Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani


“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani

Marzamemi, 21 febbraio 1967.

Tore mio, comu siti? 

È passata quella brutta anfluenza che ti aveva messo a casa il mese scorso? Hai penzato di sicuro che la mia risposta non arrivava, ma il poco di ritardo, è perché ho spittato prima di scriverti. Non vuol dire che non t’ho pensato, anzi, l’ho fatto di più. 

Qui la vita è sempre uguale, ma in me qualcosa comincia a cangiari. Altri giorni che passano, mentre noi siamo divisi. Fino a quando? Lu tempu passa, Tore, e del nostro futuro tu non parli chiù. È vero, quando sei partito ci siamo promessi che facevamo i forti, i bravi a spittari. Io ce l’ho messa tutta, e so che l’hai fatto pure tu, ma ora non ze la fazzu chiù ad andare avanti co chista dumanna, che avimmu a fari, Tore mio? 

E’ strano, mi pare che ho tra le mani tutto, ma non lu pozzu pigghiari. Il futuro che ho ravanzi non è chiaro e pi mia suona come una condanna che non mi fa vivere. A genti non fa autro chi parlari ‘Mena quànnu te ai a maritari?’ e io nun zo che rispunniri.

La settimana scorsa Rosaria e Gerlando, sono andati a nozze e m’hanno chiesto quanto tempo avemu nuautri a maritari. Non ce l’ho saputo dire, e rintra me la malancunia cè mancato poco ca mi faceva addichiare! Lo so che non t’ho potuto trattenere e ora non ti pozzu riportare, ma che cosa devo fare? Lu frati di Lia, te lo ricordi? È nata una bella amicizzia. Me disse che mi poteva volere pure come mugghieri cu na scocca di gigliu nta li mani.

Ora ti saluto Tore mio, non ci vedo chiù che ho iniziato a cianciri, mi prende scantu per la tua risposta, ma la vita è una sola e ci abbiamo il diritto di vivere.

Tua, 

Mena.

Sono le sei del mattino. Salvatore ha ancora in mano la lettera di Filomena, ricevuta il giorno prima, mentre si alza dal letto e decide di uscire per fare un giro fuori città, prima di rientrare alla Demka. Nella stanza della gezellenhuizen, la Pensione messa a disposizione dallo Stato olandese per lui e gli altri connazionali arrivati in cerca di fortuna, c’è solo silenzio. Dopo la chiusura delle miniere per l’inferno di Marsinelle, in molti hanno trovato posto in fabbrica e possono rubare un’ora in più di riposo all’alba. Indossa i vestiti da lavoro della sera prima, prende solo il basco nero, si mette le scarpe ed esce nel lungo corridoio su cui affaccia la miriade di porte che confinano, in poco spazio, altre storie come la sua. È pallido, con un peso elefantiaco che gli comprime il respiro e che non accenna a diminuire, neppure ora che è in piedi. Gli occhi catatonici non hanno uno sguardo classificabile, sembrano senza vita come quelli di un pesce appena pescato. Disorientati, sbarrati guardano, ma non vedono. Fortuna che i movimenti basilari di un uomo non hanno bisogno di ragionamento, basta l’abitudine per ripeterli. È in ostaggio dell’agitazione e tristezza procurategli dalle parole della sua fidanzata che lo hanno raggiunto dall’Italia, investendolo in pieno come una corriera senza freni. Un impatto micidiale, reso più violento dalla notte. Non ci sono segni di frenata sul cuore, le ultime frasi lo hanno penetrato rapide come una lama. Un dolore acuto l’ha lasciato inerme sulla branda, senza consegnarlo al sonno neppure un minuto, impedendogli di concedersi a quell’istante temporale che si frappone tra il buio e la luce del risveglio. 

Anche adesso che è lontano dai suoi luoghi e tempi, Salvatore ha conservato la sciamanica convinzione che ogni volta che si aprono gli occhi al mattino, si ripete il mistero della nascita. In quei primi istanti, è impressa la stessa magia del momento in cui si viene al mondo, racchiusa nell’inspiegabile passaggio dal sonno alla veglia, che non sappiamo distinguere. Mena è l’unica ad aver capito l’importanza di quel momento per Tore e glielo lascia vivere come un rituale da dodici anni.

– È il momento più delicato del giorno, quello in cui tutto ha inizio, Mena – le ha detto la prima volta che si coricarono insieme. 

– Quell’attimo straordinario è una rinascita. La partita si gioca lì, in quella sequenza preziosa di istanti, che fanno prendere un verso alla giornata che verrà, proprio come nella vita conta la direzione che le dai durante la gioventù. 

E così Mena ha smesso di parlargli al mattino, appena sveglio, per evitare che un impercettibile imperfezione nella sua rinascita quotidiana, potesse uccidergli un giorno intero. Lei non si è mai assunta quella responsabilità nei sette anni passati insieme, prima della partenza di Tore per l’Olanda. 

Ma quella mattina non c’è Mena né il rito della rinascita, forse per questo Salvatore si sente morire. Ha da riordinare una coltre di pensieri nella mente e una decisione da prendere in un discorso frontale con l’esistenza che non può più procrastinare. Percorre tutto il corridoio vuoto, illuminato a giorno dal giallo dei neon che, sporgendo a cadenza fissa dalle pareti, indicano il percorso. Scende le quattro rampe di scale che portano all’ingresso della Pensione, saluta muto con un gesto del braccio il portiere che si sta mettendo il cappotto per tornare a casa finito il turno di notte e raggiunge, in strada, la lambretta. Salvatore la parcheggia sempre davanti al portone della Pensione così, quando si fa buio e Olivier monta il turno, può controllarla in cambio della cena italiana che Salvatore cucina per tutti e due. Ha sempre continuato a mangiare italiano in questi cinque anni, per mantenere il legame con la terra è essenziale conservarne il sapore in bocca. Quando il gusto sale alla testa e mette in moto il ricordo, la distanza fa meno paura, e la sensazione di essere a casa aiuta a gestire la nostalgia. 

Lo fanno tutti quelli come lui, li chiamano gastarbeiders, i lavoratori ospiti, quelli che entrano per lavorare, e tornano a casa quando non serve più. Solo che nessuno conosce il quando. È per questo che li selezionano prima di arrivare. Per l’efficienza. Giovani, sani e senza moglie. Col tempo, possono trovarla olandese, e rimanere per sempre, ma guai a dire di essere sposati o fidanzati in patria, non sono ammesse distrazioni per i contatti da tenere con la famiglia d’origine. Altrimenti, avanti un altro celibe più gestibile. 

Tore mette in moto la lambretta e punta fuori città, lungo i canali. La luce dell’alba, prima fioca, si fa più cristallina, ma intorno tutto rimane scolorito, opaco per via di una barriera di nuvole dense. 

I campi, foderati di nebbia che si solleva da terra come folate di vapore, gli somigliano grigi e inanimati. La pianura, a quell’ora, è silenziosa, ancora vuota di braccianti o almeno sembra perché dietro alla coltre impalpabile non si intravvedono movimenti. Protetto da quel sipario invisibile, si sente in un abbandono simbiotico. Blocca lambretta e pensieri. Ha varcato il tempo, è di nuovo sedicenne, sulla strada che lo portava, assieme al padre, da Marzamemi alle saline di Vendicari. Calogero ci aveva perso la vita alla salina, quando ci si era trasferito dopo la chiusura della tonnara, nel ’43. L’alluvione l’aveva trascinato via come un sasso di fiume, lasciando Tore solo con la madre, Ajta, distruggendo per sempre la salina e la certezza del futuro di Salvatore che, da allora, aveva trovato lavoro nei campi, a Pachino. Appena maggiorenne, il padrone del campo gli aveva chiesto di fare lo smistamento dei raccolti e lui aveva creduto che sarebbe bastato per farsi una famiglia, il sogno che combaciava con Filomena, conosciuta da poco. 

Un giorno balordo, mentre smistava un carico a Noto, una grossa buca nella strada gli rovesciò il carico e il mondo. Il padrone lo mandò via come un cane rognoso. Qualche lavoretto senza futuro per un po’ d’anni lo costrinse alla decisione di andare via. Non in America, troppo lontana, l’Olanda era più a portata di mano per far arrivare i soldi a casa prima e per via di quell’accordo fra i Governi sul trasferimento della manodopera di cui aveva letto sul giornale. 

I ricordi di Tore sono vividi. Il dolore di lasciare sola Ajta, l’angoscia di sospendere il futuro  con Mena senza scadenza. E poi il treno per Milano, il centro di smistamento. La speranza svilita dei respinti. E le visite mediche, i certificati del tribunale e, infine, la partenza verso un ignoto migliore. Come se si potesse sapere prima com’è l’ignoto.

I canali di Utrecht non sono molto diversi da quelli di casa sua. Da bambino, i pantani vicino Siracusa erano un luogo delle meraviglie. La nebbia li fasciava come un velo da sposa e ogni tanto sbucavano strani uccelli con le gambe lunghe e quel colore rosa tenue così femmineo, che sembravano ballerine sulle punte mentre passeggiavano adagio nell’acqua. Creature misteriose simili agli uccelli che s’alzano in volo ora, lì vicino. Non li vede, sente solo il fruscio delle ali che rompono l’aria. 

Chissà dove migrano, dove hanno casa. La stessa domanda che arriva dall’Italia, cui deve rispondere per sé. Il desiderio di vivere di Mena, la ragione della sua insonnia. Qual’è casa sua è il grido che viola il silenzio in cui è immerso. 

In lontananza, il rumore continuo di una macchina da lavoro, forse una pala meccanica, gli spezza i pensieri e lo conduce a sé. Da un’imbarcazione, una ruspa lavora agli argini del canale. Ferma la lambretta, scende e s’incammina per il rettifilo lungo l’acqua, assorto nella risposta a Mena, che fatica a prendere forma nella mente. La rivede bella e giovane nell’ultima fotografia che ha ricevuto, come alla festa in cui si sono conosciuti, con il vestito rosso a pois bianchi che le segnava la vita come un invito. 

Le ha promesso di farla felice. Non le aveva detto come. Lui sa che la felicità prende strade semplici, e quel limbo in cui è costretto a vivere, senza sapere quando tornerà, non è una di quelle. Mena ha diritto di vivere ora, di essere una zita chi abbrucia l’occhi dell’autre fimmine comu la cipudda. Poco conta con chi. Se la felicità passa per qualcun altro, che gli faccia largo. 

Il peso elefantiaco che ha addosso è ancora più massiccio. Torna alla lambretta, le mascelle contratte. Sale e si avvia all’acciaieria. 

Paola Ascani

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“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna


“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna

Anne e i tulipani magici

Da quando la mamma si era ammalata, per Anne la vita era diventata improvvisamente una girandola senza colori. Per lei, creatura di appena cinque anni, comprendere i motivi per cui la madre trascorreva le giornate a letto con lo sguardo fisso nel vuoto, era un mistero indecifrabile. Che fosse a causa sua? Anne se l’era chiesto più volte, negli ultimi tempi. Ma non era così. Da oltre sei mesi, la signora Hellen Dutch era in preda ad una crisi depressiva senza apparente via d’uscita, causata dalla prematura scomparsa del marito e del figlioletto di appena sette mesi in seguito ad un tragico incidente stradale. A nulla erano valsi gli antidepressivi e le cure suggerite dal medico; a nulla erano valsi i tentativi di Anne per cercare di fare tornare il sorriso sul volto della mamma. Per fortuna che c’era nonna Ellie ad occuparsi della piccola anche se Anne, a dispetto della giovane età, pareva essere tutto fuorché una bambina. 

Il 10 aprile del 1979 pareva un giorno come tanti altri. Dopo aver consumato un’abbondante colazione, mentre nonna Eolie era intenta a sbrigare le faccende domestiche, Anne si era messa a giocare in soggiorno. Ad un certo punto, una delle sue sfere magiche, era finita sotto la poltrona. La bambina, allora, vi si era infilata sotto di tutto punto, cercando di allungarsi a più non posso per riprendere l’oggetto del suo ludibrio. Le sue mani, tastando nel buio, avevano però trovato qualcos’altro: un libro! Si trattava di un’opera di Max Lüscher, dal titolo ”Color – the mother tongue of the unconscious”. La bambina era subito corsa dalla nonna, gridando: “Nonna, nonna, guarda cosa ho trovato. Un libro! Mi dici di cosa parla?”. Nonna Ellie, aveva riconosciuto subito quel testo: lo aveva regalato lei alla figlia. “Cara Anne, è un libro troppo impegnativo per una bimba di 5 anni. Te lo leggerò quando sarai più grande. Ti posso solo dire, in parole povere, che spiega come i colori possono essere strumenti di guarigione, cambiando il nostro modo di vivere per aiutarci a stare bene”. “Va bene nonna”, aveva replicato la piccola, mentre tornava a cercare la sua sfera magica.

Qualche minuto dopo, però, le era balenata in mente un’idea: se i colori miglioravano la vita, allora alla sua mamma servivano i colori. E cosa c’era di più colorato, al mondo, dei tulipani? Anne, aveva sentito parlare del Keukenhof Park, ad Amsterdam, un immenso parco adorno di tulipani dalle tinte più variegate. Nel mese di aprile, dalla città ove la bambina viveva, ovvero Halfweg, quasi ogni giorno, c’erano bus speciali che andavano proprio là. Nello specifico, c’era un piccolo pulmino, da non più di 20/25 posti, che, un paio di volte a settimana (il martedì e il giovedì per la precisione) era riservato esclusivamente alle scolaresche (ovviamente accompagnate dalle maestre). Peccato che Anne non andasse ancora a scuola, pur dimostrando comunque più dei suoi 5 anni. 

Quel giorno, il 10 aprile, cadeva proprio di martedì: Anne avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Doveva farlo per far tornare il sorriso alla sua mamma. A qualunque costo. Già, ma come?

La bambina aveva notato che il pulmino fermava nella piazza adiacente la sua abitazione e che, di norma, passava intorno alle 14,00. Quella era l’ora in cui nonna Ellie, dopo averla messa a letto nella sua stanzetta, coglieva l’occasione per andare a riposarsi per un paio d’ore. Ecco, era quello il momento giusto per sgattaiolare fuori di casa senza essere vista. 

Se l’era filata in fretta e furia intorno alle 13,50, appena avuta la conferma che nonna Ellie si fosse addormentata (il suo russare era inconfondibile). Nel giro di pochi istanti aveva raggiunto la piazza dove, un pulmino di un color grigio cenere, attendeva la rumorosa scolaresca presente. Facendo finta di conoscere due delle bambine che le erano parse più mansuete, Anne era riuscita ad intrufolarsi sul mezzo senza destare sospetto alcuno. Allo stesso modo, anche all’atto dell’appello, approfittando della confusione che solo i bambini delle elementari sanno creare, era riuscita a spacciarsi per una tal Ingrid Halle che, evidentemente, era rimasta a casa (o era in forte ritardo). 

Nemmeno quindici minuti di strada e la scolaresca era arrivata a destinazione. Durante il breve viaggio, Anne era stata bravissima nell’immedesimarsi nei panni di una bambina di tre anni più grande, socializzando immediatamente con gli altri membri del gruppo. Anzi, pareva fosse da sempre una di loro.

Arrivati al parcheggio, le maestre avevano fatto scendere la scolaresca, ripetendo l’appello. Tutti presenti. Bene. Erano entrati al Keukenhof Park con vari stati d’animo: euforiche le bambine, decisamente meno i maschietti, che sarebbero stati più interessati ad una sfida a football. Nemmeno il tempo di varcare l’ingresso, però, che gli occhi dell’intera truppa si erano riempiti di stupore ed un fragoroso, quanto estasiato “Ooooohhhhhh”, era uscito dalle loro bocche. Ciò che si presentava dinanzi a loro era un’infinita quanto meravigliosa oasi d’arcobaleno, con una serie di colori che nemmeno nei loro sogni più fantasiosi, i bambini avevano mai accarezzato. “Il Paradiso”, aveva esclamato Anne, attirando su di sé gli sguardi ammirati e concordi di tutti gli altri bambini.

Avevano camminato per oltre tre ore, senza nemmeno accorgersene. Si erano comportati meglio del previsto, più adeguatamente di quanto potesse aver osato immaginare una qualsiasi maestra alla quale vengono affidati una ventina di bambini di quell’età. Solo il calare del sole e i primi crampi allo stomaco (chi aveva avuto tempo di pensare alla merenda) avevano iniziato a rendere il gruppetto un po’ più rumoroso. Era ormai tempo di lasciare quel meraviglioso parco per fare ritorno a casa. Ad ogni bambino, oltre ad una confezione di bulbi, era stato donato un cesto di tulipani da portare con sé, in modo da rendere indelebile il ricordo di quella giornata. Era tutto quello che Anne voleva, tutto ciò in cui la bambina riponeva le proprie speranze.

La bambina, però, dopo aver trascorso il pomeriggio nel più totale oblio, aveva iniziato a realizzare che a casa, probabilmente, la stavano cercando disperatamente. Non aveva lasciato indizi né tanto meno segnali della sua fuga. Chissà come era preoccupata nonna Ellie: si prospettava una serata difficile, ma era certa che, grazie al cesto di tulipani e soprattutto a quei colori, avrebbe fatto tornare il sorriso sul volto di sua mamma. E questo valeva di più di mille rimproveri, castighi o schiaffi.

Il viaggio di ritorno aveva richiesto più tempo, mezz’ora circa, a causa del maggior traffico dovuto al rientro dei lavoratori alle loro case. Anne lo aveva trascorso nel silenzio dei propri pensieri, cercando di immaginare gli scenari che l’attendevano. Arrivati ad Halfweg, i bambini avevano trovato i genitori ad attenderli: tutti tranne una, ovviamente. Anche in questo caso Anne, era riuscita ad aggirare l’ostacolo fingendo di farsi accompagnare a casa da un’altra famiglia, in modo da tranquillizzare le maestre. Dopo un breve tratto di strada, assicuratasi che nessuno la stesse tenendo d’occhio, aveva cambiato direzione, svoltando l’angolo e…….si era trovata davanti tre macchine della polizia. L’aveva combinata proprio grossa allora.

Dalla casa si sentivano i pianti di nonna Ellie, che continuava a ripetere “É tutta colpa mia, è tutta colpa mia”. Alla finestra del piano superiore c’era Hellen, la madre della bambina: aveva lo sguardo apparentemente assente ma, man mano che si avvicinava, Anne poteva vedere che gli occhi della madre stavano lacrimando.

“Anne, Anne! Sei viva figlia mia”. Hellen aveva aperto la finestra e stava urlando a squarciagola. Anne, allora, aveva iniziato a correre, gridando “Mamma, mamma!”. Nel giro di pochi istanti, Hellen si era precipitata giù dalle scale e correndo come se non ci fosse un domani per riabbracciare la figlia. “Anne, dove eri finita, amore mio?”

“Questa mattina ho trovato un libro sotto la poltrona. Ho chiesto a nonna Ellie se me lo leggeva, ma mi ha risposto che ero troppo piccola per capire; mi ha solo detto che i colori possono far guarire le persone, mamma. Allora ho pensato a come fare e mi sono venuti in mente i tulipani. Vedi, mamma, questi sono per te. Volevo rivedere il tuo sorriso, volevo che tu stessi bene. La nonna aveva ragione: i colori ci aiutano a stare bene. E da oggi in avanti, colorerò ogni giorno per te, mamma!”.

Enrico Danna

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“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

HARAN THE DOGO 

Mezzora. Tanto c’era voluto per riuscire a lasciarci alle spalle tre morti e cinque auto della polizia.  

Eravamo stati veloci e implacabili come i banditi del West, come i fratelli Dalton, come Butch Cassidy e il Mucchio Selvaggio. Ma ce l’avevamo fatta, eravamo al sicuro. Al sicuro in mezzo al nulla se non fosse per un vecchio casolare decrepito. 

Io ero uno della banda. L’addetto alla guida, il pilota. Ero un poliziotto fino a qualche mese prima e qualche settimana dopo, eccomi al volante con una rapina da fare. 

Ce l’avevamo fatta. Ed eravamo tutti su di giri: “Siamo ricchi!” urlava Einstein, “Puttane e cocaina a chili, cazzo” delirava Zatoichi mentre aveva gli occhi al cielo e le vene gonfie sul collo. “Me ne vado a vivere a Parigi” bisbigliava aggressivamente Sigmund, “Voglio una villa con la piscina, voglio le cameriere e voglio anche un fottuto cavallo nero. Anzi nero con una stella bianca nel bel mezzo della fronte”. “Certo O’Hara, il cavallo. Ti ci vedo con quei capelli e la barba rossa sul cavallo, magari vestiti di verde e mancheranno solo la fata e l’unicorno al quadretto”. Bulgakov era l’acido della banda. 

Ridevamo di gusto nell’offenderci a caso: cazzo eravamo al vertice della piramide criminale. 

I sogni erano tutti lì: cosa ci avremmo fatto mai con tutti quei soldi? E le risposte erano facili: case, auto di lusso, droga, armi. 

Deliravamo attorno alle nostre mancanze dei piccoli stronzi comuni quali eravamo. Erano I soliti discorsi che i banditi fanno prima di avere i soldi. Ma noi ora i soldi li avevamo per davvero. E quello che avevamo in testa, era che tutti avremmo smesso di essere operai, spazzini, minatori. Avevamo tirato fuori le palle, strizzandole talmente forte, da farci schizzare gli occhi e ora eravamo ricchi. Odiavamo il grigio delle nostre esistenze. Volevamo essere frivoli, scintillanti e brutali. Non puoi stare sull’Olimpo vestito da operaio. Ci vuole stile sull’Olimpo. 

Mentre eravamo presi a compiacerci con la bava alla bocca, i morti alle spalle, gli sbirri che ci davano la caccia, la sofferenza, i danni… era tutto dimenticato, come se non fosse accaduto. 

Cazzo, era andato tutto liscio e per inciso: tre morti fanno parte del tutto liscio, sarebbero i famosi rischi di impresa. Ma i rischi erano anche dei tre morti, non puoi pensare di portare quintali di soldi, ori e diamanti in una dannata banca, senza immaginare che ci sia qualche figlio di puttana disposto a fotterteli, non funziona così.

Coglioni ricchi, talmente ricchi e talmente coglioni da sentirsi perennemente al di sopra di noi poveri stronzi. Eravate sull’Olimpo dei ricchi e dei sicuri, noi vi abbiamo reso mortali. 

I rischi del mestiere, i rischi di essere ricchi. 

Eravamo lìa commentare la rapina come i tifosi al derby, tra risate, eccitazione epacche sulle spalle, esaltati e onnipotenti. 

Eravamo in dieci, dieci felici ed esaltati bastardi. Eravamo un kraken senza testa, dieci tentacoli senza un comando. Mancava l’undicesimo e non un undicesimo qualunque. 

Haran non ha detto nemmeno una parola quando è arrivato, nulla. Niente se non un quasi silenzioso “Prendetelo”, indicandomi senza guardarmi. Mi chiedo come gli altri facessero a sapere che ero proprio io quello che doveva essere preso. 

Nel giro di tre secondi ero in ginocchio con la canna della sua Walter P38 in bocca, mentre lui in bocca aveva una sigaretta. Aveva perennemente una sigaretta accesa e tenuta al lato della bocca. Il fumo che si innalzava, faceva si che socchiudesse l’occhio sinistro, cosa che gli conferiva un aspetto quasi buffo. Quasi. 

“Dai Haran….come facevo ad ucciderla. Avrà avuto 8 anni al massimo. Cosa cazzo ti aspettavi che facessi? Davvero immaginavi che sarei riuscito a passarle addosso tranquillamente?” 

Questo era quello che pensavo. Ciò che invece riuscivo a pronunciare erano grugniti sofferti e sanguinolenti e, mentre tentavo di articolare parole e suoni, dai lati della bocca uscivano rivoli di sangue, saliva e pezzi di denti rotti. 

Quel bastardo non mi aveva semplicemente messo la pistola in bocca. Me l’aveva forzata mentre avevo ancora i denti serrati. 

“Senti Susan” esordì: “dovevi solo guidare”. Continuava a fissarmi: “Capito? Lo stronzo qui doveva fare una cosa soltanto, UNA SOLA”. E mentre parlava, mentre il suo disprezzo mi si attaccava sul viso come una maschera, girava e muoveva la pistola nella mia bocca, spingendola ancora più a fondo nella mia gola. 

“Una cosa ti avevo detto di fare, anzi Vi avevo detto, cazzo. È tanto difficile da capire? No TES TI MO NI, Capito? No, è facile da capire, tu sei uno sbirro quindi lo sai cosa vuol dire obbedire ad un ordine. Cosa cazzo vuol dire NO TES TI MO NI? Cosa cazzo ti immagini che voglia dire NO TESTIMONI DEL CAZZO BRUTTO SBIRRO DI MERDA?! Ma forse non mi ritieni degno di darti degli ordini. Ehi questo pezzo di merda sta dicendo che non ho le palle per fare il capo”.

Avevo necessità di pisciare, ma non volevo pisciarmi nei pantaloni. 

In quel momento oltre alla saliva e al sangue che iniziavano a gocciolare per terra, stavo iniziando a piangere ad occhi chiusi: come i bambini davanti al mostro: chiudono semplicemente gli occhi. Non mi andava di aggiungere altri fluidi corporali. 

“Se hai capito quello che sto dicendo fai un cenno con gli occhi”. 

Riuscii a battere le palpebre. 

Le risate di prima avevano ceduto il posto ad un’aria cupa e pesante. Tutto sapeva di esecuzione. Susan mi aveva chiamato. 

Haran era fatto cosi: se qualcosa andava storto, se lui riteneva che avessi mandato qualcosa a puttane, iniziava a chiamarti e a trattarti come se fossi una donna. Non ho mai capito il perchè, gli piaceva semplicemente farlo. Odiava le donne Haran, ma credo sia più giusto dire che odiava tutti. Aveva una filosofia di vita semplice: sono qui e devo andare lì, la via più veloce è la linea retta, se ti trovi in mezzo alla linea mentre la percorro, per sbaglio o per sfortuna, sono davvero cazzi tuoi. 

Ecco: io ero nel bel mezzo della fottuta linea retta. 

“No testimoni, vuol dire no testimoni. Non ha importanza se hanno otto o ottanta anni. Sai cosa accadrebbe se lei dovesse parlare e riconoscerci? O ricordare qualche cazzo di numero di targa? No, non lo sai. E sai cosa? Non lo saprai, Susan. Tra poco avrai un ulteriore orifizio, dalla gola alla nuca. Vedilo come un modo veloce per far uscire l’anima”. 

Haran lo chiamavano il Dogo, come quei malefici cani ammazza puma dell’Argentina. Feroce e senza alcuna paura. Non credo avesse mai cambiato pantaloni, camicia o scarpe. Ma forse aveva un guardaroba tutto uguale. Era grigio in faccia e con i capelli impomatati e sempre, sempre rasato. Le occhiaie incupivano ulteriormente gli occhi da pazzo psicopatico che si ritrovava. Aveva un unico vezzo: le pistole. Cazzo se gli piacevano le pistole. Ne aveva diverse e tutte personalizzate. Le cambiava in base all’umore, come uno cambierebbe un paio di scarpe o una cravatta. 

La pistola che mi aveva sfondato i denti e che di lì a poco mi avrebbe ucciso aveva l’impugnatura rivestita in legno. Era nera e senza un graffio, appena fatta brunire; il calcio era rivestito di olivo con delle tonalità quasi rosa, con venature verdi e grigie, odorava di olivo e sudore. 

Avevo in bocca l’odore sinistro di quell’orrendo liquido per la brunitura; e mentre ero a pochi minuti dal farmi esplodere la testa, pensavo ai danni che avrebbe fatto quell’acido sui denti.

Il tutto mentre aspettavo di morire con una pistola che profumava di legno. 

Aveva qualcosa di elegante la sua pistola. Aveva qualcosa di elegante Haran, con quella pistola. Aveva l’aria di un dannato avvoltoio. Una volta un tizio disse ridendo “Haran, lo sai che puzzi di morto?” 

“Hai ragione”, rispose un attimo prima di sparargli in faccia. Aveva un senso dell’umorismo lugubre in effetti. Forse per questo raccolse con la mano un po’ di sangue dal volto ridotto in pezzi per poi strofinarselo addosso. “Sai una cosa? Avevi ragione. Puzzo di morto”. 

Aveva qualcosa di elegante Haran con quella pistola, ma di certo non le intenzioni. 

Leccavo la bocca di fuoco della pistola nella lontana speranza che la lingua potesse servire a qualcosa, magari a far calare l’erezione di quel cannone. Avevo visto leccare canne di fucile solo alle ballerine che facevano spettacoli sexy per i marines. Ma i soldati che assistevano riuscivano anche ad eccitarsi. 

Beh…io non esattamente. Loro assistevano a ballerine voluttuose che si prodigavano in pompini simulati sulla canna difucili di assalto; invece adesso il pompino lo stavo facendo io e non ero nemmeno lontanamente eccitato. 

L’orgasmo non sarebbe stato per nulla divertente. Per me. 

Mi passava per la testa che tra le tante pistole avevo in bocca quella con gli innesti di olivo. A me piaceva l’olivo. Avrei preferito quella con i decori fatti col bulino? Non lo so. Di lì a poco non avrebbe avuto poi cosi importanza. 

Il colpo non era stato annunciato. Un’esplosione troppo vicina per poterne distinguere la direzione. All’improvviso semplicemente gli occhi smettevano di vedere, le orecchie sentivano il più tremendo ronzio mai sentito e le gambe non reggevano più il mio peso. Non avevo capito cosa fosse successo. Non l’avevo mai immaginata cosi la morte. 

Cadevo faccia per terra, mentre il proiettile uscito dalla nuca, si conficcava nel grosso cancello di legno di quel casolare. Avevo davvero un buco grosso come una noce sulla nuca. E poi il sangue. L’ho sempre immaginato rosso, rosso vivido, rosso sangue. Se esiste una cosa rossa, questa cosa è il sangue. Ma invece è nero. Cazzo, sembra catrame. È rosso solo se lo vedi controluce. Il mio, sparso sulla porta come un dipinto di Pollok, era nero. Il mio cervello in pezzi sembrava l’opera concettuale di un artista sotto acido. 

Mentre morivo stavo diventando un’opera d’arte del cazzo.

Pensavo che sarei diventato un’ulteriore tacca sul calcio della pistola di Haran. Pensavo a quella maledetta stronza di 8 anni.


Giovanni Ruggiero

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“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“300 Ombrelli nella nebbia” di Filippo Cirino


300 ombrelli nella nebbia

-“Anche oggi nebbia…” -“Fino a marzo qui è così, lo sai. Se non ti trovi bene, puoi andartene” -“Se avessi i soldi, me ne andrei sì, mica mi alzerei alle 3 di mattina per prendere quattro pesci di merda” -“Non pensarci… un po’ di caffè?”


Il peschereccio galleggiava nella nebbia del mattino, il canale era una linea immaginaria sospesa tra due filari di alberi. In quel silenzio irreale, due uomini diretti verso il nulla sorseggiavano caffè caldo avvolti nelle loro palandrane.
Erik stringeva la tazza cercando di scaldarsi le mani. Dovunque volgesse lo sguardo, una distesa bianca. E fredda. Alla fine allungò la tazza verso Peter, chiedendogli ancora un po’ di quell’intruglio imbevibile, ma che almeno era caldo.

-“Non ne abbiamo tantissimo, poi resteremo senza…” -“Dammelo o resterai senza di me. Sto crepando di freddo!” -“Ti abituerai!” -“Il tempo di trovare qualcosa di meglio… non voglio starci 10 anni su questa barca del cazzo a respirare nebbia!” -“Ventitrè” -“Cosa?” -“Ventitrè, non dieci. E’ da ventitrè anni che sto su questa barca del cazzo, come la chiami tu” -“Io non so come…” -“Vuoi sapere come ho fatto? Finita la guerra mi sono trovato senza casa e senza famiglia, l’unica cosa che avevo era questa barca del cazzo, e pure scassata” -“Scusa, Peter, non volevo…”

-“Allora l’ho riparata e ho imparato a guidarla in mezzo alla nebbia senza andare a sbattere. Per fortuna mio padre ha fatto in tempo ad insegnarmi a pescare.” -“I tedeschi?” -“Si, maledetti bastardi! Ma ora sono ventitrè anni che questa barca fa mangiare me e i miei figli… E da 2 settimane fa mangiare anche te, quindi vedi di darti una regolata!”


La discussione tra i due uomini fu interrotta da un rumore, uno scoppiettìo lento e continuo. Veniva dalla
sponda sinistra del canale, avvolta da una coltre bianca e impenetrabile.
Peter andò al timone e avvicinò la barca alla sponda, poi con calma rallentò per attraccare.

“Peter, ma perché ci fermiamo? Cos’è ‘sto rumore?”
Avvicinandosi alla riva il suono si fece sempre più distinto, sembrava il rombo di un motore. Piano piano si cominciò ad intravedere una sagoma, una specie di motocicletta. Alla guida c’era un uomo, che parcheggiò il mezzo, lasciando il motore acceso e cominciò a sbracciarsi e ad urlare. Urlava distintamente il nome di Peter.

-“Oh, ma tu conosci quel vecchio?” -“Certo, è Mark. Era un amico di mio padre” -“E che ci fa alle 5 del mattino in motoretta lungo il canale?-“E’ un tipo un po’ strano…”


Ora in mezzo alla nebbia del mattino galleggiavano un peschereccio ed un vecchio con la motocicletta, sospesi come su due isole, distanti una ventina di metri. Il vecchio smise di sbracciarsi e fece un cenno di saluto. Peter ricambiò e cominciò ad urlare verso la riva. Le voci echeggiavano nel nulla

-“Buongiorno Mark, anche oggi in giro di buon’ora?” -“Eh si, per forza, il nemico non dorme mai!”


Erik lanciò un’occhiata a Peter, che gli fece cenno di stare tranquillo.

-“Ma questo tizio ora lavora con te?” -“Si chiama Erik, l’ho preso per darmi una mano.” -“Buongiorno signor Mark. Sì, cerco di dargli una mano a congelarmi in mezzo alla nebbia!”


Il vecchio esitò un attimo. Dopo una breve pausa indicò il ragazzo.

-“Peter, ma lui sa qual è il vostro compito?” -“Certo che lo so, siamo su un cazzo di peschereccio, ci alziamo all’alba, andiamo in mare… quale compito potremmo mai avere?”


Peter diede un calcetto ad Erik e cercò di fargli capire che avrebbero parlato della cosa in privato, ma Mark ripartì con le domande.

-“Non gli hai detto niente? E quando avresti intenzione di dirglielo? Non puoi aspettare che arrivino, deve essere pronto!

“Ma pronto a cosa?!? Peter, sopporto il freddo, la nebbia, la puzza di pesce, tutto. Ma anche questo vecchio suonato no! Spiegami che sta succedendo o domani ci vieni da solo a pescare!” -“Vecchio suonato a chi? Tu non sai proprio nulla, sei troppo giovane per saperlo… Ma quando torneranno dobbiamo essere pronti, altrimenti finirà come l’altra volta!”


Senza dare possibilità di replica, il vecchio salì sulla sua moto scoppiettante e sparì nella nebbia. Ora galleggiava solo il peschereccio, che dopo un po’ ripartì verso il canale invisibile.
Erik rimase in silenzio per tutto il tempo, finì il suo lavoro senza fiatare. Quando il peschereccio attraccò al
molo e finirono di scaricare il pesce, Peter prese la sua borsa e cominciò a contare i fiorini da dare ad Erik.

-“Per domani cosa hai deciso?” -“Vengo, ma a una condizione.” -“Per la paga non posso darti di più, sai che…” -“Non voglio soldi. Voglio parlare di Mark.” -“E’ una storia complicata.” -“Raccontamela” -“Vedi, la guerra ha lasciato tanti segni. Qualcuno ha perso la vita, qualcun altro la testa” -“Quindi è un vecchio matto?” -“Non più matto di tanti altri. Ogni tanto viene e mi racconta delle cose. Nei prossimi giorni tornerà, chiedi direttamente a lui” -“Ma se fa domande strane?” -“Stai al gioco, tanto nella nebbia nessuno ci può vedere e sentire” -“Però domani porta più caffè!”


Erik continuò a salire tutte le mattine sul peschereccio. E a scrutare l’argine, in attesa del rombo della motoretta. Per una settimana intera non successe nulla.
Il martedì successivo oltre alla nebbia c’era anche una fitta pioggerellina. Erik stava avvolto nella sua palandrana, infreddolito, a bere l’ennesima tazza di caffè. Certo il vecchio non si sarebbe presentato sotto la pioggia.
Invece, proprio quel giorno, lo scoppiettìo cominciò a sentirsi in lontananza. Emerse la solita sagoma. Peter accostò la barca e ricominciò la strana conversazione sospesa nella nebbia.

-“Ehi Mark, ma dove vai con questo tempaccio?” -“Giro di perlustrazione, ho visto strani movimenti… ma il ragazzo è ancora con te?” -“Si, ma stai tranquillo, è dei nostri!” -“Gli hai spiegato tutto?” -“Ci ho provato, magari ha bisogno di qualche chiarimento… vuoi parlarci tu?” -“Non ho molto tempo, devo controllare la zona ovest” -“Se potesse, mi farebbe molto piacere, signore. Peter mi ha detto delle cose, ma la sua esperienza mi sarebbe molto d’aiuto.” -“Giusto qualche minuto, ragazzo…” -“Grazie”


Il vecchio cominciò ad indicare un punto nella nebbia, dall’altra parte del canale. Erik guardava quel punto in cui c’era il vuoto, immerso nel nulla più assoluto, ma si concentrò e fece finta di vederci qualcosa.

-“Vedi laggiù. Arrivarono da lì. Erano 300, in cielo si vedevano 300 ombrelli neri.” -“Ombrelli?” -“Divisione aviotrasportata. 300 paracadutisti. Sono stati i primi ad arrivare nel ‘40” -“Ah, i nazisti…” -“Hanno preso le strade e i ponti. Poi hanno bombardato gli aeroporti. Alla fine sono arrivati i carri armati. Cinque giorni per arrivare a Rotterdam e invaderci.” -“D’altronde cosa potevamo fare?” -“Niente, ci hanno presi di sorpresa! Altrimenti ci saremmo difesi. Avremmo fatto saltare i ponti, aperto le dighe. L’acqua è sempre stata il nostro nemico, sarebbe diventata la nostra alleata.” -“Non lo so, hanno preso mezza Europa, magari ci avrebbero presi comunque” -“No, ragazzo. Noi potevamo bloccarli, potevamo fare impantanare i loro fottuti panzer, ma
bisognava agire per tempo. E stavolta non rifaremo lo stesso errore!” -“Ma davvero lei pensa che torneranno?” -“Puoi giurarci, e noi dobbiamo controllare il canale. Appena vedete i paracadutisti, dovete dare l’allarme al quartier generale, Peter sa già tutto.”


Peter aveva ascoltato tutto il tempo e si limitò ad annuire. Senza dare altre spiegazioni, Mark risalì in sella e ripartì per il suo giro. Erik a quel punto si rivolse all’amico, ridendo.

-“E dove sarebbe questo QUARTIER GENERALE? Al mercato del pesce?” -“No, all’ufficio postale…” -“Perché lui è convinto che alle poste…” -“Si, pensa che dietro gli sportelli ci sia una stanza piena di militari e spie che aspettano l’arrivo dei nazisti… non è bello prendere in giro un povero vecchio, lui la guerra l’ha vista davvero!”


Erik ritornò al suo consueto silenzio. Però cominciò a guardare la nebbia oltre il canale con sguardo diverso, pensando a quel giorno in cui arrivarono i paracadutisti tedeschi. Comparsi dal nulla, forse nessuno davvero li vide per tempo. O forse era solo una teoria strampalata di Mark, l’Olanda sarebbe stata invasa comunque e nessuno avrebbe potuto impedirlo.
La nebbia è come una tela bianca, fissandola a lungo puoi immaginare di dipingerci qualsiasi cosa. Erik la guardava giorno per giorno, chiedendosi se davvero potesse sbucare un panzer o dei caccia tedeschi. Una mattina, mentre era assorto, vide uno stormo di puntini neri, stava quasi per chiamare Peter e dirgli di dare l’allarme, che arrivavano i paracadutisti. Poi si accorse che erano solo uccelli e che forse era stato troppo ad
ascoltare le fantasie di quel vecchio.
Però era curioso di rivederlo, di sentirsi raccontare come erano andate le cose nel ’40 e quale sarebbe stato il suo piano per difendere Rotterdam. Ma Mark non tornò, né quella settimana, né la successiva. Peter a un certo punto si preoccupò, non avrebbe mai lasciato per tanto tempo il canale incustodito senza avvisarlo.
Il mattino seguente Peter si presentò scuro in volto.

-“Ieri sera ho incontrato la figlia di Mark. E’ in ospedale e sta male, i medici non sono ottimisti. Mi ha detto che continua a farneticare frasi sui nazisti. Vuole che andiamo a trovarlo, deve dirci delle cose. E dobbiamo anche fare in fretta, perché non gli resta molto…”


Il giorno successivo sul canale arrivarono i nazisti. Due valorosi soldati olandesi si presentarono in ospedale per avvisare l’anziano capo delle Guardie del Canale che il suo piano aveva avuto successo. I ponti erano stati distrutti e le dighe aperte. Le divisioni corazzate dei tedeschi erano state bloccate e Rotterdam era salva. Si sentiva la contraerea che stava abbattendo gli ultimi caccia, ma la battaglia era ormai vinta. Fecero
appena in tempo a dirglielo, poi il vecchio chiuse gli occhi. Sorridendo.
A volte le battaglie si vincono coi carrarmati, questa volta bastarono due vecchie uniformi recuperate da una soffitta, la fantasia di Erik e qualche petardo lanciato nel giardino dell’ospedale

Filippo Cirino

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“O mio Capitano.” di Agostino di Sciullo

“O mio Capitano.” di Agostino Di Sciullo

“O mio Capitano.”


“Capitano? Capitano?”
Il Vecchio adorava quando lo chiamavo così, gli sembrava di tornare ai giorni in cui aveva
ancora un futuro luminoso e non fumo tra le dita del tempo presente.

Mi sorrideva in maniera sghemba con le gengive intervallate da qualche dente ostinato e si
toccava la visiera del suo cappello logoro e ingiallito dal sudore.

Non avevo altra famiglia che lui e lui non aveva nessuno cui sarebbe importato se fosse morto.

La nostra casa era dove ci coricavamo la sera, ci bastavano un fuoco e la coperta di stelle che ci regalava la notte. Non mi è mai mancata l’infanzia, perché mai avrei dovuto rimpiangere regole e punizioni?

Il Vecchio mi aveva raccolto in un fagotto abbandonato e mi aveva cresciuto, insegnato a
leggere e a scrivere.

Mi aveva chiesto varie volte se volessi provare ad andare a scuola.

“Capitano, cosa ci vado a fare? Imparo tutto da te.”

Lui alzava le mani e rideva fino a tossire.

“Sei davvero furbo, hai superato il tuo maestro.” ripeteva dopo aver quasi sputato i polmoni.

L’inverno era il nostro unico, vero nemico. Quando il sole aveva fretta di coricarsi il
pomeriggio e si dimenticava come si doveva scaldare la terra, allora cominciavano i nostri veri problemi.
Le persone si rintanavano in casa e non riuscivamo a rubare nulla per sfamarci abbastanza. Il Vecchio provava a farsi assumere a giornata nei campi ma la sua schiena era da buttare e
odiava farsi comandare.

“Posso provare io a lavorare, Capitano.” suggerivo di tanto in tanto.

“No. Se cominci a lavorare poi ti abituerai e diventerai come loro.”

Alla fine riuscivamo sempre a sopravvivere e la primavera ci trovava magri ed esili come
promesse.
L’anno del nostro ultimo inverno assieme fu quello più rigido e disperato.
Il Vecchio era davvero malmesso, aveva cominciato a dimenticarsi le cose, anche di me.
Zoppicava e faticava a starmi dietro.

“Capitano, riposati, ci penso io stanotte a trovare da mangiare.”

Il Vecchio mi fissò e nascose in profondità la sua tristezza. Si alzò dal fuoco e mi ammonì
sventolando un dito giallo come le vecchie pergamene.

“Fino a che respiro non dipenderò da nessuno.”

Non replicai, sarebbe stato inutile. Ci dirigemmo lungo il fiume e senza farci notare
cominciammo a frugare nei giardini delle case che incontravamo.
Il mio stomaco gorgogliava come un vulcano che sta per eruttare e speravo di trovare almeno una patata da far bollire.
Sentii lo scoppio proprio mentre avevo trovato una zucca pronta per diventare lanterna.
Mi nascosi e pregai che il Capitano fosse in salvo. Lo vidi arrivare poco dopo, stringeva un
pollo che starnazzava e seminava piume.

“Forza ragazzo.” mi urlò.

Ci ritrovammo a correre sul fiume mentre due, tre, cinque torce ci inseguivano feroci.
Arrivammo alla riva e ci sentimmo persi.

“La casa galleggiante, presto.” mi indicò facendo dondolare a mezz’aria il povero pollo.

Raggiungemmo la casa e non appena saliti fummo raggiunti da una nuova scarica di pallini e bestemmie.

“Taglia quelle corde, presto.”

Feci più in fretta che potei e mi voltai proprio mentre un pallino mi carezzava il ciuffo. Il
Capitano aveva appena poggiato il pollo e reciso le corde di ancoraggio quando un colpo lo
fece rimbalzare sul pavimento.

Urlai dalla paura e mi avvicinai.

“Sto bene, pensa a spingere la casa al largo.” gorgogliò con la bocca piena di sangue.
Gli uomini erano quasi arrivati alla riva ma noi avevamo già guadagnato il favore della
corrente. La casa galleggiante scivolò sull’acqua così nera da sembrare ghiaccio cupo.

“Ce la farai.” gli dissi carezzandogli la testa spelacchiata.

Il pollo si avvicinò dubbioso e beccò la caviglia nuda del vecchio che spalancò gli occhi e lo
colpì facendolo saltare in un nuovo turbinio di penne candide.

“Portami dentro ragazzo, comincio a sentire freddo.”

Era un uomo magro e consumato ma per me pesava come un peccato capitale, impiegai diversi minuti e litri di sudore per farlo entrare.
La casa era una grossa rimessa piena di polvere e spifferi. Era servita tanti anni prima come
deposito ma da quando il trasporto su fiume si era motorizzato lo avevano usato solo
contrabbandieri, opossum in calore e timidi innamorati.
Aprii la camicia del vecchio, ormai ridotta ad uno straccio imbevuto ma non vidi nessuna
ferita.
Quando il Vecchio tossì, dal lato sinistro del suo petto, comparve un buco, grosso come un dito da cui colò un lungo serpente scuro di sangue.

“Non mi resta molto, ragazzo.” disse accennando una smorfia che poteva essere un sorriso.
“Non puoi lasciarmi da solo contro il Mondo.”
“Ma io non ti lascio, ti ricordi quando ti avevo parlato degli angeli custodi?”

Sorrisi e scrollai le lacrime facendo cenno di sì con la testa.

“Ecco ora divento il tuo angelo custode, non ti lascerò mai.”

Allungò con estrema fatica una mano e per la prima volta da quando lo conoscevo mi fece una carezza come se fossimo davvero padre e figlio.

“Sei un bravo ragazzo, non farti fregare, mi raccomando.”

All’improvviso la casa sobbalzò e sembrò quasi sul punto di ribaltarsi.

“Tu resta qui, vado a vedere.”

Il Vecchio provò a farmi un cenno con la testa ma non aveva più forze.
Il pollo lo guardò e decise di seguirmi.
Quando arrivai fuori vidi che il fiume stava per tuffarsi in mare e la corrente stava diventando più violenta.
Se fossimo arrivati in mare aperto non ci avrebbe ripreso più nessuno, forse gli squali.
Guardai il cielo e mi resi conto che oltre alla nostra buona stella se ne stavano andando anche le altre. Il sole stava ruggendo verso la nostra destinazione. L’alba era pronta a scoppiare.
Tornai dentro per avvertire il Vecchio.

“Capitano? Capitano?”

Era un’attesa di vani e infiniti minuti. Il Vecchio si era addormentato per sempre dimenticando di chiudere gli occhi sul mondo.
Il pollo chiocciò triste e gli si accovacciò in grembo sospirando.

Allungai la mano e singhiozzando gli abbassai le palpebre.

“Addio, babbo.” sussurrai.

Rimasi al suo fianco fino a quando un fischio mi avvisò che qualcuno ci aveva finalmente
trovati.
Finimmo sul giornale e per un paio di settimane raccontarono tutti la nostra storia. Un tizio
vestito di bianco mi chiese se poteva usare la mia avventura e metterla tra le pagine di un libro che stava scrivendo.

“Tranquillo, cambierò molte cose così nessuno ti darà noia. Però mi diresti il tuo nome, se ne
hai uno? Vorrei farti ricordare.”

Lo guardai incuriosito, era un gentiluomo del sud, con cravattino e vestito bianco.

“Non ho mai avuto un vero nome. Il Vecchio mi chiamava Huck, qualche volta.”
“Huck?” chiese come se stesse pesando le lettere.
“Non so dirle perché mi chiamasse così”
“E il Vecchio ce lo aveva un nome?”
“Io lo chiamavo Capitano però alle persone si presentava come Berry Finn.”

Il gentiluomo si illuminò in un sorriso e mi diede una mescolata alla zazzera.

“Ci sentiamo Huck. Ti farò avere il mio libro.”

Sono passati molti inverni da allora. Mi sono arreso al Mondo e spero che il Capitano mi
perdoni.

Io so solo che mi manca ogni giorno e non l’ho mai dimenticato.
Il passato è peggio della polvere, la polvere almeno puoi nasconderla sotto il tappeto. Il
passato, no. Rimane lì, ti galleggia dentro come la casa su cui eravamo fuggiti e poi ritorna per colpa della risacca e del tempo.
Conservo ancora oggi l’articolo di giornale e la foto della casa che viene trainata a riva. Tengo tutti e due nel libro del signor Twain. Alla fine aveva mantenuto la promessa e me lo aveva spedito. Ma la sua storia era meno triste della mia.

Agostino Di Sciullo