Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna


“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna

Anne e i tulipani magici

Da quando la mamma si era ammalata, per Anne la vita era diventata improvvisamente una girandola senza colori. Per lei, creatura di appena cinque anni, comprendere i motivi per cui la madre trascorreva le giornate a letto con lo sguardo fisso nel vuoto, era un mistero indecifrabile. Che fosse a causa sua? Anne se l’era chiesto più volte, negli ultimi tempi. Ma non era così. Da oltre sei mesi, la signora Hellen Dutch era in preda ad una crisi depressiva senza apparente via d’uscita, causata dalla prematura scomparsa del marito e del figlioletto di appena sette mesi in seguito ad un tragico incidente stradale. A nulla erano valsi gli antidepressivi e le cure suggerite dal medico; a nulla erano valsi i tentativi di Anne per cercare di fare tornare il sorriso sul volto della mamma. Per fortuna che c’era nonna Ellie ad occuparsi della piccola anche se Anne, a dispetto della giovane età, pareva essere tutto fuorché una bambina. 

Il 10 aprile del 1979 pareva un giorno come tanti altri. Dopo aver consumato un’abbondante colazione, mentre nonna Eolie era intenta a sbrigare le faccende domestiche, Anne si era messa a giocare in soggiorno. Ad un certo punto, una delle sue sfere magiche, era finita sotto la poltrona. La bambina, allora, vi si era infilata sotto di tutto punto, cercando di allungarsi a più non posso per riprendere l’oggetto del suo ludibrio. Le sue mani, tastando nel buio, avevano però trovato qualcos’altro: un libro! Si trattava di un’opera di Max Lüscher, dal titolo ”Color – the mother tongue of the unconscious”. La bambina era subito corsa dalla nonna, gridando: “Nonna, nonna, guarda cosa ho trovato. Un libro! Mi dici di cosa parla?”. Nonna Ellie, aveva riconosciuto subito quel testo: lo aveva regalato lei alla figlia. “Cara Anne, è un libro troppo impegnativo per una bimba di 5 anni. Te lo leggerò quando sarai più grande. Ti posso solo dire, in parole povere, che spiega come i colori possono essere strumenti di guarigione, cambiando il nostro modo di vivere per aiutarci a stare bene”. “Va bene nonna”, aveva replicato la piccola, mentre tornava a cercare la sua sfera magica.

Qualche minuto dopo, però, le era balenata in mente un’idea: se i colori miglioravano la vita, allora alla sua mamma servivano i colori. E cosa c’era di più colorato, al mondo, dei tulipani? Anne, aveva sentito parlare del Keukenhof Park, ad Amsterdam, un immenso parco adorno di tulipani dalle tinte più variegate. Nel mese di aprile, dalla città ove la bambina viveva, ovvero Halfweg, quasi ogni giorno, c’erano bus speciali che andavano proprio là. Nello specifico, c’era un piccolo pulmino, da non più di 20/25 posti, che, un paio di volte a settimana (il martedì e il giovedì per la precisione) era riservato esclusivamente alle scolaresche (ovviamente accompagnate dalle maestre). Peccato che Anne non andasse ancora a scuola, pur dimostrando comunque più dei suoi 5 anni. 

Quel giorno, il 10 aprile, cadeva proprio di martedì: Anne avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Doveva farlo per far tornare il sorriso alla sua mamma. A qualunque costo. Già, ma come?

La bambina aveva notato che il pulmino fermava nella piazza adiacente la sua abitazione e che, di norma, passava intorno alle 14,00. Quella era l’ora in cui nonna Ellie, dopo averla messa a letto nella sua stanzetta, coglieva l’occasione per andare a riposarsi per un paio d’ore. Ecco, era quello il momento giusto per sgattaiolare fuori di casa senza essere vista. 

Se l’era filata in fretta e furia intorno alle 13,50, appena avuta la conferma che nonna Ellie si fosse addormentata (il suo russare era inconfondibile). Nel giro di pochi istanti aveva raggiunto la piazza dove, un pulmino di un color grigio cenere, attendeva la rumorosa scolaresca presente. Facendo finta di conoscere due delle bambine che le erano parse più mansuete, Anne era riuscita ad intrufolarsi sul mezzo senza destare sospetto alcuno. Allo stesso modo, anche all’atto dell’appello, approfittando della confusione che solo i bambini delle elementari sanno creare, era riuscita a spacciarsi per una tal Ingrid Halle che, evidentemente, era rimasta a casa (o era in forte ritardo). 

Nemmeno quindici minuti di strada e la scolaresca era arrivata a destinazione. Durante il breve viaggio, Anne era stata bravissima nell’immedesimarsi nei panni di una bambina di tre anni più grande, socializzando immediatamente con gli altri membri del gruppo. Anzi, pareva fosse da sempre una di loro.

Arrivati al parcheggio, le maestre avevano fatto scendere la scolaresca, ripetendo l’appello. Tutti presenti. Bene. Erano entrati al Keukenhof Park con vari stati d’animo: euforiche le bambine, decisamente meno i maschietti, che sarebbero stati più interessati ad una sfida a football. Nemmeno il tempo di varcare l’ingresso, però, che gli occhi dell’intera truppa si erano riempiti di stupore ed un fragoroso, quanto estasiato “Ooooohhhhhh”, era uscito dalle loro bocche. Ciò che si presentava dinanzi a loro era un’infinita quanto meravigliosa oasi d’arcobaleno, con una serie di colori che nemmeno nei loro sogni più fantasiosi, i bambini avevano mai accarezzato. “Il Paradiso”, aveva esclamato Anne, attirando su di sé gli sguardi ammirati e concordi di tutti gli altri bambini.

Avevano camminato per oltre tre ore, senza nemmeno accorgersene. Si erano comportati meglio del previsto, più adeguatamente di quanto potesse aver osato immaginare una qualsiasi maestra alla quale vengono affidati una ventina di bambini di quell’età. Solo il calare del sole e i primi crampi allo stomaco (chi aveva avuto tempo di pensare alla merenda) avevano iniziato a rendere il gruppetto un po’ più rumoroso. Era ormai tempo di lasciare quel meraviglioso parco per fare ritorno a casa. Ad ogni bambino, oltre ad una confezione di bulbi, era stato donato un cesto di tulipani da portare con sé, in modo da rendere indelebile il ricordo di quella giornata. Era tutto quello che Anne voleva, tutto ciò in cui la bambina riponeva le proprie speranze.

La bambina, però, dopo aver trascorso il pomeriggio nel più totale oblio, aveva iniziato a realizzare che a casa, probabilmente, la stavano cercando disperatamente. Non aveva lasciato indizi né tanto meno segnali della sua fuga. Chissà come era preoccupata nonna Ellie: si prospettava una serata difficile, ma era certa che, grazie al cesto di tulipani e soprattutto a quei colori, avrebbe fatto tornare il sorriso sul volto di sua mamma. E questo valeva di più di mille rimproveri, castighi o schiaffi.

Il viaggio di ritorno aveva richiesto più tempo, mezz’ora circa, a causa del maggior traffico dovuto al rientro dei lavoratori alle loro case. Anne lo aveva trascorso nel silenzio dei propri pensieri, cercando di immaginare gli scenari che l’attendevano. Arrivati ad Halfweg, i bambini avevano trovato i genitori ad attenderli: tutti tranne una, ovviamente. Anche in questo caso Anne, era riuscita ad aggirare l’ostacolo fingendo di farsi accompagnare a casa da un’altra famiglia, in modo da tranquillizzare le maestre. Dopo un breve tratto di strada, assicuratasi che nessuno la stesse tenendo d’occhio, aveva cambiato direzione, svoltando l’angolo e…….si era trovata davanti tre macchine della polizia. L’aveva combinata proprio grossa allora.

Dalla casa si sentivano i pianti di nonna Ellie, che continuava a ripetere “É tutta colpa mia, è tutta colpa mia”. Alla finestra del piano superiore c’era Hellen, la madre della bambina: aveva lo sguardo apparentemente assente ma, man mano che si avvicinava, Anne poteva vedere che gli occhi della madre stavano lacrimando.

“Anne, Anne! Sei viva figlia mia”. Hellen aveva aperto la finestra e stava urlando a squarciagola. Anne, allora, aveva iniziato a correre, gridando “Mamma, mamma!”. Nel giro di pochi istanti, Hellen si era precipitata giù dalle scale e correndo come se non ci fosse un domani per riabbracciare la figlia. “Anne, dove eri finita, amore mio?”

“Questa mattina ho trovato un libro sotto la poltrona. Ho chiesto a nonna Ellie se me lo leggeva, ma mi ha risposto che ero troppo piccola per capire; mi ha solo detto che i colori possono far guarire le persone, mamma. Allora ho pensato a come fare e mi sono venuti in mente i tulipani. Vedi, mamma, questi sono per te. Volevo rivedere il tuo sorriso, volevo che tu stessi bene. La nonna aveva ragione: i colori ci aiutano a stare bene. E da oggi in avanti, colorerò ogni giorno per te, mamma!”.

Enrico Danna

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“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

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“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

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Il racconto vincitore del premio letterario Randstad1969

Il 3 ottobre è stato un pomeriggio denso di emozioni in occasione della premiazione dei racconti del primo concorso letterario “Randstad 1969”.

L’idea di brevi racconti che prendessero origine dalle foto di Randstad 1969, ha entusiasmato ben 43 scrittori. Tra questi, studenti, operai, casalinghe, impiegati, uniti dal fascino di quelle immagini e dalle possibile storie che ne potevano nascere.

Le vincitrici del Premio letterario sono:

Al primo posto, Rossana Pavone con il racconto “I cervi del parco di Randstad”;

al secondo posto, Francesca Tilio con il racconto “Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″;

al terzo posto, Vilma Buttolo con “Il campo di girasoli”.

Diverse le menzioni: a Filippo Cirino con il racconto “300 ombrelli nella nebbia”; Agostino Di Sciullo con il racconto “O mio capitano”, ed infine la giuria ha voluto assegnare una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle (AN) ed alla loro professoresse Eugenia Giorgetti e Margherita Guadagno.

Quotidianamente pubblicheremo i racconti unitamente alla fotografia assegnata.


I cervi del parco di Randstad di Rossana Pavone

I CERVI DEL PARCO DI RANDSTAD


«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare»
[Jack Kerouac, On the Road]


Amsterdam, 1 gennaio 1969


Caro diario,
inizia un nuovo anno.
Durante le vacanze ho letto questo straordinario libro e ho trascritto le parole come un progetto.
Penso che solo i maschi possano essere liberi. Non hanno paura di niente.
Neanch’io ho paura di niente. Potrò mai viaggiare con l’autostop?
Per ora posso solo andare a scuola e tornare presto perché mamma conta su di me per stare con le
sorelline mentre lei è al lavoro.
Marieke ha dieci anni e Sanneke sei. Vanno alla scuola elementare.
Io ne compirò quattordici il 21 luglio e sono al primo anno del VWO . Vorrei studiare latino e greco.
E viaggiare.
Ma ho sentito mamma parlare con un’amica: vorrebbe mandarmi a una scuola tecnica.
Chissà se papà mi aiuterà. Lui e mamma litigano spesso. Papà sta poco in casa. Ha molto lavoro.
Qui incollo la foto di noi tre in scaletta. L’ha scattata papà.


Amsterdam, 15 gennaio 1969

Caro diario,

un altro libro che mi è piaciuto: Harper Lee, Il buio oltre la siepe. Mi vedo in Scout, l
protagonista. Orfana di madre. Si picchia con i maschi.
Io non sono orfana, ma mamma ha occhi solo per le sorelline.
Per me basta un secco: Anne sei grande! Nessun piccolo nome come per loro: Susanna la chiama
Sjoukje e Maria Marieke.
Niente di quello che faccio va bene. Oggi ho portato a casa un disegno che mi è venuto proprio
bello. A scuola parlano di una mostra dei nostri lavori migliori.
Volevo rappresentare l’ingiustizia e il razzismo come ho letto nel libro.
L’ho firmato Anouka. E non risponderò se non mi chiamano in questo modo.
Naturalmente mamma ha riso e non ha guardato il disegno.
Papà non dice niente.
Le sorelline hanno detto Bello! Ma erano distratte dai loro vestiti nuovi.
Sono molto carine, diverse da me. Io sono spigolosa e ho capelli scuri come papà. Loro sono
paffute e bionde come due stelle.


Amsterdam, 19 gennaio 1969


Caro diario,
è successa una cosa terribile.
È morto a Praga il ragazzo che si è dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica, Jan
Palach .
Non riesco a non pensare al suo dolore.
Sono corsa in camera piangendo. Le bambine giocavano.
Mamma ci ha chiamate per la merenda e io non sono andata. Dice che esagero.
Ho disegnato i carri armati e il fuoco, ma Jan no.
Incollo la sua foto “prima”.


Amsterdam, 21 luglio 1969


Caro diario,
oggi è il mio compleanno. Quattordici anni.
Da tanto non ti racconto niente. Disegno e, quando è bel tempo, vado in bici con Sanneke e
Marieke.
Loro sono sempre contente. Mamma non le sgrida e sembrano una lo specchio dell’altra. Bionde con le trecce. Mamma le pettina e le veste uguali.
Ho chiesto per regalo di tagliarmi i capelli a paggetto.
Papà mi ha regalato una scatola grande di colori ad acquerello e fogli da disegno.
Il bello di questo compleanno è che eravamo tutti insieme a tavola. Da tanto papà non mangiava con noi. È spesso fuori per lavoro. Anche all’estero.
Abbiamo tagliato la torta e poi siamo andati a vedere la tv. Tutti insieme.
Ma la cosa straordinaria di oggi è che un uomo ha camminato sulla luna. Camminato.
Si chiama Neil Armstrong ed è americano.
Credo che lui non sarà mai più come prima. E neanch’io.
Guardo la luna e penso al libro di Jules Verne che ho letto da piccola, Dalla Terra alla Luna, a
certi quadri, alle poesie, al Clair de lune di Debussy. Ma ora so che ci hanno camminato sopra davvero. Debussy avrebbe scritto il Clair de Lune?
Queste sono le foto ritagliate dal giornale.


Amsterdam, 16 agosto 1969


Caro diario,
scrivo poco. Disegno, ma quello che disegno non è mai come lo vedo. Credo succedesse anche a
Vincent van Gogh. Non lo dico a mamma perché mi prenderebbe in giro.
Vorrei diventare giornalista.
Se fossi giornalista vorrei essere a Woodstock. Non so come tanta gente stia


Tengo fra le mani questo quaderno con la copertina arancione. Sulla prima pagina c’è il divieto di leggere il mio diario segreto. Nell’ultima la frase è interrotta.
Sono passati cinquant’anni. Cinquantuno.
Tengo fra le mani il cuore di un’ Anouka di quattordici anni.
Vorrei dirle di non avere paura, di credere in sé stessa, di impegnarsi a essere felice.
Leggo i pensieri, le notizie, i libri che l’avevano colpita. Guardo gli schizzi, le scritte colorate: non lo sapeva, ma si stava esprimendo in una sorta di Poesia visiva. L’avrebbe imparato più tardi.
Anzi: l’avrei imparato. Parlo di me come di un’altra.
Quell’anno papà se ne andò. I soggiorni in Francia erano sempre più frequenti e più lunghi. Poi si fermò a Parigi.
La mamma ci spiegò qualcosa, ma si contraddiceva: non sapevo se fosse ferita o sollevata. Anni dopo avrei capito.
Mio padre non disse niente.
Io mi sentivo sola, abbandonata. Mi sarei sentita sola e abbandonata sempre, da allora.
Qualche volta raggiunsi papà a Parigi, una città che mi faceva sentire bene.
A diciott’anni decisi di restare anch’io a Parigi. Mi mantenevo con lavoretti, traduzioni e
frequentavo una scuola d’arte. Volevo dedicarmi al restauro.
Papà mi aiutava, ma non ci vedevamo spesso. Pareva sempre in fuga.
Una volta lo vidi al caffè con una signora. Non erano più giovani, ma papà copriva con la sua la mano di lei sul tavolino. Aveva un volto felice che non gli avevo mai visto e tutti e due sembravano brillare come se nel locale ci fossero solo loro.
Da casa mi arrivavano lettere stiracchiate. Ogni tanto tornavo ad Amsterdam, ma ero a disagio.
C’era Staas, adesso, con loro.
Lo conoscevo fin da piccola. Era un collega di papà, biondo e grande. Aveva un debole per le mie sorelline e veniva spesso a trovarci. Ci teneva compagnia quando papà era via. Ci portava a cinema, al parco. Si fermava a cena e arrivava con grandi vassoi di dolci. Le bambine gli facevano festa e la mamma era contenta.
Dentro il quaderno ho trovato foto di quell’ultimo anno di bambina. O quasi bambina. Sognavo in grande con cuore bambino.
Noi in bici, per strada, mentre prendiamo il pullmino per la scuola. Ce ne sono un paio con mamma.

C’è la foto di un bozzetto sopra il tappeto del soggiorno. Credo di averlo disegnato sdraiata su quel tappeto, come facevo sempre: una bambina che tiene in mano tanti palloncini colorati.
La stessa foto la trovai nel portafoglio di papà quando Claudine mi avvertì della sua morte
improvvisa e mi permise di scegliere quello che mi interessava conservare.
Claudine era una signora dolce e aveva voluto molto bene a papà. Insieme erano stati felici di piccole cose e di certe avventure e viaggi che forse papà aveva desiderato tutta la vita, ma con mamma non era riuscito a realizzare.
Mamma era rigida e accentratrice. Era lei a decidere chi far entrare nel suo mondo e a chi concedere sorrisi e buon umore. Per chi cucinare e farsi bella. A chi piacere.
Papà era stato presto escluso dal calore di cui aveva disperato bisogno. E anch’io ne ero rimasta esclusa quasi contemporaneamente.
In quel mondo era entrato il biondo grande prevedibile Staas, al quale non interessavano i libri che leggeva papà, né si arrovellava per capire cosa si nascondesse dietro certe notizie riportate dai giornali, con il quale mamma non doveva far fatica per seguire un ragionamento. Bastava arrivasse con un regalino un po’ vistoso o dicesse che la portava fuori a pranzo per vederla ridere. Staas che così bene si era inserito nel vuoto lasciato da papà. Molto prima che papà lasciasse un vuoto.
Crescendo mi accorsi di quanto Sanneke e Marieke fossero identiche a Staas, grandi bionde e superficiali.
Fu quel giorno in cui lasciai la pagina del diario a metà. E non potevo confidarmi con nessuno.
Raccolsi i cocci della mia infanzia, anche se a quattordici anni avrei dovuto essere già fuori
dall’infanzia. Credo che in qualche modo avessi rallentato la crescita per cercare di essere come le sorelline, stare con loro, respirare la loro serena inconsapevolezza, rubare un po’ dell’amore che non era per me.
Quel giorno i miei quattordici anni mi chiamarono alla realtà.
Eravamo nel parco con mamma e Staas. Papà era a Parigi.
La zona di Randstad dove abitavamo è la più industrializzata e l’amministrazione ha creato oasi verdi facilmente raggiungibili per le famiglie.
Guardo questa foto del parco. Dev’essere stata scattata da papà l’anno prima, quando con noi c’era lui, ed è proprio il luogo in cui diventai grande, in cui mi sentii sola, in cui mi sentii abbandonata.
Il parco mi pareva troppo finto, con i cervi che si lasciano avvicinare senza paura, il recinto perché non oltrepassino il canale, gli alberi protetti dalle scorticature dei loro denti, la palizzata che impedisce alle rive del canale di franare.
Di là dagli alberi c’era il bosco, gli animali nel loro ambiente e mi sentivo in trappola come i cervi che brucavano senza ricordare la libertà. Ero a disagio e avrei voluto andare oltre gli alberi.
Ne nacque una discussione che finì come sempre in risate al mio indirizzo.
Mi allontanai verso l’acqua. Le sorelline erano corse vie per un loro gioco.
Tornando ascoltai mamma che si lamentava di come fossi uguale a mio padre, menomale che le altre due erano identiche a lui, a Staas. Vidi come lui la abbracciava per consolarla. Capii.
Capii perché papà non c’era mai e quel suo sforzo per farmi soffrire il meno possibile.
Decisi che me ne sarei andata presto. On the road, come i maschi . O con il diploma di scuola
superiore.
Della mia famiglia sono rimaste Sanneke e Marieke. A volte ci incontriamo.

Claudine è morta da tanti anni. Eravamo diventate amiche e aveva saputo ricucire la distanza fra me e papà.
Cercava di insegnarmi a essere felice.
C’è sempre modo di ricominciare, diceva, guarda noi. E voleva dire lei e papà.
Mi aveva regalato il suo “Alice nel paese delle meraviglie”, tutto sottolineato.
Sulla prima pagina: A Anouka con affetto.
E aveva trascritto il dialogo con il gatto, prima della bella firma svolazzante:
«Quale via dovrei prendere?»
«Dipende dove vuoi andare…»
«Ma io non so dove andare!»
«Allora non importa quale via prendere».


Adesso devo fare una scelta senza paura di essere felice.


Rossana Pavone

Fotografia, Photography

50 anni di Randstad1969!!

*Oggi i telegiornali vi diranno che sono passati esattamente 50 anni dall’ultima esibizione pubblica dei Beatles, avvenuta per l’occasione sul tetto della Apple Record di Londra.
In Olanda invece qualcuno acquistava una copia del “Randstad”, il giornale che è arrivato fino a noi in compagnia dei 141 rullini da sviluppare.
Ci piace immaginare che questo semplice foglio di carta stampata abbia protetto nel tempo le fotografie impresse e tutte ancora da riportare alla luce ed è così, come a rendergli omaggio, abbiamo intitolato il progetto “Randstad1969”.
Il ’69 si è visto protagonista di molti avvenimenti importanti come il primo sbarco sulla Luna , raccontato per noi dal giornalista Tito Stagno con il suo storico «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»
A dicembre tra Roma e Milano una serie di bombe da l’avvio a quelli che vennero definiti”Gli anni di Piombo”.
Questi e tanti altri fatti segnarono l’anno 1969 e chissà se negli ultimi 40 rullini da sviluppare qualcuno di essi è stato impresso nelle pellicole. Lo scopriremo insieme.

[Pierluigi Ortolano]

Fotografia

Le Bambine di Randstad1969

Una delle prime fotografie rinvenute nei nostri rullini è stata quella che è diventata l’immagine iconica del progetto,le tre bambine in bicicletta.

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Man mano che il nostro lavoro di sviluppo è andato avanti abbiamo potuto vedere che sono una costante per l’occhio del nostro sconosciuto fotografo, che romanticamente ci piace immaginare come il loro papà così attento a rendere indelebile ogni giorno della loro vita.

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La maggior parte dei negativi contiene un momento della quotidianità di queste bimbe a volte in compagnia di una donna che possiamo supporre essere la loro mamma.

Una di queste foto ha ispirato la nostra carissima amica Raffaella con una dedica che potete leggere ed ascoltare QUI.

Vi lasciamo alle immagini e vi ricordiamo di contattarci per chiederci come contribuire al progetto Randstad1969.

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Photography

Randstad1969…In Tour..Incontra il Vostok100K (La video intervista)

Molti di voi ricorderanno che poco più di un mese fa abbiamo incontrato,nella suggestiva cornice di  Bagni VittoriaLorenzo Scaraggi, un viaggiatore narratore di storie come ama definirsi, che a bordo del suo Vostok100K  ha percorso il viaggio a ritroso intrapreso da Pier Paolo Pasolini nel 1959 da Ventimiglia a Trieste “La lunga strada di sabbia”. Il suo viaggio, #Lungomareitalia, lo ha portato a percorrere lentamente a bordo del Vostok100k le coste italiane alla ricerca di incontri, luoghi, tradizioni e storie da raccontare. Lorenzo sin dal primo istante è rimasto colpito dalla storia delle pellicole di Randstad1969 ed è per questo che ha deciso di fare tappa da noi e salire a bordo di Civico Zero dove ci ha fatto qualche domanda ed ha potuto ammirare una selezione delle fotografie stampate.

Queste le sue parole per introdurre al video che vi invitiamo a guardare per conoscere meglio il lavoro svolto finora.

Nel corso di #lungomareitalia, il mio viaggio lungo le coste italiane, mi è capitato di viaggiare nello spazio, nelle parole della gente che ho incontrato, viaggiare attraverso i luoghi e le tradizioni.
E mi è capitato anche di viaggiare nel tempo, indietro nel tempo.
A Vasto, presso Bagni Vittoria ho incontrato Pierluigi e Davide, papà dell’associazione CivicoZero che altro non è che un’associazione cuturale itinerante che ha sede in un vecchio camper.

Pierluigi e Davide da un anno stanno viaggiando nel tempo grazie a Randstad 1969 (www.randstad1969.com) un progetto fotografico molto ambizioso: hanno comprato una misteriosa scatola con decine di rullini fotografici avvolti in un foglio di un giornale olandese del 1969, il Randstad.
Attraverso raccolte fondi e piccole azioni di autofinanziamento i due ragazzi abruzzesi stanno rivelando un mondo, quello contenuto nei rullini che vengono sviluppati poco per volta, che altrimenti sarebbe rimasto impigliato nelle pieghe dell’oblio.

Grazie Lorenzo e come sempre Vostok100k avanti tutta!!

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Periferie dell’anima

 

 

Mio padre ci veste sempre uguali

È come se volesse livellare l’amore dandogli una forma estetica rassicurante

Siamo statue in bianco e nero alla periferia del suo antico dolore

“Fiori in mezzo ai fiori” ci dice prima di scattare l’ennesima fotografia in mezzo ad una campagna incerta

Sotto un cespuglio orgoglioso di gemme

Le mie sorelle paffute assecondano la sua fame di ricordi, ci provano a sorridere, anche se le mani lungo i fianchi esprimono una stanchezza lunare

Io vorrei fuggire ogni volta che ci disegna in un quadro e rovinare la prospettiva e mettermi a saltare e urlare e strappare petali a manciate

Lui si lamenta, dice che sono troppo rigida…una posa innaturale…

Innaturale tutta la nostra vita di bambine che crescono a dispetto di tutto il vuoto intorno

Papà trascorre un tempo molto lungo a togliere polvere dalle credenze antiche, dalle porcellane finissime, dai gioielli di mamma

Un giorno di settembre incartato di nebbia mamma ci ha baciate sulla guancia e si è lasciata inghiottire dal fiume di un sogno

Mentre spariva dolcemente papà l’ha fotografata

Da allora noi viviamo sempre in posa con il cuore che decide di sospendersi prima dell’ennesimo scatto

 Io sono la più grande e per questo sento il peso di una tristezza più grande

Stamattina mi sono svegliata che ancora la notte respirava sul giorno e ho aspettato che la luce sciogliesse l’attesa della natura

Ho pensato a come tutto si muove intorno, a volte anche in modo impercettibile

E a quanto sia difficile fermare la vita

Quando papà ci dice di stare ferme, così… in posa plastica… sistemando riccioli e pieghe delle gonne ho paura di morire

Di finire l’innocenza in quella bugia

Per fortuna però tutto ricomincia, tutto si muove, tutto diventa qualcos’altro

Devo prendere l’ultimo rullino e nasconderlo al mondo che verrà

Io e le mie sorelle stamattina costruiremo un meraviglioso aquilone.

[ Raffaella Zaccagna ]

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Quota 41 per Randstad1969

Il 41 non sta per la temperatura di questi giorni d’estate anche se, quando il nostro stampatore Franco Glieca ci avvisa che sono pronti i nuovi sviluppi la temperatura sale e non poco!

Avrete capito che 41 è il numero di pellicole sviluppate finora, un traguardo questo che dobbiamo ai tanti amici che ci seguono e che hanno deciso di sostenere il nostro progetto.

Per ringraziarvi tutti da oggi aggiorneremo la galleria delle immagini trovate ogni 10 pellicole sviluppate.

Di seguito il primo editing.

Fateci sapere cosa ne pensate!!

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Restano ancora 100 rullini da sviluppare, chiedeteci come fare per avere una stampa e così contribuire a Randstad1969!!

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Crowdfunding Randstad 1969 – 39 giorni per scrivere una pagina di storia

Qual’è il momento esatto in cui nasce un’emozione?
In quale luogo si fermano le storie interrotte?
Cosa le blocca?
Cosa le libera?
E cos’è che le fa tornare con urgenza, con prepotenza fino a mutarle nella loro forma definitiva?

Centoquarantuno rullini fotografici mai sviluppati impressi nei Paesi Bassi da un fotografo di cui non conosciamo il nome.
Una storia che inizia nel 1969 e che oggi può essere letta attraverso il progetto di crowdfunding appena lanciato sulla piattaforma KissKissBankBank.
Ti sarà riconosciuta una ricompensa per ringraziarti della collaborazione.
E ti ringraziamo anche a nome del fotografo ignoto.
Col tuo contributo toglieremo la polvere depositata in quasi cinquant’anni.
Insieme troveremo risposte, altre domande, sguardi, luoghi.
Conosceremo gli occhi di un fotografo e la loro geografia emozionale.
Sveleremo tante storie, tanta storia.

A questo link la pagina per accedere al Crowdfunding con tutti i dettagli

https://www.kisskissbankbank.com/it/projects/randstad1969

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