime e mettendosela sulle sue spalle per farla sorridere, gli aveva detto: “Cucciola mia, io ho sempre letto i vostri dolcissimi pensieri, e attraverso vostra madre era il mio cuore che vi rispondeva. Non essere arrabbiata con lei, ne con le tue sorelle. Hanno voluto solo proteggerti, ma io sono sempre vicino a tutte voi. Scrivimi ancora se ti va, perché io leggerò ogni lettera che mi spedirai. Il tuo papà ti ama tanto, non dimenticarlo mai!” L’aveva poi posata sul divano e dileguandosi gli aveva fatto un cenno di saluto con la mano. Scomparve come una nuvola di fumo, come quello della pippa, che lui stesso lasciava ad ogni boccata.

Quella mattina Bea si sentì particolarmente serena, preparò la colazione a tutti, e non appena vide comparire sua madre, la strinse forte a e le disse: “mamma, mamma, ho sognato papà!” le raccontò così il sogno, e la madre pianse dalla commozione, ma soprattutto dalla gioia di sentire che la sua piccola aveva recuperato la voce. Le sorelle la pizzicarono da per tutto, facendole anche il solletico dalla bella notizia appresa, e se la coccolarono per tutto il giorno. Dalla felicità marinarono persino la scuola, volevano godersi quei momenti tanto attesi, tutti per sé, e la mamma non poté fare ameno di acconsentire.

Da quel momento Bea si mise a scrivere lettere ogni giorno, lettere che non spediva più, ma che appoggiava sul ripiano della sua scrivania, accanto all’unica foto dove lei era immortalata sulle spalle di suo padre. lei stessa l’aveva accuratamente riposta in una cornice d’argento, regalo della sua prima comunione. E prima di andare a dormire, ogni notte se l’appoggiava sul suo petto. Sapeva che suo padre avrebbe letto le sue lettere, perché glie lo aveva promesso. Pur non spedendole, sarebbero arrivate dritte al cielo. Scrivere le dava quella sensazione di essere sempre con il suo papà, e non si sentiva più così tanto triste. L’amore del padre rallegrava il suo cuore dandole coraggio giorno per giorno. La madre, poteva vedere riflesso il marito negli occhi delle sue favolose creature. Presenza costante di un amore eterno. E le sorelle si sentivano grate per avere ritrovato la loro sorella, che chiusa in quel mondo tutto suo, aveva sofferto anche troppo. Inseparabili come una volta, la donna e le tre ragazze erano tornate a sorridere alla vita.


Rossana Lucia Boi

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“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani


“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani

Marzamemi, 21 febbraio 1967.

Tore mio, comu siti? 

È passata quella brutta anfluenza che ti aveva messo a casa il mese scorso? Hai penzato di sicuro che la mia risposta non arrivava, ma il poco di ritardo, è perché ho spittato prima di scriverti. Non vuol dire che non t’ho pensato, anzi, l’ho fatto di più. 

Qui la vita è sempre uguale, ma in me qualcosa comincia a cangiari. Altri giorni che passano, mentre noi siamo divisi. Fino a quando? Lu tempu passa, Tore, e del nostro futuro tu non parli chiù. È vero, quando sei partito ci siamo promessi che facevamo i forti, i bravi a spittari. Io ce l’ho messa tutta, e so che l’hai fatto pure tu, ma ora non ze la fazzu chiù ad andare avanti co chista dumanna, che avimmu a fari, Tore mio? 

E’ strano, mi pare che ho tra le mani tutto, ma non lu pozzu pigghiari. Il futuro che ho ravanzi non è chiaro e pi mia suona come una condanna che non mi fa vivere. A genti non fa autro chi parlari ‘Mena quànnu te ai a maritari?’ e io nun zo che rispunniri.

La settimana scorsa Rosaria e Gerlando, sono andati a nozze e m’hanno chiesto quanto tempo avemu nuautri a maritari. Non ce l’ho saputo dire, e rintra me la malancunia cè mancato poco ca mi faceva addichiare! Lo so che non t’ho potuto trattenere e ora non ti pozzu riportare, ma che cosa devo fare? Lu frati di Lia, te lo ricordi? È nata una bella amicizzia. Me disse che mi poteva volere pure come mugghieri cu na scocca di gigliu nta li mani.

Ora ti saluto Tore mio, non ci vedo chiù che ho iniziato a cianciri, mi prende scantu per la tua risposta, ma la vita è una sola e ci abbiamo il diritto di vivere.

Tua, 

Mena.

Sono le sei del mattino. Salvatore ha ancora in mano la lettera di Filomena, ricevuta il giorno prima, mentre si alza dal letto e decide di uscire per fare un giro fuori città, prima di rientrare alla Demka. Nella stanza della gezellenhuizen, la Pensione messa a disposizione dallo Stato olandese per lui e gli altri connazionali arrivati in cerca di fortuna, c’è solo silenzio. Dopo la chiusura delle miniere per l’inferno di Marsinelle, in molti hanno trovato posto in fabbrica e possono rubare un’ora in più di riposo all’alba. Indossa i vestiti da lavoro della sera prima, prende solo il basco nero, si mette le scarpe ed esce nel lungo corridoio su cui affaccia la miriade di porte che confinano, in poco spazio, altre storie come la sua. È pallido, con un peso elefantiaco che gli comprime il respiro e che non accenna a diminuire, neppure ora che è in piedi. Gli occhi catatonici non hanno uno sguardo classificabile, sembrano senza vita come quelli di un pesce appena pescato. Disorientati, sbarrati guardano, ma non vedono. Fortuna che i movimenti basilari di un uomo non hanno bisogno di ragionamento, basta l’abitudine per ripeterli. È in ostaggio dell’agitazione e tristezza procurategli dalle parole della sua fidanzata che lo hanno raggiunto dall’Italia, investendolo in pieno come una corriera senza freni. Un impatto micidiale, reso più violento dalla notte. Non ci sono segni di frenata sul cuore, le ultime frasi lo hanno penetrato rapide come una lama. Un dolore acuto l’ha lasciato inerme sulla branda, senza consegnarlo al sonno neppure un minuto, impedendogli di concedersi a quell’istante temporale che si frappone tra il buio e la luce del risveglio. 

Anche adesso che è lontano dai suoi luoghi e tempi, Salvatore ha conservato la sciamanica convinzione che ogni volta che si aprono gli occhi al mattino, si ripete il mistero della nascita. In quei primi istanti, è impressa la stessa magia del momento in cui si viene al mondo, racchiusa nell’inspiegabile passaggio dal sonno alla veglia, che non sappiamo distinguere. Mena è l’unica ad aver capito l’importanza di quel momento per Tore e glielo lascia vivere come un rituale da dodici anni.

– È il momento più delicato del giorno, quello in cui tutto ha inizio, Mena – le ha detto la prima volta che si coricarono insieme. 

– Quell’attimo straordinario è una rinascita. La partita si gioca lì, in quella sequenza preziosa di istanti, che fanno prendere un verso alla giornata che verrà, proprio come nella vita conta la direzione che le dai durante la gioventù. 

E così Mena ha smesso di parlargli al mattino, appena sveglio, per evitare che un impercettibile imperfezione nella sua rinascita quotidiana, potesse uccidergli un giorno intero. Lei non si è mai assunta quella responsabilità nei sette anni passati insieme, prima della partenza di Tore per l’Olanda. 

Ma quella mattina non c’è Mena né il rito della rinascita, forse per questo Salvatore si sente morire. Ha da riordinare una coltre di pensieri nella mente e una decisione da prendere in un discorso frontale con l’esistenza che non può più procrastinare. Percorre tutto il corridoio vuoto, illuminato a giorno dal giallo dei neon che, sporgendo a cadenza fissa dalle pareti, indicano il percorso. Scende le quattro rampe di scale che portano all’ingresso della Pensione, saluta muto con un gesto del braccio il portiere che si sta mettendo il cappotto per tornare a casa finito il turno di notte e raggiunge, in strada, la lambretta. Salvatore la parcheggia sempre davanti al portone della Pensione così, quando si fa buio e Olivier monta il turno, può controllarla in cambio della cena italiana che Salvatore cucina per tutti e due. Ha sempre continuato a mangiare italiano in questi cinque anni, per mantenere il legame con la terra è essenziale conservarne il sapore in bocca. Quando il gusto sale alla testa e mette in moto il ricordo, la distanza fa meno paura, e la sensazione di essere a casa aiuta a gestire la nostalgia. 

Lo fanno tutti quelli come lui, li chiamano gastarbeiders, i lavoratori ospiti, quelli che entrano per lavorare, e tornano a casa quando non serve più. Solo che nessuno conosce il quando. È per questo che li selezionano prima di arrivare. Per l’efficienza. Giovani, sani e senza moglie. Col tempo, possono trovarla olandese, e rimanere per sempre, ma guai a dire di essere sposati o fidanzati in patria, non sono ammesse distrazioni per i contatti da tenere con la famiglia d’origine. Altrimenti, avanti un altro celibe più gestibile. 

Tore mette in moto la lambretta e punta fuori città, lungo i canali. La luce dell’alba, prima fioca, si fa più cristallina, ma intorno tutto rimane scolorito, opaco per via di una barriera di nuvole dense. 

I campi, foderati di nebbia che si solleva da terra come folate di vapore, gli somigliano grigi e inanimati. La pianura, a quell’ora, è silenziosa, ancora vuota di braccianti o almeno sembra perché dietro alla coltre impalpabile non si intravvedono movimenti. Protetto da quel sipario invisibile, si sente in un abbandono simbiotico. Blocca lambretta e pensieri. Ha varcato il tempo, è di nuovo sedicenne, sulla strada che lo portava, assieme al padre, da Marzamemi alle saline di Vendicari. Calogero ci aveva perso la vita alla salina, quando ci si era trasferito dopo la chiusura della tonnara, nel ’43. L’alluvione l’aveva trascinato via come un sasso di fiume, lasciando Tore solo con la madre, Ajta, distruggendo per sempre la salina e la certezza del futuro di Salvatore che, da allora, aveva trovato lavoro nei campi, a Pachino. Appena maggiorenne, il padrone del campo gli aveva chiesto di fare lo smistamento dei raccolti e lui aveva creduto che sarebbe bastato per farsi una famiglia, il sogno che combaciava con Filomena, conosciuta da poco. 

Un giorno balordo, mentre smistava un carico a Noto, una grossa buca nella strada gli rovesciò il carico e il mondo. Il padrone lo mandò via come un cane rognoso. Qualche lavoretto senza futuro per un po’ d’anni lo costrinse alla decisione di andare via. Non in America, troppo lontana, l’Olanda era più a portata di mano per far arrivare i soldi a casa prima e per via di quell’accordo fra i Governi sul trasferimento della manodopera di cui aveva letto sul giornale. 

I ricordi di Tore sono vividi. Il dolore di lasciare sola Ajta, l’angoscia di sospendere il futuro  con Mena senza scadenza. E poi il treno per Milano, il centro di smistamento. La speranza svilita dei respinti. E le visite mediche, i certificati del tribunale e, infine, la partenza verso un ignoto migliore. Come se si potesse sapere prima com’è l’ignoto.

I canali di Utrecht non sono molto diversi da quelli di casa sua. Da bambino, i pantani vicino Siracusa erano un luogo delle meraviglie. La nebbia li fasciava come un velo da sposa e ogni tanto sbucavano strani uccelli con le gambe lunghe e quel colore rosa tenue così femmineo, che sembravano ballerine sulle punte mentre passeggiavano adagio nell’acqua. Creature misteriose simili agli uccelli che s’alzano in volo ora, lì vicino. Non li vede, sente solo il fruscio delle ali che rompono l’aria. 

Chissà dove migrano, dove hanno casa. La stessa domanda che arriva dall’Italia, cui deve rispondere per sé. Il desiderio di vivere di Mena, la ragione della sua insonnia. Qual’è casa sua è il grido che viola il silenzio in cui è immerso. 

In lontananza, il rumore continuo di una macchina da lavoro, forse una pala meccanica, gli spezza i pensieri e lo conduce a sé. Da un’imbarcazione, una ruspa lavora agli argini del canale. Ferma la lambretta, scende e s’incammina per il rettifilo lungo l’acqua, assorto nella risposta a Mena, che fatica a prendere forma nella mente. La rivede bella e giovane nell’ultima fotografia che ha ricevuto, come alla festa in cui si sono conosciuti, con il vestito rosso a pois bianchi che le segnava la vita come un invito. 

Le ha promesso di farla felice. Non le aveva detto come. Lui sa che la felicità prende strade semplici, e quel limbo in cui è costretto a vivere, senza sapere quando tornerà, non è una di quelle. Mena ha diritto di vivere ora, di essere una zita chi abbrucia l’occhi dell’autre fimmine comu la cipudda. Poco conta con chi. Se la felicità passa per qualcun altro, che gli faccia largo. 

Il peso elefantiaco che ha addosso è ancora più massiccio. Torna alla lambretta, le mascelle contratte. Sale e si avvia all’acciaieria. 

Paola Ascani

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“Un baule impolverato” di Barbara Pasquariello


“Un Baule impolverato” di Barbara Pasquariello

Un baule impolverato

Il loro desiderio più grande era sempre stato quello di poter invecchiare insieme e  trascorrere il buen retiro su una pilotina, ormeggiata in uno dei canali dell’isola di Marken, a nord di Amsterdam. Possibilmente una pilotina color blu Klein con tendine a quadretti  rosa pallido, perché se si sogna allora è bene farlo a colori. Quel desiderio era germogliato durante i diversi viaggi che, in gioventù, avevano fatto in  giro per l’Europa.  

Certo, c’era anche un piano di riserva, ovvero una finca in collina, vista mare, in Andalusia,  dove il clima sarebbe stato senz’altro più temperato per quelle ossa acciaccate che si  sarebbero portati appresso. Il tempo per meditare adeguatamente sulla scelta non sarebbe mancato. Ma non tutte le favole hanno un lieto fine. 

Maud aveva 45 anni quando Bart morì. Improvvisamente, una domenica mattina di  novembre. Strappato alla vita e alle braccia di lei, senza preavviso alcuno, senza nemmeno  la possibilità di un ultimo saluto.  Strana la vita. Maud era già rimasta vedova 18 anni prima, quando aveva 27 anni.  Per Maud gli anni a seguire furono caratterizzati da un dolore difficile da sopportare,  smarrimento e profonda solitudine. Ma nei momenti in cui il dolore dava tregua,  riaffioravano i ricordi e i sogni spezzati.   Il nord Europa la chiamava fortemente. Le appariva nei sogni, nelle vecchie fotografie scovate tra le pagine dei libri di Bart e attraverso coincidenze singolari, quelle stesse che  avevano fatto sì che Bart e Maud incrociassero le loro vite, molti anni prima. La tentazione di partire si faceva ogni giorno più forte, d’altro canto cosa mai poteva  trattenerla?  

La paura di non reggere il peso dei ricordi, la malinconia e lo spaesamento scatenato da  un nuovo contesto, lontano e differente dalla zona comfort nella quale si era avviluppata negli ultimi anni, erano senza dubbio le principali voci della lunga lista. Qualche mese dopo la morte di Bart, Maud aveva lasciato la casa nella quale avevano  vissuto negli ultimi dieci anni. Una casa bellissima, in aperta campagna ma molto isolata,  troppo per poter continuare a viverci in solitudine. 

Dai quattrocento metri quadri che aveva abitato fino a quel momento, Maud aveva  traslocato in un sottotetto molto accogliente e luminoso, ma di appena due stanze. La maggior parte degli arredi della vecchia casa erano stati regalati agli amici più cari. Una  scelta pensata a lungo che l’aveva portata a decidere che quei mobili, quegli oggetti,  dovessero continuare a vivere proprio in quelle case, nel loro cerchio magico di affetti. Nella soffitta del sottotetto aveva accuratamente accatastato tutto quello da cui  emotivamente non era riuscita a separarsi. Due vecchi bauli in legno e diversi scatoloni,  che occupavano l’intera parete della soffitta. 

Una domenica di maggio successe un fatto singolare. Uno sciame di api era arrivato nella  nuova casa, creando un gran scompiglio.  Le api, dopo aver in un primo momento assediato il giardino, avevano trovato riparo sopra  il tetto, agglomerandosi fittamente sulle tegole a lato del lucernario, unico punto di luce  naturale della soffitta. 

Il tetto aveva grandi travi in legno e solaio a tavelle. Il ronzio era assordante. Quella nube  di simpatici imenotteri in alcuni momenti adombrava l’intera stanza. Una sciamatura naturale è un evento straordinario. Si dice che sia di buon auspicio. Le api rimasero sul tetto per quasi 3 giorni. Impossibile recuperarle a quella altezza. Poi, il  quarto giorno, decisero di trasferirsi sull’abete in giardino e da lì a poco furono messe in  salvo grazie all’intervento di un apicoltore esperto nel recupero sciami. Durante i giorni di permanenza di queste straordinarie e numerose ospiti, Maud frequentò  spesso la soffitta, sia per tenere monitorata la situazione sia perché lo stare con il naso  all’insù ad osservare tutto quel via vai le restituiva una piacevole sensazione di benessere.  Si sedeva a terra appoggiando la testa al bordo di uno dei due bauli di legno, e osservava.  Dopo il primo giorno, per rendere ancora più comoda la postazione, Maud si era  organizzata stendendo a terra un vecchio tappeto e un cuscino. In quel tempo sospeso,  trascorso in soffitta, si rese conto che la stanza era impregnata di odori a lei familiari.  In un primo momento, entrando, l’olfatto veniva colpito dall’odore pungente della  polvere, ma prolungando la permanenza il sistema ricettivo veniva sollecitato da altri  profumi che però non riusciva a codificare.  

La memoria olfattiva si attivò rapidamente e bastò un attimo per capire che era proprio  quel baule ad emettere quelle essenze. E come in un balzo spazio temporale Maud si trovò catapultata nella vecchia casa, nella camera da letto sua e di Bart, tra quelle lenzuola che  sapevano di sandalo. 

Quel baule, un tempo, conteneva la biancheria per il letto e in fase di restauro era stato  trattato da Bart con olio di sandalo acquistato nel sud dell’India in uno dei loro viaggi. Erano passati più di quattro anni da quando il baule se ne stava chiuso e impolverato in  quella soffitta, ma quell’essenza di legno persisteva fortemente, così come i ricordi di cui  si faceva custode.  

La pianta di sandalo, il Santalum Alba, è ora protetta, così come lo sono le api. Sono due  specie, vegetali e animali, in via di estinzione.  Ma i ricordi non si possono estinguere.  Nei giorni successivi Maud prese coraggio e decise di aprire il baule.  Non ricordava cosa esattamente contenesse.  

In un primo strato si trovava il proiettore con diversi raccoglitori di diapositive a colori,  una busta con cavi elettrici di chissà quale apparecchio e una grossa borsa piena di tende.  Già, nella vecchia casa c’erano quattordici finestre, nella nuova soltanto quattro.  Nello strato inferiore c’erano scatole da scarpe piene di fotografie, alcuni libri di cucina, due vecchie casse dell’impianto stereo, dischi in vinile e una pesante busta piena di sassi di  fiume. 

Ma sul fondo, a far contrasto con la chiara carta “Fiorentina” con cui il baule era stato minuziosamente rivestito, si scorgeva una immagine.  Una cartolina forse? Maud dovette svuotarlo quasi completamente per estrarla. Era una fotografia. Maud si sedette sul tappeto con la foto in mano. Che cos’era quella fotografia? Perché era  lì, sola, sul fondo del baule? E soprattutto perché non riusciva a collocarla temporalmente,  a contestualizzarla? 

Passò un po’ di tempo con quella foto in mano, ogni tanto alzava gli occhi al lucernario  dove però non c’erano più le api ad ispirarla. Posò poi la foto sul tappeto e andò a  prepararsi una tazza di caffè. Maud tornò nella soffitta con il caffè fumante e l’inseparabile tabacco. Un insano vizio,  certo, dal quale però traeva spesso stimolo per la sua fantasia creatrice. Era in piedi, sul  tappeto e guardando la foto dall’alto ebbe un improvviso cedimento all’altezza delle  ginocchia. 

La foto, in bianco e nero, ritraeva una porzione di un vecchio tappeto persiano con un  motivo floreale molto simile al tappeto che Maud aveva sotto ai suoi piedi. Una  similitudine impressionante. Al centro della foto, tra quei fiori tessuti, un disegno fatto quasi sicuramente da un  bambino.  Dall’alto Maud vedeva doppio.  L’immagine alla quale assisteva era la stessa scena rappresentata nella foto.  Una foto nella foto. 

Il disegno raffigurava una donna rubizza e sorridente, con tanti palloncini tenuti nella  mano destra. Nella mano sinistra una piccola borsetta. Sui fili di quei palloncini delle  scritte. Maud prese allora una lente di ingrandimento e fu sorpresa nel riconoscere dei  nomi in quelle scritte. Ventisette palloncini e ventisei nomi propri, femminili e maschili.  Il caffè nel frattempo si era raffreddato mentre Maud fantasticava su quell’immagine.  Il primo pensiero fu che quella donna potesse essere un’insegnante di scuola elementare e  che quei palloncini rappresentassero i bambini della sua classe. Forse un dono ricevuto a  fine anno scolastico.

Fu probabilmente quest’ultimo pensiero ad aprire un cassettino nella memoria di Maud.  Quella foto era stata un regalo ricevuto dalla figlia della proprietaria del piccolo hotel De  Zwaan, nell’immediata periferia di Amsterdam, dove avevano alloggiato circa dodici anni  prima durante uno dei loro viaggi. Quella bambina, di cui Maud non ricordava il nome, si  era affezionata a loro due in quei tre o forse quattro giorni di permanenza nella piccola  pensione, dopo che Bart le aveva recuperato l’aquilone, rimasto impigliato nella veranda  antistante l’ingresso del locale.  

La bambina, nel giorno della loro partenza, aveva posizionato sul tavolo della colazione  una busta di carta, legata con un sottile spago color indaco, contenente appunto quella  fotografia e un bulbo di tulipano, che però l’anno seguente si rivelò essere un narciso. Della foto non disse molto. Era un dono ricevuto da un’anziana signora che da anni  frequentava il loro hotel. Quella era solo una delle tante fotografie che la bambina aveva  ricevuto e collezionato nel tempo. Maud ricordò che la piccola aveva motivato la scelta  dicendo che siccome non aveva nessuna fotografia che raffigurasse un aquilone, quei  palloncini erano quanto di più simile potesse esprimere gratitudine, per la missione di  salvataggio messa in atto da Bart.  

Maud ricordò che, incuriosita, provò a chiedere alla madre chi fosse quella anziana signora  che regalava fotografie, ma la oste, quasi sorpresa dalla domanda, rispose sorridendo che  la figlia era nata “con la fotocamera in mano” oltre che con una fervida immaginazione.  Fu grazie al ritrovamento di quella fotografia sospesa nel tempo, che Maud poté iniziare a  ritessere i brandelli della sua vita. Era giunto il momento di rimettersi in cammino. Viaggiare di nuovo.  Recidere i fili di quei palloncini, lasciarli liberi, direzione Nord.


Barbara Pasquariello


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“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

HARAN THE DOGO 

Mezzora. Tanto c’era voluto per riuscire a lasciarci alle spalle tre morti e cinque auto della polizia.  

Eravamo stati veloci e implacabili come i banditi del West, come i fratelli Dalton, come Butch Cassidy e il Mucchio Selvaggio. Ma ce l’avevamo fatta, eravamo al sicuro. Al sicuro in mezzo al nulla se non fosse per un vecchio casolare decrepito. 

Io ero uno della banda. L’addetto alla guida, il pilota. Ero un poliziotto fino a qualche mese prima e qualche settimana dopo, eccomi al volante con una rapina da fare. 

Ce l’avevamo fatta. Ed eravamo tutti su di giri: “Siamo ricchi!” urlava Einstein, “Puttane e cocaina a chili, cazzo” delirava Zatoichi mentre aveva gli occhi al cielo e le vene gonfie sul collo. “Me ne vado a vivere a Parigi” bisbigliava aggressivamente Sigmund, “Voglio una villa con la piscina, voglio le cameriere e voglio anche un fottuto cavallo nero. Anzi nero con una stella bianca nel bel mezzo della fronte”. “Certo O’Hara, il cavallo. Ti ci vedo con quei capelli e la barba rossa sul cavallo, magari vestiti di verde e mancheranno solo la fata e l’unicorno al quadretto”. Bulgakov era l’acido della banda. 

Ridevamo di gusto nell’offenderci a caso: cazzo eravamo al vertice della piramide criminale. 

I sogni erano tutti lì: cosa ci avremmo fatto mai con tutti quei soldi? E le risposte erano facili: case, auto di lusso, droga, armi. 

Deliravamo attorno alle nostre mancanze dei piccoli stronzi comuni quali eravamo. Erano I soliti discorsi che i banditi fanno prima di avere i soldi. Ma noi ora i soldi li avevamo per davvero. E quello che avevamo in testa, era che tutti avremmo smesso di essere operai, spazzini, minatori. Avevamo tirato fuori le palle, strizzandole talmente forte, da farci schizzare gli occhi e ora eravamo ricchi. Odiavamo il grigio delle nostre esistenze. Volevamo essere frivoli, scintillanti e brutali. Non puoi stare sull’Olimpo vestito da operaio. Ci vuole stile sull’Olimpo. 

Mentre eravamo presi a compiacerci con la bava alla bocca, i morti alle spalle, gli sbirri che ci davano la caccia, la sofferenza, i danni… era tutto dimenticato, come se non fosse accaduto. 

Cazzo, era andato tutto liscio e per inciso: tre morti fanno parte del tutto liscio, sarebbero i famosi rischi di impresa. Ma i rischi erano anche dei tre morti, non puoi pensare di portare quintali di soldi, ori e diamanti in una dannata banca, senza immaginare che ci sia qualche figlio di puttana disposto a fotterteli, non funziona così.

Coglioni ricchi, talmente ricchi e talmente coglioni da sentirsi perennemente al di sopra di noi poveri stronzi. Eravate sull’Olimpo dei ricchi e dei sicuri, noi vi abbiamo reso mortali. 

I rischi del mestiere, i rischi di essere ricchi. 

Eravamo lìa commentare la rapina come i tifosi al derby, tra risate, eccitazione epacche sulle spalle, esaltati e onnipotenti. 

Eravamo in dieci, dieci felici ed esaltati bastardi. Eravamo un kraken senza testa, dieci tentacoli senza un comando. Mancava l’undicesimo e non un undicesimo qualunque. 

Haran non ha detto nemmeno una parola quando è arrivato, nulla. Niente se non un quasi silenzioso “Prendetelo”, indicandomi senza guardarmi. Mi chiedo come gli altri facessero a sapere che ero proprio io quello che doveva essere preso. 

Nel giro di tre secondi ero in ginocchio con la canna della sua Walter P38 in bocca, mentre lui in bocca aveva una sigaretta. Aveva perennemente una sigaretta accesa e tenuta al lato della bocca. Il fumo che si innalzava, faceva si che socchiudesse l’occhio sinistro, cosa che gli conferiva un aspetto quasi buffo. Quasi. 

“Dai Haran….come facevo ad ucciderla. Avrà avuto 8 anni al massimo. Cosa cazzo ti aspettavi che facessi? Davvero immaginavi che sarei riuscito a passarle addosso tranquillamente?” 

Questo era quello che pensavo. Ciò che invece riuscivo a pronunciare erano grugniti sofferti e sanguinolenti e, mentre tentavo di articolare parole e suoni, dai lati della bocca uscivano rivoli di sangue, saliva e pezzi di denti rotti. 

Quel bastardo non mi aveva semplicemente messo la pistola in bocca. Me l’aveva forzata mentre avevo ancora i denti serrati. 

“Senti Susan” esordì: “dovevi solo guidare”. Continuava a fissarmi: “Capito? Lo stronzo qui doveva fare una cosa soltanto, UNA SOLA”. E mentre parlava, mentre il suo disprezzo mi si attaccava sul viso come una maschera, girava e muoveva la pistola nella mia bocca, spingendola ancora più a fondo nella mia gola. 

“Una cosa ti avevo detto di fare, anzi Vi avevo detto, cazzo. È tanto difficile da capire? No TES TI MO NI, Capito? No, è facile da capire, tu sei uno sbirro quindi lo sai cosa vuol dire obbedire ad un ordine. Cosa cazzo vuol dire NO TES TI MO NI? Cosa cazzo ti immagini che voglia dire NO TESTIMONI DEL CAZZO BRUTTO SBIRRO DI MERDA?! Ma forse non mi ritieni degno di darti degli ordini. Ehi questo pezzo di merda sta dicendo che non ho le palle per fare il capo”.

Avevo necessità di pisciare, ma non volevo pisciarmi nei pantaloni. 

In quel momento oltre alla saliva e al sangue che iniziavano a gocciolare per terra, stavo iniziando a piangere ad occhi chiusi: come i bambini davanti al mostro: chiudono semplicemente gli occhi. Non mi andava di aggiungere altri fluidi corporali. 

“Se hai capito quello che sto dicendo fai un cenno con gli occhi”. 

Riuscii a battere le palpebre. 

Le risate di prima avevano ceduto il posto ad un’aria cupa e pesante. Tutto sapeva di esecuzione. Susan mi aveva chiamato. 

Haran era fatto cosi: se qualcosa andava storto, se lui riteneva che avessi mandato qualcosa a puttane, iniziava a chiamarti e a trattarti come se fossi una donna. Non ho mai capito il perchè, gli piaceva semplicemente farlo. Odiava le donne Haran, ma credo sia più giusto dire che odiava tutti. Aveva una filosofia di vita semplice: sono qui e devo andare lì, la via più veloce è la linea retta, se ti trovi in mezzo alla linea mentre la percorro, per sbaglio o per sfortuna, sono davvero cazzi tuoi. 

Ecco: io ero nel bel mezzo della fottuta linea retta. 

“No testimoni, vuol dire no testimoni. Non ha importanza se hanno otto o ottanta anni. Sai cosa accadrebbe se lei dovesse parlare e riconoscerci? O ricordare qualche cazzo di numero di targa? No, non lo sai. E sai cosa? Non lo saprai, Susan. Tra poco avrai un ulteriore orifizio, dalla gola alla nuca. Vedilo come un modo veloce per far uscire l’anima”. 

Haran lo chiamavano il Dogo, come quei malefici cani ammazza puma dell’Argentina. Feroce e senza alcuna paura. Non credo avesse mai cambiato pantaloni, camicia o scarpe. Ma forse aveva un guardaroba tutto uguale. Era grigio in faccia e con i capelli impomatati e sempre, sempre rasato. Le occhiaie incupivano ulteriormente gli occhi da pazzo psicopatico che si ritrovava. Aveva un unico vezzo: le pistole. Cazzo se gli piacevano le pistole. Ne aveva diverse e tutte personalizzate. Le cambiava in base all’umore, come uno cambierebbe un paio di scarpe o una cravatta. 

La pistola che mi aveva sfondato i denti e che di lì a poco mi avrebbe ucciso aveva l’impugnatura rivestita in legno. Era nera e senza un graffio, appena fatta brunire; il calcio era rivestito di olivo con delle tonalità quasi rosa, con venature verdi e grigie, odorava di olivo e sudore. 

Avevo in bocca l’odore sinistro di quell’orrendo liquido per la brunitura; e mentre ero a pochi minuti dal farmi esplodere la testa, pensavo ai danni che avrebbe fatto quell’acido sui denti.

Il tutto mentre aspettavo di morire con una pistola che profumava di legno. 

Aveva qualcosa di elegante la sua pistola. Aveva qualcosa di elegante Haran, con quella pistola. Aveva l’aria di un dannato avvoltoio. Una volta un tizio disse ridendo “Haran, lo sai che puzzi di morto?” 

“Hai ragione”, rispose un attimo prima di sparargli in faccia. Aveva un senso dell’umorismo lugubre in effetti. Forse per questo raccolse con la mano un po’ di sangue dal volto ridotto in pezzi per poi strofinarselo addosso. “Sai una cosa? Avevi ragione. Puzzo di morto”. 

Aveva qualcosa di elegante Haran con quella pistola, ma di certo non le intenzioni. 

Leccavo la bocca di fuoco della pistola nella lontana speranza che la lingua potesse servire a qualcosa, magari a far calare l’erezione di quel cannone. Avevo visto leccare canne di fucile solo alle ballerine che facevano spettacoli sexy per i marines. Ma i soldati che assistevano riuscivano anche ad eccitarsi. 

Beh…io non esattamente. Loro assistevano a ballerine voluttuose che si prodigavano in pompini simulati sulla canna difucili di assalto; invece adesso il pompino lo stavo facendo io e non ero nemmeno lontanamente eccitato. 

L’orgasmo non sarebbe stato per nulla divertente. Per me. 

Mi passava per la testa che tra le tante pistole avevo in bocca quella con gli innesti di olivo. A me piaceva l’olivo. Avrei preferito quella con i decori fatti col bulino? Non lo so. Di lì a poco non avrebbe avuto poi cosi importanza. 

Il colpo non era stato annunciato. Un’esplosione troppo vicina per poterne distinguere la direzione. All’improvviso semplicemente gli occhi smettevano di vedere, le orecchie sentivano il più tremendo ronzio mai sentito e le gambe non reggevano più il mio peso. Non avevo capito cosa fosse successo. Non l’avevo mai immaginata cosi la morte. 

Cadevo faccia per terra, mentre il proiettile uscito dalla nuca, si conficcava nel grosso cancello di legno di quel casolare. Avevo davvero un buco grosso come una noce sulla nuca. E poi il sangue. L’ho sempre immaginato rosso, rosso vivido, rosso sangue. Se esiste una cosa rossa, questa cosa è il sangue. Ma invece è nero. Cazzo, sembra catrame. È rosso solo se lo vedi controluce. Il mio, sparso sulla porta come un dipinto di Pollok, era nero. Il mio cervello in pezzi sembrava l’opera concettuale di un artista sotto acido. 

Mentre morivo stavo diventando un’opera d’arte del cazzo.

Pensavo che sarei diventato un’ulteriore tacca sul calcio della pistola di Haran. Pensavo a quella maledetta stronza di 8 anni.


Giovanni Ruggiero

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

Oltre la tenda

Davanti a me ho questa foto che nemmeno pensavo esistesse, perduta come tanti altri ricordi. Non ricordavo questa foto, così come tante altre cose che ho voluto dimenticare nel corso di questi anni. E invece,  qualcuno ha ritrovato un vecchio cartone e dentro quest’ultimo, avvolti in una carta di giornale del 1969 del quotidiano del Randstad, decine di rullini non ancora sviluppati. Qualcuno in un modo che non riesco a comprendere fino in fondo, è riuscito a risalire fino a noi, fino a me, e mi ha inviato in busta chiusa questa foto che ora ho davanti.

Più di cinquanta anni sono passati  da quando è stata scattata: ci siete voi due, le mie sorelle amate, che osservate qualcosa  da dietro la tenda, di quello che  era il nostro soggiorno. 

Che  cosa  stavate guardando? Perché io non c’ero? 

Chissà forse stavate proprio guardando me mentre ero fuori nel cortile, oppure  eravate seminascoste cercando di capire su cosa stessero discutendo mamma e papà. O forse si trattava di quel giorno maledetto in cui mamma ci comunicò di averne abbastanza, facendoci scoprire cos’era davvero la vita, oppure, quel giorno in cui ho portato a casa il primo fidanzatino. 

Cerco della mia memoria i pochi momenti della nostra infanzia in cui in cui non siamo state insieme, ma non riesco ad individuare in questa foto qualcosa in particolare che riporti ad un ricordo preciso. 

Quante foto ci faceva papà, non c’era momento della nostra giornata insieme che in qualche modo non venisse immortalato:  una gita in barca sul canale, un’escursione in bici seguendo il fiume verso il mare, oppure una delle feste della conurbazione, era, forse,  il modo che aveva trovato per farci sentire la sua presenza, per colmare i vuoti delle sue tante assenze per lavoro.

Però ora che ci penso … se è stato papà a scattare la foto allora dov’eravamo io e mamma? Eravamo forse fuori in giardino giocando, facendo giardinaggio? E se la foto per una volta l’avesse scattata la mamma? O addirittura l’avessi scattata io di nascosto per immortalare una vostra piccola marachella?

La memoria è così fallace, e selettiva, più passano gli anni, sempre più inevitabilmente frammenti della nostra infanzia e della nostra adolescenza iniziano a perdersi, cancellarsi, sfocarsi come una vecchia foto. Alcune volte addirittura ci inventiamo ricordi che non sono mai esistiti, così da adeguare la narrazione della nostra vita ai canoni che avremmo voluto.

E’  un miracolo che questi rullini siano arrivati intatti fino ai nostri giorni, che le foto siano state recuperate in modo così perfetto. Chi ha fatto questo lavoro ci ha messo di sicuro tanto amore e tanta curiosità.

E comunque, qualunque fosse il momento della nostra vita immortalato, chi scattava quelle foto di sicuro ci amava più di ogni altra cosa al mondo.

Vorrei tanto condividere con voi sorelle mie questo ricordo così particolare, magari ricordare insieme questo momento, ma alla nostra famiglia non è stato concesso di vivere grandi gioie, ma grandi e indimenticabili dolori.

Quel giorno terribile, quell’incidente, quella maledetta curva, la strada sdrucciolevole, il volo della macchina nel canale, uno dei nostri canali, ha cancellato le vostre vite e quelle di un altro paio di anime limpide ed eccezionali.

Così eccomi da sola a cercare tra i ricordi frammentari di una vita, quest’attimo che sembra perduto.

Domande si susseguono, ma com’è possibile che papà non abbia sviluppato queste foto? Che le abbia tenute nascoste o dimenticate in una soffitta o in uno scantinato? Non lo avrebbe mai permesso “ogni foto non scattata è un ricordo perduto” diceva. E allora dove erano rimaste nascoste queste foto per tutto questo tempo?

Un modo ci sarebbe per tentare di ricostruire la storia dietro questa foto, ma sarebbe necessario fare qualcosa che finora ho sempre rinviato, andare a trovare una persona che non riesco a perdonare, ma che in un modo o nell’altro è la persona che più di tutte ha ancora adesso un legame forte con tutta la nostra memoria.

Non parlo con nostra madre da anni ormai.

Siamo rimaste a vivere nello stesso piccolo paese del Randstad eppure, nonostante tutto, ci siamo appena sfiorate negli ultimi anni dopo aver cercato per decenni di venire a patti con le nostre vite, le nostre coscienze e le nostre maledizioni. 

Così simili, troppo simili per comprenderci davvero.

Ma poi ha davvero senso capire che giorno fosse? Che cosa stesse accadendo fuori dal soggiorno? Non basta forse che sia emerso come un dono inaspettato, il vostro ricordo?  

E però … forse dentro di me sento che ho necessità di condividerlo con qualcuno e allora …

E allora prendo coraggio e percorro, in una meravigliosa giornata di primavera,  il lungo canale in bici come ho fatto migliaia di volte verso quella casa che è rimasta del tutto immutata per anni e dove lei ha continuato a vivere consentendoci poche volte di entrare, come se fosse il suo santuario, il suo rifugio. Ma quella casa era anche nostra, di nostro padre, delle mie sorelle, mia, dei nostri ricordi e della nostra vita felice.

Questa cosa non sono mai riuscito a perdonarla, questo atto di egoismo incomprensibile.

Arrivo fino al cancello di ferro battuto, lo scosto, cigola, seguo il vialetto fino alla porta in legno, mi fermo per un attimo, raccolgo le forze, trattengo il respiro e poi butto fuori l’aria, quanti ricordi, busso.

Sento i suoi passi trascinarsi verso la porta, la sua raucedine, non ha mai smesso di fumare, la sento fermarsi dietro la porta, sicuramente mi sta osservando sorpresa, indecisa sul da farsi, chissà forse ha anche lei il cuore che batte forte e che toglie il respiro.

Alla fine la porta si apre e mi appare il suo viso scavato, il suo volto in disordine, sembra quasi aver pianto da poco, non mi dice nulla, mi invita solo ad entrare, la seguo nel soggiorno, quel soggiorno immortalato nella foto.

Su un tavolino, in disordine, quelle che sembrano vecchie foto.

Mi guarda e sembra stia quasi per cedere,  cadere, crollare, non si stupisce della mia presenza, come se l’avesse in qualche modo preventivata. Mi invita a sedermi e indica le foto. 

Io estraggo la mia dalla tasca interna della blusa, e gliela porgo. Lei la guarda a lungo e poi improvvisamente sorride. “E’ proprio questo soggiorno … incredibile solo oggi mi accorgo che non ho cambiato nulla nell’arredamento … io che volevo cambiare tutto … che …”.

“Mamma ma chi le ha inviate?”

“Non so … oggi le ho trovate in un pacco nella cassetta della posta non c’è mittente … e la tua?”

“Arrivata per lettera … anche questa senza mittente …”.

Guarda ancora la foto come se cercasse anche lei un ricordo che si è perduto.

Poi vedo scorrere le sue lacrime.

“Mamma …”

“Ti ricordi … era un giorno di pioggia e tu e tuo padre eravate usciti in giardino per fare non so quale strano gioco … le tue sorelle erano rimaste a casa … delle tre la più avventurosa, anticonformista sei sempre stata tu … in questo mi somigli … tuo padre aveva lasciato la sua amata reflex nel soggiorno e così mi divertii, sdraiata sul divano, a scattare delle foto …mai avrei pensato che un giorno sarebbero rivissute … ricordo che nascosi il rullino … ma  da quel giorno ci presi gusto e iniziai ogni tanto a fotografarvi tutti di nascosto … non avevo, però,  il coraggio di svilupparle,  di farle vedere a vostro padre … sai le risate che si sarebbe fatto … come avrebbe vivisezionato le mie foto … e allora nel tempo le nascosi in uno scatolone che poi non trovai più … chissà dov’era finito … e ora questo …”

La sua voce s’incrina.

“Quindi non c’era nessun grande evento nascosto dietro questa foto, dietro lo scostare della tenda da parte delle mie sorelle … solo una uggiosa e noiosa giornata di pioggia …”

La mia delusione dove essere davvero evidente se per la prima volta quella donna forte e distante ,dopo anni, arriva quasi a  sfiorarmi i capelli.

E’ ormai ad un palmo da me, sussurra: “Ogni momento era speciale … per quanto piccolo … insignificante … peccato che ad un certo punto non sono più riuscita a cogliere la bellezza di questa normalità … spero che un giorno riuscirai a perdonarmi … “.

Chino il capo verso di lei, non è questo il momento per parlarne, ora che, per la prima volta dopo tanti anni siamo così vicine: ” Sembra quasi che guardino la luce … come se volessero andare via non pensi? E se …”.

Annuisce con lo sguardo, un momento di imprevedibile sintonia.

Così l’aiuto ad alzarsi dal divano, a indossare lo scialle e lentamente la conduco verso la collina dove si trova il piccolo cimitero del villaggio e verso il luogo in cui le mie amata sorelline giacciono. Insieme avevano vissuto, insieme riposavano.

Poniamo la foto sul marmo poroso e ci stringiamo in un abbraccio di tutta la vita  e in qualche modo, le nuvole sembrano prendere forme familiari e siamo nuovamente nel nostro giardino, mio padre che fotografa tutto, mia madre che sorride prendendolo in giro, io che cerco di prendere un geco, e le due bambine paffutelle che improvvisamente sembrano girarsi all’unisono per salutarci in una luce innaturale.

Comincia a fare fresco, stringo le spalle di mia madre, e come se fosse d’incanto da una delle case vicine iniziano ad arrivare le note di quella meravigliosa canzone di Leonard Cohen, Hallelujah e senza una motivo apparente prendo le mani di mia madre tra le mie e la invito a danzare, e tutto per la prima volta dopo anni sembra così leggero.


Damiano Gallinaro

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile