Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Il campo di Girasoli” di Vilma Buttolo il racconto terzo classificato

Il Campo di Girasoli di Vilma Buttolo

Il campo di girasoli

Osservandoci tutte tre insieme avrebbero detto che non
eravamo felici. Forse un po’ per le nostre espressioni sempre
imbronciate o forse perché eravamo mal vestite, troppo grasse
troppo magre.
Noi invece felici lo eravamo, soprattutto quando riuscivamo a
stare insieme e quando insieme seguivamo i nostri sogni di
bambine.
Nostro padre, si sa, avrebbe voluto un figlio maschio; così ci
provarono, una gravidanza dietro l’altra. Ma mia madre i
maschi non li partoriva, morivano prima di nascere. Così siamo
rimaste solo noi tre bambine. E io la più piccola ero quella che
più di ogni altro figlio avrei dovuto nascere maschio. Ero
l’ultima possibilità, l’ultima chance vista l’età di mia madre.
Invece nacqui femmina, per mia fortuna e per mia sfortuna
dovetti accettare un nome maschile trasformato alla bene
meglio in femminile.
Così alle mie due sorelle Maria e Giovanna mi aggiunsi io
Giuseppa. Che poi se solo ci avessero messo un po’ più di
attenzione il mio nome sarebbe potuto essere un po’ più
aggraziato, femminile, chessò una Giuseppina mi sarebbe
anche andato bene, bastava pensarci un po’. Invece no. Papà
con noi non si rassegnò mai del tutto e ci insegnò, a chi di più
chi di meno, “le cose da maschio” . Mamma era costernata e
agiva a piccoli passi. Una volta il capello più lungo raccolto in
una treccia, un’altra volta una gonna al posto dei pantaloncini e
così via. Povera donna, passò i nostri primi anni di vita a
condurre un lungo lavoro di mediazione tra un marito che ci
trattava da maschi e il mondo esterno che ci voleva femmine.
A noi non chiesero mai che cosa avremmo voluto essere, noi
però lo sapevamo, per fortuna. Il mondo esterno non ci
spaventava e a papà volevamo bene: le sue bizzarrie non ci
preoccupavano. L’unica volta che vidi mamma impuntarsi
veramente fu quando papà ci comprò delle biciclette. Aveva
risparmiato tanto e tornò a casa con il suo furgone carico delle
nostre bici. Una per ciascuna, per le nostre diverse età e le
nostre altezze ma tutte rigorosamente con la canna centrale.
Mamma non lo fece entrare in casa fino a quando non tornò con
tre biciclette da ragazze. Da quel momento iniziammo le nostre
avventure intorno a quella campagna che stava, via via
trasformandosi in città.

-Aspettatemi per favore – dissi -Sei sempre la solita – risposte Maria che pedalava davanti a
tutte noi -Lagna e cicciona – rimbeccò Giovanna, rallentando per
guardarmi nel dirlo e subito scappare via. -Dai aspettiamola – disse fermandosi Maria.
Maria era la sorella maggiore che ognuno può aver desiderato
nella propria vita. Protettiva, affettuosa la parte salda della
sorellanza. Differente era Giovanna. Lei era più quella con cui
si poteva trasgredire, ma anche quella più dispettosa. In realtà
poi le mie sorelle mi difendevano da tutto e da tutti. Per loro
sono sempre stata la piccola “Pinuccia”.
Ferma sul ciglio della strada mentre riprendevo fiato , non vidi
quello che invece Maria ben più alta di me inquadrò subito.
Coprendosi gli occhi con il palmo della mano sinistra indicò
con l’indice destro lo spazio di fronte. -Guardate, dei girasoli – Più in basso del manto stradale
qualche metro più in là, in mezzo a sterpaglie si levavano verso
il sole tre splendidi girasoli. Chissà come erano arrivati fino a
lì. Ma si sa – la natura non la comanda l’uomo – diceva sempre
papà e in quel caso sembrava fosse proprio così.
Scendemmo con le biciclette spinte a mano giù verso il campo
dove le posammo a terra per avvicinarci . I girasoli erano
bellissimi e altissimi. Senza dirci nulla ci trovammo tutte e tre a
strappare le erbacce intorno per lasciarli crescere fieri e liberi
da intralci. Ovviamente le nostre mani non riuscirono a fare
quello che i nostri occhi già si immaginavano. Quando le
corolle iniziarono a piegarsi su loro stesse, come il capo di chi
si sta addormentando, riprendemmo le nostre biciclette e
tornammo a casa. Sporche, ma felici.
Papà ci stette ad ascoltare mentre gli raccontavamo della nostra
scoperta e mamma brontolava per le mie ginocchia che non
venivano pulite.
Tornammo il giorno dopo con qualche attrezzo prestatoci da
nostro padre. -Allora non volete che venga ad aiutarvi? – ci chiese per la
terza volta. -No papà – risposte Maria – verrai quando avremo finito il
nostro lavoro
Giovanna ed io vicine a nostra sorella maggiore annuivamo
d’accordo. La sua presenza non ci avrebbe permesso di lavorare
come volevamo.
Papà aveva molto insistito affinché gli spiegassimo dove si
trovavano i “nostri girasoli”. Senza capirne il motivo, gli
rispondemmo sommariamente. Il motivo si palesò qualche
giorno dopo la nostra scoperta.
Mentre eravamo la lavoro, sulla strada sterrata si fermò il
furgone del Sig. Patruno. -Che fate bambine, quello è un lavoro da uomini – disse . Io e
le mie sorelle ci guardammo per decidere chi avrebbe dovuto
parlare. Giovanna fece un cenno con la testa e poi disse – E chi
lo dice?-
L’uomo si mise a ridere di gusto aggiungendo – già
dimenticavo voi siete le figlie di Cosimo, siete bambine
particolari – concluse infilandosi in bocca un sigaro. -Particolari di che? – Chiesi mettendomi le mani sui fianchi. -Pinuccia stai buona – mi sussurò Maria aggiungendo poi
verso quell’uomo – Stiamo solo curando i nostri girasoli – -Vostri ?!?- ci disse buttando fuori il fumo di quel sigaro
appena acceso – e da quando vi avrei venduto il mio terreno?
Ditemi un po’?
Guardai le miei sorelle sorpresa. Ma come avevano fatto a non
pensarci? Loro erano grandi avrebbero dovuto saperlo che la
terra non è di tutti. A stento riuscii a trattenere le lacrime
mentre raccoglievamo i nostri attrezzi. Passandogli accanto
prima di montare in sella Maria gli chiese se potevamo
comunque occuparci dei girasoli. La risposta fu una sonora
risata. Ne’ un sì, ne’ un no. -Sto scemo- disse sottovoce Giovanna alla prima pedalata.
-Giovanna, smettila – l’azzittì Maria
Pedalammo in silenzio, non mi lamentai neppure della salita
che ci aspettava sempre prima di arrivare a casa. Decidemmo
che non ne avremmo parlato con mamma e papà per non farli
preoccupare. Il Sig. Patruno era una persona importante in
paese e non volevamo che papà si mettesse contro di lui. Se
avesse saputo che le sue bambine erano state cacciate da quella
terra incolta da uno sbruffone come il sig. Patruno, uh che cosa
sarebbe successo!
Sì, decidemmo di non dire nulla ma quando mamma mi chiese
come stavano i nostri girasoli scoppiai in un pianto
inconsolabile. Giovanna alzò gli occhi al cielo e Maria mi prese
in braccio nel tentativo di calmarmi.
A quel punto la frittata era fatta. -Ma guarda sto mascalzone cacciare tre bambine – disse papà
agitandosi su e giù per casa -Ma tu non lo sapevi che quella terra era di Patruno? – gli
chiese mamma -No certo che no. Avevo capito fosse più vicina alla strada, la
terra del Comune. Ma invece voi non eravate vicine alla strada
vero? – scuotemmo la testa tutte e tre come somari al pascolo. -Vabbè ora lavatevi, poi mangiamo e ci penseremo domani sul
da farsi.
Quella notte non dormii bene, e con me anche le mie sorelle. Il
lettone che Giovanna e Maria condividevano cigolò tutta la
notte a causa del loro continuo girarsi di qua e di là. Alle prime
ore della mattina papà mi svegliò per portarmi con lui.

-Lasciate che coltivino quel pezzo di terra arido- disse mio
padre al Sig. Patruno. Si era fatto annunciare così
all’improvviso nella sua bella casa al centro del paese. -Che vi costa ?- continuò deciso -Che mi costa? – Patruno scoppiò in una risata. Rideva sempre
quell’uomo.- Voi non sapete Cosimo che su quella terra, così
vicina alla strada si può costruire. -E cosa c’è da costruire?- Rispose mio padre -Case, negozi, forse un cinema chissà. Ho già ricevuto delle
offerte e a giorni deciderò- concluse. -Ma lì è campagna chi vuole che venga a viverci, a lavorarci?
– disse mio padre incredulo
-Verranno, verranno. Qui è bello, la gente si sposterà e questo
da piccolo paese diventerà un paese importante, forse un giorno
anche una città. Si chiama progresso, Cosimo.
Mio padre rimase imbambolato fermo con la mia mano nella
sua, così come era entrato in quella stanza. -Però posso fare una cosa per le vostre figlie- disse,
abbassandosi fino a guardarmi negli occhi – Posso permettere
loro di portarsi via i girasoli e piantarli dove meglio credono.
Tanto tu terreno ne tieni ancora vero? – chiese a mio padre,
alzandosi. -Sì, sì – farfugliò papà. -Allora d’accordo. Organizzatevi per i prossimi giorni, perché
non voglio avervi fra i piedi quando verranno gli acquirenti.
Io non avevo capito molto, ma la velocità del passo di papà
verso casa e il suo parlare veloce su come avremmo fatto a
prendere i girasoli mi rasserenò.
Piantammo i girasoli nell’ultimo piccolo pezzo di terra che
papà aveva conservato come orto e che, con il tempo e le nuove
semine, avremmo poi sacrificato a quei fiori meravigliosi. Oltre
a quel fazzoletto di terra, papà non ne aveva più, per questo era
andato a lavorare in quella fabbrica nel paese vicino. Salario
assicurato e meno fatica, così gli avevano detto. Il progresso se
l’era mangiata, la terra, approfittando della povertà e del
bisogno.


Quando il campo di girasoli fu pronto decise di fare
un’inaugurazione, una cosa ufficiale per la nostra famiglia.
Quel giorno mamma riuscì a vestirci da femmine, addirittura
con un fiocco in testa. Noi prendemmo le nostre biciclette e
loro il furgone per raggiungere il campo. Prima di partire però
papà chiamò il nostro vicino con la sua macchina fotografica.

E’ un momento importante – disse facendoci mettere in posa,
non proprio da signorine, a cavallo delle nostre biciclette.
A riguardarci ora non sembriamo molto felici, con quelle gonne
scomode e quei fiocchi nei capelli. Ma noi lo eravamo. Oh se lo
eravamo.

Vilma Buttolo

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Il racconto vincitore del premio letterario Randstad1969

Il 3 ottobre è stato un pomeriggio denso di emozioni in occasione della premiazione dei racconti del primo concorso letterario “Randstad 1969”.

L’idea di brevi racconti che prendessero origine dalle foto di Randstad 1969, ha entusiasmato ben 43 scrittori. Tra questi, studenti, operai, casalinghe, impiegati, uniti dal fascino di quelle immagini e dalle possibile storie che ne potevano nascere.

Le vincitrici del Premio letterario sono:

Al primo posto, Rossana Pavone con il racconto “I cervi del parco di Randstad”;

al secondo posto, Francesca Tilio con il racconto “Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″;

al terzo posto, Vilma Buttolo con “Il campo di girasoli”.

Diverse le menzioni: a Filippo Cirino con il racconto “300 ombrelli nella nebbia”; Agostino Di Sciullo con il racconto “O mio capitano”, ed infine la giuria ha voluto assegnare una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle (AN) ed alla loro professoresse Eugenia Giorgetti e Margherita Guadagno.

Quotidianamente pubblicheremo i racconti unitamente alla fotografia assegnata.


I cervi del parco di Randstad di Rossana Pavone

I CERVI DEL PARCO DI RANDSTAD


«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare»
[Jack Kerouac, On the Road]


Amsterdam, 1 gennaio 1969


Caro diario,
inizia un nuovo anno.
Durante le vacanze ho letto questo straordinario libro e ho trascritto le parole come un progetto.
Penso che solo i maschi possano essere liberi. Non hanno paura di niente.
Neanch’io ho paura di niente. Potrò mai viaggiare con l’autostop?
Per ora posso solo andare a scuola e tornare presto perché mamma conta su di me per stare con le
sorelline mentre lei è al lavoro.
Marieke ha dieci anni e Sanneke sei. Vanno alla scuola elementare.
Io ne compirò quattordici il 21 luglio e sono al primo anno del VWO . Vorrei studiare latino e greco.
E viaggiare.
Ma ho sentito mamma parlare con un’amica: vorrebbe mandarmi a una scuola tecnica.
Chissà se papà mi aiuterà. Lui e mamma litigano spesso. Papà sta poco in casa. Ha molto lavoro.
Qui incollo la foto di noi tre in scaletta. L’ha scattata papà.


Amsterdam, 15 gennaio 1969

Caro diario,

un altro libro che mi è piaciuto: Harper Lee, Il buio oltre la siepe. Mi vedo in Scout, l
protagonista. Orfana di madre. Si picchia con i maschi.
Io non sono orfana, ma mamma ha occhi solo per le sorelline.
Per me basta un secco: Anne sei grande! Nessun piccolo nome come per loro: Susanna la chiama
Sjoukje e Maria Marieke.
Niente di quello che faccio va bene. Oggi ho portato a casa un disegno che mi è venuto proprio
bello. A scuola parlano di una mostra dei nostri lavori migliori.
Volevo rappresentare l’ingiustizia e il razzismo come ho letto nel libro.
L’ho firmato Anouka. E non risponderò se non mi chiamano in questo modo.
Naturalmente mamma ha riso e non ha guardato il disegno.
Papà non dice niente.
Le sorelline hanno detto Bello! Ma erano distratte dai loro vestiti nuovi.
Sono molto carine, diverse da me. Io sono spigolosa e ho capelli scuri come papà. Loro sono
paffute e bionde come due stelle.


Amsterdam, 19 gennaio 1969


Caro diario,
è successa una cosa terribile.
È morto a Praga il ragazzo che si è dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica, Jan
Palach .
Non riesco a non pensare al suo dolore.
Sono corsa in camera piangendo. Le bambine giocavano.
Mamma ci ha chiamate per la merenda e io non sono andata. Dice che esagero.
Ho disegnato i carri armati e il fuoco, ma Jan no.
Incollo la sua foto “prima”.


Amsterdam, 21 luglio 1969


Caro diario,
oggi è il mio compleanno. Quattordici anni.
Da tanto non ti racconto niente. Disegno e, quando è bel tempo, vado in bici con Sanneke e
Marieke.
Loro sono sempre contente. Mamma non le sgrida e sembrano una lo specchio dell’altra. Bionde con le trecce. Mamma le pettina e le veste uguali.
Ho chiesto per regalo di tagliarmi i capelli a paggetto.
Papà mi ha regalato una scatola grande di colori ad acquerello e fogli da disegno.
Il bello di questo compleanno è che eravamo tutti insieme a tavola. Da tanto papà non mangiava con noi. È spesso fuori per lavoro. Anche all’estero.
Abbiamo tagliato la torta e poi siamo andati a vedere la tv. Tutti insieme.
Ma la cosa straordinaria di oggi è che un uomo ha camminato sulla luna. Camminato.
Si chiama Neil Armstrong ed è americano.
Credo che lui non sarà mai più come prima. E neanch’io.
Guardo la luna e penso al libro di Jules Verne che ho letto da piccola, Dalla Terra alla Luna, a
certi quadri, alle poesie, al Clair de lune di Debussy. Ma ora so che ci hanno camminato sopra davvero. Debussy avrebbe scritto il Clair de Lune?
Queste sono le foto ritagliate dal giornale.


Amsterdam, 16 agosto 1969


Caro diario,
scrivo poco. Disegno, ma quello che disegno non è mai come lo vedo. Credo succedesse anche a
Vincent van Gogh. Non lo dico a mamma perché mi prenderebbe in giro.
Vorrei diventare giornalista.
Se fossi giornalista vorrei essere a Woodstock. Non so come tanta gente stia


Tengo fra le mani questo quaderno con la copertina arancione. Sulla prima pagina c’è il divieto di leggere il mio diario segreto. Nell’ultima la frase è interrotta.
Sono passati cinquant’anni. Cinquantuno.
Tengo fra le mani il cuore di un’ Anouka di quattordici anni.
Vorrei dirle di non avere paura, di credere in sé stessa, di impegnarsi a essere felice.
Leggo i pensieri, le notizie, i libri che l’avevano colpita. Guardo gli schizzi, le scritte colorate: non lo sapeva, ma si stava esprimendo in una sorta di Poesia visiva. L’avrebbe imparato più tardi.
Anzi: l’avrei imparato. Parlo di me come di un’altra.
Quell’anno papà se ne andò. I soggiorni in Francia erano sempre più frequenti e più lunghi. Poi si fermò a Parigi.
La mamma ci spiegò qualcosa, ma si contraddiceva: non sapevo se fosse ferita o sollevata. Anni dopo avrei capito.
Mio padre non disse niente.
Io mi sentivo sola, abbandonata. Mi sarei sentita sola e abbandonata sempre, da allora.
Qualche volta raggiunsi papà a Parigi, una città che mi faceva sentire bene.
A diciott’anni decisi di restare anch’io a Parigi. Mi mantenevo con lavoretti, traduzioni e
frequentavo una scuola d’arte. Volevo dedicarmi al restauro.
Papà mi aiutava, ma non ci vedevamo spesso. Pareva sempre in fuga.
Una volta lo vidi al caffè con una signora. Non erano più giovani, ma papà copriva con la sua la mano di lei sul tavolino. Aveva un volto felice che non gli avevo mai visto e tutti e due sembravano brillare come se nel locale ci fossero solo loro.
Da casa mi arrivavano lettere stiracchiate. Ogni tanto tornavo ad Amsterdam, ma ero a disagio.
C’era Staas, adesso, con loro.
Lo conoscevo fin da piccola. Era un collega di papà, biondo e grande. Aveva un debole per le mie sorelline e veniva spesso a trovarci. Ci teneva compagnia quando papà era via. Ci portava a cinema, al parco. Si fermava a cena e arrivava con grandi vassoi di dolci. Le bambine gli facevano festa e la mamma era contenta.
Dentro il quaderno ho trovato foto di quell’ultimo anno di bambina. O quasi bambina. Sognavo in grande con cuore bambino.
Noi in bici, per strada, mentre prendiamo il pullmino per la scuola. Ce ne sono un paio con mamma.

C’è la foto di un bozzetto sopra il tappeto del soggiorno. Credo di averlo disegnato sdraiata su quel tappeto, come facevo sempre: una bambina che tiene in mano tanti palloncini colorati.
La stessa foto la trovai nel portafoglio di papà quando Claudine mi avvertì della sua morte
improvvisa e mi permise di scegliere quello che mi interessava conservare.
Claudine era una signora dolce e aveva voluto molto bene a papà. Insieme erano stati felici di piccole cose e di certe avventure e viaggi che forse papà aveva desiderato tutta la vita, ma con mamma non era riuscito a realizzare.
Mamma era rigida e accentratrice. Era lei a decidere chi far entrare nel suo mondo e a chi concedere sorrisi e buon umore. Per chi cucinare e farsi bella. A chi piacere.
Papà era stato presto escluso dal calore di cui aveva disperato bisogno. E anch’io ne ero rimasta esclusa quasi contemporaneamente.
In quel mondo era entrato il biondo grande prevedibile Staas, al quale non interessavano i libri che leggeva papà, né si arrovellava per capire cosa si nascondesse dietro certe notizie riportate dai giornali, con il quale mamma non doveva far fatica per seguire un ragionamento. Bastava arrivasse con un regalino un po’ vistoso o dicesse che la portava fuori a pranzo per vederla ridere. Staas che così bene si era inserito nel vuoto lasciato da papà. Molto prima che papà lasciasse un vuoto.
Crescendo mi accorsi di quanto Sanneke e Marieke fossero identiche a Staas, grandi bionde e superficiali.
Fu quel giorno in cui lasciai la pagina del diario a metà. E non potevo confidarmi con nessuno.
Raccolsi i cocci della mia infanzia, anche se a quattordici anni avrei dovuto essere già fuori
dall’infanzia. Credo che in qualche modo avessi rallentato la crescita per cercare di essere come le sorelline, stare con loro, respirare la loro serena inconsapevolezza, rubare un po’ dell’amore che non era per me.
Quel giorno i miei quattordici anni mi chiamarono alla realtà.
Eravamo nel parco con mamma e Staas. Papà era a Parigi.
La zona di Randstad dove abitavamo è la più industrializzata e l’amministrazione ha creato oasi verdi facilmente raggiungibili per le famiglie.
Guardo questa foto del parco. Dev’essere stata scattata da papà l’anno prima, quando con noi c’era lui, ed è proprio il luogo in cui diventai grande, in cui mi sentii sola, in cui mi sentii abbandonata.
Il parco mi pareva troppo finto, con i cervi che si lasciano avvicinare senza paura, il recinto perché non oltrepassino il canale, gli alberi protetti dalle scorticature dei loro denti, la palizzata che impedisce alle rive del canale di franare.
Di là dagli alberi c’era il bosco, gli animali nel loro ambiente e mi sentivo in trappola come i cervi che brucavano senza ricordare la libertà. Ero a disagio e avrei voluto andare oltre gli alberi.
Ne nacque una discussione che finì come sempre in risate al mio indirizzo.
Mi allontanai verso l’acqua. Le sorelline erano corse vie per un loro gioco.
Tornando ascoltai mamma che si lamentava di come fossi uguale a mio padre, menomale che le altre due erano identiche a lui, a Staas. Vidi come lui la abbracciava per consolarla. Capii.
Capii perché papà non c’era mai e quel suo sforzo per farmi soffrire il meno possibile.
Decisi che me ne sarei andata presto. On the road, come i maschi . O con il diploma di scuola
superiore.
Della mia famiglia sono rimaste Sanneke e Marieke. A volte ci incontriamo.

Claudine è morta da tanti anni. Eravamo diventate amiche e aveva saputo ricucire la distanza fra me e papà.
Cercava di insegnarmi a essere felice.
C’è sempre modo di ricominciare, diceva, guarda noi. E voleva dire lei e papà.
Mi aveva regalato il suo “Alice nel paese delle meraviglie”, tutto sottolineato.
Sulla prima pagina: A Anouka con affetto.
E aveva trascritto il dialogo con il gatto, prima della bella firma svolazzante:
«Quale via dovrei prendere?»
«Dipende dove vuoi andare…»
«Ma io non so dove andare!»
«Allora non importa quale via prendere».


Adesso devo fare una scelta senza paura di essere felice.


Rossana Pavone