Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

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“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli