Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna


“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna

Anne e i tulipani magici

Da quando la mamma si era ammalata, per Anne la vita era diventata improvvisamente una girandola senza colori. Per lei, creatura di appena cinque anni, comprendere i motivi per cui la madre trascorreva le giornate a letto con lo sguardo fisso nel vuoto, era un mistero indecifrabile. Che fosse a causa sua? Anne se l’era chiesto più volte, negli ultimi tempi. Ma non era così. Da oltre sei mesi, la signora Hellen Dutch era in preda ad una crisi depressiva senza apparente via d’uscita, causata dalla prematura scomparsa del marito e del figlioletto di appena sette mesi in seguito ad un tragico incidente stradale. A nulla erano valsi gli antidepressivi e le cure suggerite dal medico; a nulla erano valsi i tentativi di Anne per cercare di fare tornare il sorriso sul volto della mamma. Per fortuna che c’era nonna Ellie ad occuparsi della piccola anche se Anne, a dispetto della giovane età, pareva essere tutto fuorché una bambina. 

Il 10 aprile del 1979 pareva un giorno come tanti altri. Dopo aver consumato un’abbondante colazione, mentre nonna Eolie era intenta a sbrigare le faccende domestiche, Anne si era messa a giocare in soggiorno. Ad un certo punto, una delle sue sfere magiche, era finita sotto la poltrona. La bambina, allora, vi si era infilata sotto di tutto punto, cercando di allungarsi a più non posso per riprendere l’oggetto del suo ludibrio. Le sue mani, tastando nel buio, avevano però trovato qualcos’altro: un libro! Si trattava di un’opera di Max Lüscher, dal titolo ”Color – the mother tongue of the unconscious”. La bambina era subito corsa dalla nonna, gridando: “Nonna, nonna, guarda cosa ho trovato. Un libro! Mi dici di cosa parla?”. Nonna Ellie, aveva riconosciuto subito quel testo: lo aveva regalato lei alla figlia. “Cara Anne, è un libro troppo impegnativo per una bimba di 5 anni. Te lo leggerò quando sarai più grande. Ti posso solo dire, in parole povere, che spiega come i colori possono essere strumenti di guarigione, cambiando il nostro modo di vivere per aiutarci a stare bene”. “Va bene nonna”, aveva replicato la piccola, mentre tornava a cercare la sua sfera magica.

Qualche minuto dopo, però, le era balenata in mente un’idea: se i colori miglioravano la vita, allora alla sua mamma servivano i colori. E cosa c’era di più colorato, al mondo, dei tulipani? Anne, aveva sentito parlare del Keukenhof Park, ad Amsterdam, un immenso parco adorno di tulipani dalle tinte più variegate. Nel mese di aprile, dalla città ove la bambina viveva, ovvero Halfweg, quasi ogni giorno, c’erano bus speciali che andavano proprio là. Nello specifico, c’era un piccolo pulmino, da non più di 20/25 posti, che, un paio di volte a settimana (il martedì e il giovedì per la precisione) era riservato esclusivamente alle scolaresche (ovviamente accompagnate dalle maestre). Peccato che Anne non andasse ancora a scuola, pur dimostrando comunque più dei suoi 5 anni. 

Quel giorno, il 10 aprile, cadeva proprio di martedì: Anne avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Doveva farlo per far tornare il sorriso alla sua mamma. A qualunque costo. Già, ma come?

La bambina aveva notato che il pulmino fermava nella piazza adiacente la sua abitazione e che, di norma, passava intorno alle 14,00. Quella era l’ora in cui nonna Ellie, dopo averla messa a letto nella sua stanzetta, coglieva l’occasione per andare a riposarsi per un paio d’ore. Ecco, era quello il momento giusto per sgattaiolare fuori di casa senza essere vista. 

Se l’era filata in fretta e furia intorno alle 13,50, appena avuta la conferma che nonna Ellie si fosse addormentata (il suo russare era inconfondibile). Nel giro di pochi istanti aveva raggiunto la piazza dove, un pulmino di un color grigio cenere, attendeva la rumorosa scolaresca presente. Facendo finta di conoscere due delle bambine che le erano parse più mansuete, Anne era riuscita ad intrufolarsi sul mezzo senza destare sospetto alcuno. Allo stesso modo, anche all’atto dell’appello, approfittando della confusione che solo i bambini delle elementari sanno creare, era riuscita a spacciarsi per una tal Ingrid Halle che, evidentemente, era rimasta a casa (o era in forte ritardo). 

Nemmeno quindici minuti di strada e la scolaresca era arrivata a destinazione. Durante il breve viaggio, Anne era stata bravissima nell’immedesimarsi nei panni di una bambina di tre anni più grande, socializzando immediatamente con gli altri membri del gruppo. Anzi, pareva fosse da sempre una di loro.

Arrivati al parcheggio, le maestre avevano fatto scendere la scolaresca, ripetendo l’appello. Tutti presenti. Bene. Erano entrati al Keukenhof Park con vari stati d’animo: euforiche le bambine, decisamente meno i maschietti, che sarebbero stati più interessati ad una sfida a football. Nemmeno il tempo di varcare l’ingresso, però, che gli occhi dell’intera truppa si erano riempiti di stupore ed un fragoroso, quanto estasiato “Ooooohhhhhh”, era uscito dalle loro bocche. Ciò che si presentava dinanzi a loro era un’infinita quanto meravigliosa oasi d’arcobaleno, con una serie di colori che nemmeno nei loro sogni più fantasiosi, i bambini avevano mai accarezzato. “Il Paradiso”, aveva esclamato Anne, attirando su di sé gli sguardi ammirati e concordi di tutti gli altri bambini.

Avevano camminato per oltre tre ore, senza nemmeno accorgersene. Si erano comportati meglio del previsto, più adeguatamente di quanto potesse aver osato immaginare una qualsiasi maestra alla quale vengono affidati una ventina di bambini di quell’età. Solo il calare del sole e i primi crampi allo stomaco (chi aveva avuto tempo di pensare alla merenda) avevano iniziato a rendere il gruppetto un po’ più rumoroso. Era ormai tempo di lasciare quel meraviglioso parco per fare ritorno a casa. Ad ogni bambino, oltre ad una confezione di bulbi, era stato donato un cesto di tulipani da portare con sé, in modo da rendere indelebile il ricordo di quella giornata. Era tutto quello che Anne voleva, tutto ciò in cui la bambina riponeva le proprie speranze.

La bambina, però, dopo aver trascorso il pomeriggio nel più totale oblio, aveva iniziato a realizzare che a casa, probabilmente, la stavano cercando disperatamente. Non aveva lasciato indizi né tanto meno segnali della sua fuga. Chissà come era preoccupata nonna Ellie: si prospettava una serata difficile, ma era certa che, grazie al cesto di tulipani e soprattutto a quei colori, avrebbe fatto tornare il sorriso sul volto di sua mamma. E questo valeva di più di mille rimproveri, castighi o schiaffi.

Il viaggio di ritorno aveva richiesto più tempo, mezz’ora circa, a causa del maggior traffico dovuto al rientro dei lavoratori alle loro case. Anne lo aveva trascorso nel silenzio dei propri pensieri, cercando di immaginare gli scenari che l’attendevano. Arrivati ad Halfweg, i bambini avevano trovato i genitori ad attenderli: tutti tranne una, ovviamente. Anche in questo caso Anne, era riuscita ad aggirare l’ostacolo fingendo di farsi accompagnare a casa da un’altra famiglia, in modo da tranquillizzare le maestre. Dopo un breve tratto di strada, assicuratasi che nessuno la stesse tenendo d’occhio, aveva cambiato direzione, svoltando l’angolo e…….si era trovata davanti tre macchine della polizia. L’aveva combinata proprio grossa allora.

Dalla casa si sentivano i pianti di nonna Ellie, che continuava a ripetere “É tutta colpa mia, è tutta colpa mia”. Alla finestra del piano superiore c’era Hellen, la madre della bambina: aveva lo sguardo apparentemente assente ma, man mano che si avvicinava, Anne poteva vedere che gli occhi della madre stavano lacrimando.

“Anne, Anne! Sei viva figlia mia”. Hellen aveva aperto la finestra e stava urlando a squarciagola. Anne, allora, aveva iniziato a correre, gridando “Mamma, mamma!”. Nel giro di pochi istanti, Hellen si era precipitata giù dalle scale e correndo come se non ci fosse un domani per riabbracciare la figlia. “Anne, dove eri finita, amore mio?”

“Questa mattina ho trovato un libro sotto la poltrona. Ho chiesto a nonna Ellie se me lo leggeva, ma mi ha risposto che ero troppo piccola per capire; mi ha solo detto che i colori possono far guarire le persone, mamma. Allora ho pensato a come fare e mi sono venuti in mente i tulipani. Vedi, mamma, questi sono per te. Volevo rivedere il tuo sorriso, volevo che tu stessi bene. La nonna aveva ragione: i colori ci aiutano a stare bene. E da oggi in avanti, colorerò ogni giorno per te, mamma!”.

Enrico Danna

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“Un baule impolverato” di Barbara Pasquariello


“Un Baule impolverato” di Barbara Pasquariello

Un baule impolverato

Il loro desiderio più grande era sempre stato quello di poter invecchiare insieme e  trascorrere il buen retiro su una pilotina, ormeggiata in uno dei canali dell’isola di Marken, a nord di Amsterdam. Possibilmente una pilotina color blu Klein con tendine a quadretti  rosa pallido, perché se si sogna allora è bene farlo a colori. Quel desiderio era germogliato durante i diversi viaggi che, in gioventù, avevano fatto in  giro per l’Europa.  

Certo, c’era anche un piano di riserva, ovvero una finca in collina, vista mare, in Andalusia,  dove il clima sarebbe stato senz’altro più temperato per quelle ossa acciaccate che si  sarebbero portati appresso. Il tempo per meditare adeguatamente sulla scelta non sarebbe mancato. Ma non tutte le favole hanno un lieto fine. 

Maud aveva 45 anni quando Bart morì. Improvvisamente, una domenica mattina di  novembre. Strappato alla vita e alle braccia di lei, senza preavviso alcuno, senza nemmeno  la possibilità di un ultimo saluto.  Strana la vita. Maud era già rimasta vedova 18 anni prima, quando aveva 27 anni.  Per Maud gli anni a seguire furono caratterizzati da un dolore difficile da sopportare,  smarrimento e profonda solitudine. Ma nei momenti in cui il dolore dava tregua,  riaffioravano i ricordi e i sogni spezzati.   Il nord Europa la chiamava fortemente. Le appariva nei sogni, nelle vecchie fotografie scovate tra le pagine dei libri di Bart e attraverso coincidenze singolari, quelle stesse che  avevano fatto sì che Bart e Maud incrociassero le loro vite, molti anni prima. La tentazione di partire si faceva ogni giorno più forte, d’altro canto cosa mai poteva  trattenerla?  

La paura di non reggere il peso dei ricordi, la malinconia e lo spaesamento scatenato da  un nuovo contesto, lontano e differente dalla zona comfort nella quale si era avviluppata negli ultimi anni, erano senza dubbio le principali voci della lunga lista. Qualche mese dopo la morte di Bart, Maud aveva lasciato la casa nella quale avevano  vissuto negli ultimi dieci anni. Una casa bellissima, in aperta campagna ma molto isolata,  troppo per poter continuare a viverci in solitudine. 

Dai quattrocento metri quadri che aveva abitato fino a quel momento, Maud aveva  traslocato in un sottotetto molto accogliente e luminoso, ma di appena due stanze. La maggior parte degli arredi della vecchia casa erano stati regalati agli amici più cari. Una  scelta pensata a lungo che l’aveva portata a decidere che quei mobili, quegli oggetti,  dovessero continuare a vivere proprio in quelle case, nel loro cerchio magico di affetti. Nella soffitta del sottotetto aveva accuratamente accatastato tutto quello da cui  emotivamente non era riuscita a separarsi. Due vecchi bauli in legno e diversi scatoloni,  che occupavano l’intera parete della soffitta. 

Una domenica di maggio successe un fatto singolare. Uno sciame di api era arrivato nella  nuova casa, creando un gran scompiglio.  Le api, dopo aver in un primo momento assediato il giardino, avevano trovato riparo sopra  il tetto, agglomerandosi fittamente sulle tegole a lato del lucernario, unico punto di luce  naturale della soffitta. 

Il tetto aveva grandi travi in legno e solaio a tavelle. Il ronzio era assordante. Quella nube  di simpatici imenotteri in alcuni momenti adombrava l’intera stanza. Una sciamatura naturale è un evento straordinario. Si dice che sia di buon auspicio. Le api rimasero sul tetto per quasi 3 giorni. Impossibile recuperarle a quella altezza. Poi, il  quarto giorno, decisero di trasferirsi sull’abete in giardino e da lì a poco furono messe in  salvo grazie all’intervento di un apicoltore esperto nel recupero sciami. Durante i giorni di permanenza di queste straordinarie e numerose ospiti, Maud frequentò  spesso la soffitta, sia per tenere monitorata la situazione sia perché lo stare con il naso  all’insù ad osservare tutto quel via vai le restituiva una piacevole sensazione di benessere.  Si sedeva a terra appoggiando la testa al bordo di uno dei due bauli di legno, e osservava.  Dopo il primo giorno, per rendere ancora più comoda la postazione, Maud si era  organizzata stendendo a terra un vecchio tappeto e un cuscino. In quel tempo sospeso,  trascorso in soffitta, si rese conto che la stanza era impregnata di odori a lei familiari.  In un primo momento, entrando, l’olfatto veniva colpito dall’odore pungente della  polvere, ma prolungando la permanenza il sistema ricettivo veniva sollecitato da altri  profumi che però non riusciva a codificare.  

La memoria olfattiva si attivò rapidamente e bastò un attimo per capire che era proprio  quel baule ad emettere quelle essenze. E come in un balzo spazio temporale Maud si trovò catapultata nella vecchia casa, nella camera da letto sua e di Bart, tra quelle lenzuola che  sapevano di sandalo. 

Quel baule, un tempo, conteneva la biancheria per il letto e in fase di restauro era stato  trattato da Bart con olio di sandalo acquistato nel sud dell’India in uno dei loro viaggi. Erano passati più di quattro anni da quando il baule se ne stava chiuso e impolverato in  quella soffitta, ma quell’essenza di legno persisteva fortemente, così come i ricordi di cui  si faceva custode.  

La pianta di sandalo, il Santalum Alba, è ora protetta, così come lo sono le api. Sono due  specie, vegetali e animali, in via di estinzione.  Ma i ricordi non si possono estinguere.  Nei giorni successivi Maud prese coraggio e decise di aprire il baule.  Non ricordava cosa esattamente contenesse.  

In un primo strato si trovava il proiettore con diversi raccoglitori di diapositive a colori,  una busta con cavi elettrici di chissà quale apparecchio e una grossa borsa piena di tende.  Già, nella vecchia casa c’erano quattordici finestre, nella nuova soltanto quattro.  Nello strato inferiore c’erano scatole da scarpe piene di fotografie, alcuni libri di cucina, due vecchie casse dell’impianto stereo, dischi in vinile e una pesante busta piena di sassi di  fiume. 

Ma sul fondo, a far contrasto con la chiara carta “Fiorentina” con cui il baule era stato minuziosamente rivestito, si scorgeva una immagine.  Una cartolina forse? Maud dovette svuotarlo quasi completamente per estrarla. Era una fotografia. Maud si sedette sul tappeto con la foto in mano. Che cos’era quella fotografia? Perché era  lì, sola, sul fondo del baule? E soprattutto perché non riusciva a collocarla temporalmente,  a contestualizzarla? 

Passò un po’ di tempo con quella foto in mano, ogni tanto alzava gli occhi al lucernario  dove però non c’erano più le api ad ispirarla. Posò poi la foto sul tappeto e andò a  prepararsi una tazza di caffè. Maud tornò nella soffitta con il caffè fumante e l’inseparabile tabacco. Un insano vizio,  certo, dal quale però traeva spesso stimolo per la sua fantasia creatrice. Era in piedi, sul  tappeto e guardando la foto dall’alto ebbe un improvviso cedimento all’altezza delle  ginocchia. 

La foto, in bianco e nero, ritraeva una porzione di un vecchio tappeto persiano con un  motivo floreale molto simile al tappeto che Maud aveva sotto ai suoi piedi. Una  similitudine impressionante. Al centro della foto, tra quei fiori tessuti, un disegno fatto quasi sicuramente da un  bambino.  Dall’alto Maud vedeva doppio.  L’immagine alla quale assisteva era la stessa scena rappresentata nella foto.  Una foto nella foto. 

Il disegno raffigurava una donna rubizza e sorridente, con tanti palloncini tenuti nella  mano destra. Nella mano sinistra una piccola borsetta. Sui fili di quei palloncini delle  scritte. Maud prese allora una lente di ingrandimento e fu sorpresa nel riconoscere dei  nomi in quelle scritte. Ventisette palloncini e ventisei nomi propri, femminili e maschili.  Il caffè nel frattempo si era raffreddato mentre Maud fantasticava su quell’immagine.  Il primo pensiero fu che quella donna potesse essere un’insegnante di scuola elementare e  che quei palloncini rappresentassero i bambini della sua classe. Forse un dono ricevuto a  fine anno scolastico.

Fu probabilmente quest’ultimo pensiero ad aprire un cassettino nella memoria di Maud.  Quella foto era stata un regalo ricevuto dalla figlia della proprietaria del piccolo hotel De  Zwaan, nell’immediata periferia di Amsterdam, dove avevano alloggiato circa dodici anni  prima durante uno dei loro viaggi. Quella bambina, di cui Maud non ricordava il nome, si  era affezionata a loro due in quei tre o forse quattro giorni di permanenza nella piccola  pensione, dopo che Bart le aveva recuperato l’aquilone, rimasto impigliato nella veranda  antistante l’ingresso del locale.  

La bambina, nel giorno della loro partenza, aveva posizionato sul tavolo della colazione  una busta di carta, legata con un sottile spago color indaco, contenente appunto quella  fotografia e un bulbo di tulipano, che però l’anno seguente si rivelò essere un narciso. Della foto non disse molto. Era un dono ricevuto da un’anziana signora che da anni  frequentava il loro hotel. Quella era solo una delle tante fotografie che la bambina aveva  ricevuto e collezionato nel tempo. Maud ricordò che la piccola aveva motivato la scelta  dicendo che siccome non aveva nessuna fotografia che raffigurasse un aquilone, quei  palloncini erano quanto di più simile potesse esprimere gratitudine, per la missione di  salvataggio messa in atto da Bart.  

Maud ricordò che, incuriosita, provò a chiedere alla madre chi fosse quella anziana signora  che regalava fotografie, ma la oste, quasi sorpresa dalla domanda, rispose sorridendo che  la figlia era nata “con la fotocamera in mano” oltre che con una fervida immaginazione.  Fu grazie al ritrovamento di quella fotografia sospesa nel tempo, che Maud poté iniziare a  ritessere i brandelli della sua vita. Era giunto il momento di rimettersi in cammino. Viaggiare di nuovo.  Recidere i fili di quei palloncini, lasciarli liberi, direzione Nord.


Barbara Pasquariello


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“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

HARAN THE DOGO 

Mezzora. Tanto c’era voluto per riuscire a lasciarci alle spalle tre morti e cinque auto della polizia.  

Eravamo stati veloci e implacabili come i banditi del West, come i fratelli Dalton, come Butch Cassidy e il Mucchio Selvaggio. Ma ce l’avevamo fatta, eravamo al sicuro. Al sicuro in mezzo al nulla se non fosse per un vecchio casolare decrepito. 

Io ero uno della banda. L’addetto alla guida, il pilota. Ero un poliziotto fino a qualche mese prima e qualche settimana dopo, eccomi al volante con una rapina da fare. 

Ce l’avevamo fatta. Ed eravamo tutti su di giri: “Siamo ricchi!” urlava Einstein, “Puttane e cocaina a chili, cazzo” delirava Zatoichi mentre aveva gli occhi al cielo e le vene gonfie sul collo. “Me ne vado a vivere a Parigi” bisbigliava aggressivamente Sigmund, “Voglio una villa con la piscina, voglio le cameriere e voglio anche un fottuto cavallo nero. Anzi nero con una stella bianca nel bel mezzo della fronte”. “Certo O’Hara, il cavallo. Ti ci vedo con quei capelli e la barba rossa sul cavallo, magari vestiti di verde e mancheranno solo la fata e l’unicorno al quadretto”. Bulgakov era l’acido della banda. 

Ridevamo di gusto nell’offenderci a caso: cazzo eravamo al vertice della piramide criminale. 

I sogni erano tutti lì: cosa ci avremmo fatto mai con tutti quei soldi? E le risposte erano facili: case, auto di lusso, droga, armi. 

Deliravamo attorno alle nostre mancanze dei piccoli stronzi comuni quali eravamo. Erano I soliti discorsi che i banditi fanno prima di avere i soldi. Ma noi ora i soldi li avevamo per davvero. E quello che avevamo in testa, era che tutti avremmo smesso di essere operai, spazzini, minatori. Avevamo tirato fuori le palle, strizzandole talmente forte, da farci schizzare gli occhi e ora eravamo ricchi. Odiavamo il grigio delle nostre esistenze. Volevamo essere frivoli, scintillanti e brutali. Non puoi stare sull’Olimpo vestito da operaio. Ci vuole stile sull’Olimpo. 

Mentre eravamo presi a compiacerci con la bava alla bocca, i morti alle spalle, gli sbirri che ci davano la caccia, la sofferenza, i danni… era tutto dimenticato, come se non fosse accaduto. 

Cazzo, era andato tutto liscio e per inciso: tre morti fanno parte del tutto liscio, sarebbero i famosi rischi di impresa. Ma i rischi erano anche dei tre morti, non puoi pensare di portare quintali di soldi, ori e diamanti in una dannata banca, senza immaginare che ci sia qualche figlio di puttana disposto a fotterteli, non funziona così.

Coglioni ricchi, talmente ricchi e talmente coglioni da sentirsi perennemente al di sopra di noi poveri stronzi. Eravate sull’Olimpo dei ricchi e dei sicuri, noi vi abbiamo reso mortali. 

I rischi del mestiere, i rischi di essere ricchi. 

Eravamo lìa commentare la rapina come i tifosi al derby, tra risate, eccitazione epacche sulle spalle, esaltati e onnipotenti. 

Eravamo in dieci, dieci felici ed esaltati bastardi. Eravamo un kraken senza testa, dieci tentacoli senza un comando. Mancava l’undicesimo e non un undicesimo qualunque. 

Haran non ha detto nemmeno una parola quando è arrivato, nulla. Niente se non un quasi silenzioso “Prendetelo”, indicandomi senza guardarmi. Mi chiedo come gli altri facessero a sapere che ero proprio io quello che doveva essere preso. 

Nel giro di tre secondi ero in ginocchio con la canna della sua Walter P38 in bocca, mentre lui in bocca aveva una sigaretta. Aveva perennemente una sigaretta accesa e tenuta al lato della bocca. Il fumo che si innalzava, faceva si che socchiudesse l’occhio sinistro, cosa che gli conferiva un aspetto quasi buffo. Quasi. 

“Dai Haran….come facevo ad ucciderla. Avrà avuto 8 anni al massimo. Cosa cazzo ti aspettavi che facessi? Davvero immaginavi che sarei riuscito a passarle addosso tranquillamente?” 

Questo era quello che pensavo. Ciò che invece riuscivo a pronunciare erano grugniti sofferti e sanguinolenti e, mentre tentavo di articolare parole e suoni, dai lati della bocca uscivano rivoli di sangue, saliva e pezzi di denti rotti. 

Quel bastardo non mi aveva semplicemente messo la pistola in bocca. Me l’aveva forzata mentre avevo ancora i denti serrati. 

“Senti Susan” esordì: “dovevi solo guidare”. Continuava a fissarmi: “Capito? Lo stronzo qui doveva fare una cosa soltanto, UNA SOLA”. E mentre parlava, mentre il suo disprezzo mi si attaccava sul viso come una maschera, girava e muoveva la pistola nella mia bocca, spingendola ancora più a fondo nella mia gola. 

“Una cosa ti avevo detto di fare, anzi Vi avevo detto, cazzo. È tanto difficile da capire? No TES TI MO NI, Capito? No, è facile da capire, tu sei uno sbirro quindi lo sai cosa vuol dire obbedire ad un ordine. Cosa cazzo vuol dire NO TES TI MO NI? Cosa cazzo ti immagini che voglia dire NO TESTIMONI DEL CAZZO BRUTTO SBIRRO DI MERDA?! Ma forse non mi ritieni degno di darti degli ordini. Ehi questo pezzo di merda sta dicendo che non ho le palle per fare il capo”.

Avevo necessità di pisciare, ma non volevo pisciarmi nei pantaloni. 

In quel momento oltre alla saliva e al sangue che iniziavano a gocciolare per terra, stavo iniziando a piangere ad occhi chiusi: come i bambini davanti al mostro: chiudono semplicemente gli occhi. Non mi andava di aggiungere altri fluidi corporali. 

“Se hai capito quello che sto dicendo fai un cenno con gli occhi”. 

Riuscii a battere le palpebre. 

Le risate di prima avevano ceduto il posto ad un’aria cupa e pesante. Tutto sapeva di esecuzione. Susan mi aveva chiamato. 

Haran era fatto cosi: se qualcosa andava storto, se lui riteneva che avessi mandato qualcosa a puttane, iniziava a chiamarti e a trattarti come se fossi una donna. Non ho mai capito il perchè, gli piaceva semplicemente farlo. Odiava le donne Haran, ma credo sia più giusto dire che odiava tutti. Aveva una filosofia di vita semplice: sono qui e devo andare lì, la via più veloce è la linea retta, se ti trovi in mezzo alla linea mentre la percorro, per sbaglio o per sfortuna, sono davvero cazzi tuoi. 

Ecco: io ero nel bel mezzo della fottuta linea retta. 

“No testimoni, vuol dire no testimoni. Non ha importanza se hanno otto o ottanta anni. Sai cosa accadrebbe se lei dovesse parlare e riconoscerci? O ricordare qualche cazzo di numero di targa? No, non lo sai. E sai cosa? Non lo saprai, Susan. Tra poco avrai un ulteriore orifizio, dalla gola alla nuca. Vedilo come un modo veloce per far uscire l’anima”. 

Haran lo chiamavano il Dogo, come quei malefici cani ammazza puma dell’Argentina. Feroce e senza alcuna paura. Non credo avesse mai cambiato pantaloni, camicia o scarpe. Ma forse aveva un guardaroba tutto uguale. Era grigio in faccia e con i capelli impomatati e sempre, sempre rasato. Le occhiaie incupivano ulteriormente gli occhi da pazzo psicopatico che si ritrovava. Aveva un unico vezzo: le pistole. Cazzo se gli piacevano le pistole. Ne aveva diverse e tutte personalizzate. Le cambiava in base all’umore, come uno cambierebbe un paio di scarpe o una cravatta. 

La pistola che mi aveva sfondato i denti e che di lì a poco mi avrebbe ucciso aveva l’impugnatura rivestita in legno. Era nera e senza un graffio, appena fatta brunire; il calcio era rivestito di olivo con delle tonalità quasi rosa, con venature verdi e grigie, odorava di olivo e sudore. 

Avevo in bocca l’odore sinistro di quell’orrendo liquido per la brunitura; e mentre ero a pochi minuti dal farmi esplodere la testa, pensavo ai danni che avrebbe fatto quell’acido sui denti.

Il tutto mentre aspettavo di morire con una pistola che profumava di legno. 

Aveva qualcosa di elegante la sua pistola. Aveva qualcosa di elegante Haran, con quella pistola. Aveva l’aria di un dannato avvoltoio. Una volta un tizio disse ridendo “Haran, lo sai che puzzi di morto?” 

“Hai ragione”, rispose un attimo prima di sparargli in faccia. Aveva un senso dell’umorismo lugubre in effetti. Forse per questo raccolse con la mano un po’ di sangue dal volto ridotto in pezzi per poi strofinarselo addosso. “Sai una cosa? Avevi ragione. Puzzo di morto”. 

Aveva qualcosa di elegante Haran con quella pistola, ma di certo non le intenzioni. 

Leccavo la bocca di fuoco della pistola nella lontana speranza che la lingua potesse servire a qualcosa, magari a far calare l’erezione di quel cannone. Avevo visto leccare canne di fucile solo alle ballerine che facevano spettacoli sexy per i marines. Ma i soldati che assistevano riuscivano anche ad eccitarsi. 

Beh…io non esattamente. Loro assistevano a ballerine voluttuose che si prodigavano in pompini simulati sulla canna difucili di assalto; invece adesso il pompino lo stavo facendo io e non ero nemmeno lontanamente eccitato. 

L’orgasmo non sarebbe stato per nulla divertente. Per me. 

Mi passava per la testa che tra le tante pistole avevo in bocca quella con gli innesti di olivo. A me piaceva l’olivo. Avrei preferito quella con i decori fatti col bulino? Non lo so. Di lì a poco non avrebbe avuto poi cosi importanza. 

Il colpo non era stato annunciato. Un’esplosione troppo vicina per poterne distinguere la direzione. All’improvviso semplicemente gli occhi smettevano di vedere, le orecchie sentivano il più tremendo ronzio mai sentito e le gambe non reggevano più il mio peso. Non avevo capito cosa fosse successo. Non l’avevo mai immaginata cosi la morte. 

Cadevo faccia per terra, mentre il proiettile uscito dalla nuca, si conficcava nel grosso cancello di legno di quel casolare. Avevo davvero un buco grosso come una noce sulla nuca. E poi il sangue. L’ho sempre immaginato rosso, rosso vivido, rosso sangue. Se esiste una cosa rossa, questa cosa è il sangue. Ma invece è nero. Cazzo, sembra catrame. È rosso solo se lo vedi controluce. Il mio, sparso sulla porta come un dipinto di Pollok, era nero. Il mio cervello in pezzi sembrava l’opera concettuale di un artista sotto acido. 

Mentre morivo stavo diventando un’opera d’arte del cazzo.

Pensavo che sarei diventato un’ulteriore tacca sul calcio della pistola di Haran. Pensavo a quella maledetta stronza di 8 anni.


Giovanni Ruggiero

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“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

Oltre la tenda

Davanti a me ho questa foto che nemmeno pensavo esistesse, perduta come tanti altri ricordi. Non ricordavo questa foto, così come tante altre cose che ho voluto dimenticare nel corso di questi anni. E invece,  qualcuno ha ritrovato un vecchio cartone e dentro quest’ultimo, avvolti in una carta di giornale del 1969 del quotidiano del Randstad, decine di rullini non ancora sviluppati. Qualcuno in un modo che non riesco a comprendere fino in fondo, è riuscito a risalire fino a noi, fino a me, e mi ha inviato in busta chiusa questa foto che ora ho davanti.

Più di cinquanta anni sono passati  da quando è stata scattata: ci siete voi due, le mie sorelle amate, che osservate qualcosa  da dietro la tenda, di quello che  era il nostro soggiorno. 

Che  cosa  stavate guardando? Perché io non c’ero? 

Chissà forse stavate proprio guardando me mentre ero fuori nel cortile, oppure  eravate seminascoste cercando di capire su cosa stessero discutendo mamma e papà. O forse si trattava di quel giorno maledetto in cui mamma ci comunicò di averne abbastanza, facendoci scoprire cos’era davvero la vita, oppure, quel giorno in cui ho portato a casa il primo fidanzatino. 

Cerco della mia memoria i pochi momenti della nostra infanzia in cui in cui non siamo state insieme, ma non riesco ad individuare in questa foto qualcosa in particolare che riporti ad un ricordo preciso. 

Quante foto ci faceva papà, non c’era momento della nostra giornata insieme che in qualche modo non venisse immortalato:  una gita in barca sul canale, un’escursione in bici seguendo il fiume verso il mare, oppure una delle feste della conurbazione, era, forse,  il modo che aveva trovato per farci sentire la sua presenza, per colmare i vuoti delle sue tante assenze per lavoro.

Però ora che ci penso … se è stato papà a scattare la foto allora dov’eravamo io e mamma? Eravamo forse fuori in giardino giocando, facendo giardinaggio? E se la foto per una volta l’avesse scattata la mamma? O addirittura l’avessi scattata io di nascosto per immortalare una vostra piccola marachella?

La memoria è così fallace, e selettiva, più passano gli anni, sempre più inevitabilmente frammenti della nostra infanzia e della nostra adolescenza iniziano a perdersi, cancellarsi, sfocarsi come una vecchia foto. Alcune volte addirittura ci inventiamo ricordi che non sono mai esistiti, così da adeguare la narrazione della nostra vita ai canoni che avremmo voluto.

E’  un miracolo che questi rullini siano arrivati intatti fino ai nostri giorni, che le foto siano state recuperate in modo così perfetto. Chi ha fatto questo lavoro ci ha messo di sicuro tanto amore e tanta curiosità.

E comunque, qualunque fosse il momento della nostra vita immortalato, chi scattava quelle foto di sicuro ci amava più di ogni altra cosa al mondo.

Vorrei tanto condividere con voi sorelle mie questo ricordo così particolare, magari ricordare insieme questo momento, ma alla nostra famiglia non è stato concesso di vivere grandi gioie, ma grandi e indimenticabili dolori.

Quel giorno terribile, quell’incidente, quella maledetta curva, la strada sdrucciolevole, il volo della macchina nel canale, uno dei nostri canali, ha cancellato le vostre vite e quelle di un altro paio di anime limpide ed eccezionali.

Così eccomi da sola a cercare tra i ricordi frammentari di una vita, quest’attimo che sembra perduto.

Domande si susseguono, ma com’è possibile che papà non abbia sviluppato queste foto? Che le abbia tenute nascoste o dimenticate in una soffitta o in uno scantinato? Non lo avrebbe mai permesso “ogni foto non scattata è un ricordo perduto” diceva. E allora dove erano rimaste nascoste queste foto per tutto questo tempo?

Un modo ci sarebbe per tentare di ricostruire la storia dietro questa foto, ma sarebbe necessario fare qualcosa che finora ho sempre rinviato, andare a trovare una persona che non riesco a perdonare, ma che in un modo o nell’altro è la persona che più di tutte ha ancora adesso un legame forte con tutta la nostra memoria.

Non parlo con nostra madre da anni ormai.

Siamo rimaste a vivere nello stesso piccolo paese del Randstad eppure, nonostante tutto, ci siamo appena sfiorate negli ultimi anni dopo aver cercato per decenni di venire a patti con le nostre vite, le nostre coscienze e le nostre maledizioni. 

Così simili, troppo simili per comprenderci davvero.

Ma poi ha davvero senso capire che giorno fosse? Che cosa stesse accadendo fuori dal soggiorno? Non basta forse che sia emerso come un dono inaspettato, il vostro ricordo?  

E però … forse dentro di me sento che ho necessità di condividerlo con qualcuno e allora …

E allora prendo coraggio e percorro, in una meravigliosa giornata di primavera,  il lungo canale in bici come ho fatto migliaia di volte verso quella casa che è rimasta del tutto immutata per anni e dove lei ha continuato a vivere consentendoci poche volte di entrare, come se fosse il suo santuario, il suo rifugio. Ma quella casa era anche nostra, di nostro padre, delle mie sorelle, mia, dei nostri ricordi e della nostra vita felice.

Questa cosa non sono mai riuscito a perdonarla, questo atto di egoismo incomprensibile.

Arrivo fino al cancello di ferro battuto, lo scosto, cigola, seguo il vialetto fino alla porta in legno, mi fermo per un attimo, raccolgo le forze, trattengo il respiro e poi butto fuori l’aria, quanti ricordi, busso.

Sento i suoi passi trascinarsi verso la porta, la sua raucedine, non ha mai smesso di fumare, la sento fermarsi dietro la porta, sicuramente mi sta osservando sorpresa, indecisa sul da farsi, chissà forse ha anche lei il cuore che batte forte e che toglie il respiro.

Alla fine la porta si apre e mi appare il suo viso scavato, il suo volto in disordine, sembra quasi aver pianto da poco, non mi dice nulla, mi invita solo ad entrare, la seguo nel soggiorno, quel soggiorno immortalato nella foto.

Su un tavolino, in disordine, quelle che sembrano vecchie foto.

Mi guarda e sembra stia quasi per cedere,  cadere, crollare, non si stupisce della mia presenza, come se l’avesse in qualche modo preventivata. Mi invita a sedermi e indica le foto. 

Io estraggo la mia dalla tasca interna della blusa, e gliela porgo. Lei la guarda a lungo e poi improvvisamente sorride. “E’ proprio questo soggiorno … incredibile solo oggi mi accorgo che non ho cambiato nulla nell’arredamento … io che volevo cambiare tutto … che …”.

“Mamma ma chi le ha inviate?”

“Non so … oggi le ho trovate in un pacco nella cassetta della posta non c’è mittente … e la tua?”

“Arrivata per lettera … anche questa senza mittente …”.

Guarda ancora la foto come se cercasse anche lei un ricordo che si è perduto.

Poi vedo scorrere le sue lacrime.

“Mamma …”

“Ti ricordi … era un giorno di pioggia e tu e tuo padre eravate usciti in giardino per fare non so quale strano gioco … le tue sorelle erano rimaste a casa … delle tre la più avventurosa, anticonformista sei sempre stata tu … in questo mi somigli … tuo padre aveva lasciato la sua amata reflex nel soggiorno e così mi divertii, sdraiata sul divano, a scattare delle foto …mai avrei pensato che un giorno sarebbero rivissute … ricordo che nascosi il rullino … ma  da quel giorno ci presi gusto e iniziai ogni tanto a fotografarvi tutti di nascosto … non avevo, però,  il coraggio di svilupparle,  di farle vedere a vostro padre … sai le risate che si sarebbe fatto … come avrebbe vivisezionato le mie foto … e allora nel tempo le nascosi in uno scatolone che poi non trovai più … chissà dov’era finito … e ora questo …”

La sua voce s’incrina.

“Quindi non c’era nessun grande evento nascosto dietro questa foto, dietro lo scostare della tenda da parte delle mie sorelle … solo una uggiosa e noiosa giornata di pioggia …”

La mia delusione dove essere davvero evidente se per la prima volta quella donna forte e distante ,dopo anni, arriva quasi a  sfiorarmi i capelli.

E’ ormai ad un palmo da me, sussurra: “Ogni momento era speciale … per quanto piccolo … insignificante … peccato che ad un certo punto non sono più riuscita a cogliere la bellezza di questa normalità … spero che un giorno riuscirai a perdonarmi … “.

Chino il capo verso di lei, non è questo il momento per parlarne, ora che, per la prima volta dopo tanti anni siamo così vicine: ” Sembra quasi che guardino la luce … come se volessero andare via non pensi? E se …”.

Annuisce con lo sguardo, un momento di imprevedibile sintonia.

Così l’aiuto ad alzarsi dal divano, a indossare lo scialle e lentamente la conduco verso la collina dove si trova il piccolo cimitero del villaggio e verso il luogo in cui le mie amata sorelline giacciono. Insieme avevano vissuto, insieme riposavano.

Poniamo la foto sul marmo poroso e ci stringiamo in un abbraccio di tutta la vita  e in qualche modo, le nuvole sembrano prendere forme familiari e siamo nuovamente nel nostro giardino, mio padre che fotografa tutto, mia madre che sorride prendendolo in giro, io che cerco di prendere un geco, e le due bambine paffutelle che improvvisamente sembrano girarsi all’unisono per salutarci in una luce innaturale.

Comincia a fare fresco, stringo le spalle di mia madre, e come se fosse d’incanto da una delle case vicine iniziano ad arrivare le note di quella meravigliosa canzone di Leonard Cohen, Hallelujah e senza una motivo apparente prendo le mani di mia madre tra le mie e la invito a danzare, e tutto per la prima volta dopo anni sembra così leggero.


Damiano Gallinaro

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Il campo di Girasoli” di Vilma Buttolo il racconto terzo classificato

Il Campo di Girasoli di Vilma Buttolo

Il campo di girasoli

Osservandoci tutte tre insieme avrebbero detto che non
eravamo felici. Forse un po’ per le nostre espressioni sempre
imbronciate o forse perché eravamo mal vestite, troppo grasse
troppo magre.
Noi invece felici lo eravamo, soprattutto quando riuscivamo a
stare insieme e quando insieme seguivamo i nostri sogni di
bambine.
Nostro padre, si sa, avrebbe voluto un figlio maschio; così ci
provarono, una gravidanza dietro l’altra. Ma mia madre i
maschi non li partoriva, morivano prima di nascere. Così siamo
rimaste solo noi tre bambine. E io la più piccola ero quella che
più di ogni altro figlio avrei dovuto nascere maschio. Ero
l’ultima possibilità, l’ultima chance vista l’età di mia madre.
Invece nacqui femmina, per mia fortuna e per mia sfortuna
dovetti accettare un nome maschile trasformato alla bene
meglio in femminile.
Così alle mie due sorelle Maria e Giovanna mi aggiunsi io
Giuseppa. Che poi se solo ci avessero messo un po’ più di
attenzione il mio nome sarebbe potuto essere un po’ più
aggraziato, femminile, chessò una Giuseppina mi sarebbe
anche andato bene, bastava pensarci un po’. Invece no. Papà
con noi non si rassegnò mai del tutto e ci insegnò, a chi di più
chi di meno, “le cose da maschio” . Mamma era costernata e
agiva a piccoli passi. Una volta il capello più lungo raccolto in
una treccia, un’altra volta una gonna al posto dei pantaloncini e
così via. Povera donna, passò i nostri primi anni di vita a
condurre un lungo lavoro di mediazione tra un marito che ci
trattava da maschi e il mondo esterno che ci voleva femmine.
A noi non chiesero mai che cosa avremmo voluto essere, noi
però lo sapevamo, per fortuna. Il mondo esterno non ci
spaventava e a papà volevamo bene: le sue bizzarrie non ci
preoccupavano. L’unica volta che vidi mamma impuntarsi
veramente fu quando papà ci comprò delle biciclette. Aveva
risparmiato tanto e tornò a casa con il suo furgone carico delle
nostre bici. Una per ciascuna, per le nostre diverse età e le
nostre altezze ma tutte rigorosamente con la canna centrale.
Mamma non lo fece entrare in casa fino a quando non tornò con
tre biciclette da ragazze. Da quel momento iniziammo le nostre
avventure intorno a quella campagna che stava, via via
trasformandosi in città.

-Aspettatemi per favore – dissi -Sei sempre la solita – risposte Maria che pedalava davanti a
tutte noi -Lagna e cicciona – rimbeccò Giovanna, rallentando per
guardarmi nel dirlo e subito scappare via. -Dai aspettiamola – disse fermandosi Maria.
Maria era la sorella maggiore che ognuno può aver desiderato
nella propria vita. Protettiva, affettuosa la parte salda della
sorellanza. Differente era Giovanna. Lei era più quella con cui
si poteva trasgredire, ma anche quella più dispettosa. In realtà
poi le mie sorelle mi difendevano da tutto e da tutti. Per loro
sono sempre stata la piccola “Pinuccia”.
Ferma sul ciglio della strada mentre riprendevo fiato , non vidi
quello che invece Maria ben più alta di me inquadrò subito.
Coprendosi gli occhi con il palmo della mano sinistra indicò
con l’indice destro lo spazio di fronte. -Guardate, dei girasoli – Più in basso del manto stradale
qualche metro più in là, in mezzo a sterpaglie si levavano verso
il sole tre splendidi girasoli. Chissà come erano arrivati fino a
lì. Ma si sa – la natura non la comanda l’uomo – diceva sempre
papà e in quel caso sembrava fosse proprio così.
Scendemmo con le biciclette spinte a mano giù verso il campo
dove le posammo a terra per avvicinarci . I girasoli erano
bellissimi e altissimi. Senza dirci nulla ci trovammo tutte e tre a
strappare le erbacce intorno per lasciarli crescere fieri e liberi
da intralci. Ovviamente le nostre mani non riuscirono a fare
quello che i nostri occhi già si immaginavano. Quando le
corolle iniziarono a piegarsi su loro stesse, come il capo di chi
si sta addormentando, riprendemmo le nostre biciclette e
tornammo a casa. Sporche, ma felici.
Papà ci stette ad ascoltare mentre gli raccontavamo della nostra
scoperta e mamma brontolava per le mie ginocchia che non
venivano pulite.
Tornammo il giorno dopo con qualche attrezzo prestatoci da
nostro padre. -Allora non volete che venga ad aiutarvi? – ci chiese per la
terza volta. -No papà – risposte Maria – verrai quando avremo finito il
nostro lavoro
Giovanna ed io vicine a nostra sorella maggiore annuivamo
d’accordo. La sua presenza non ci avrebbe permesso di lavorare
come volevamo.
Papà aveva molto insistito affinché gli spiegassimo dove si
trovavano i “nostri girasoli”. Senza capirne il motivo, gli
rispondemmo sommariamente. Il motivo si palesò qualche
giorno dopo la nostra scoperta.
Mentre eravamo la lavoro, sulla strada sterrata si fermò il
furgone del Sig. Patruno. -Che fate bambine, quello è un lavoro da uomini – disse . Io e
le mie sorelle ci guardammo per decidere chi avrebbe dovuto
parlare. Giovanna fece un cenno con la testa e poi disse – E chi
lo dice?-
L’uomo si mise a ridere di gusto aggiungendo – già
dimenticavo voi siete le figlie di Cosimo, siete bambine
particolari – concluse infilandosi in bocca un sigaro. -Particolari di che? – Chiesi mettendomi le mani sui fianchi. -Pinuccia stai buona – mi sussurò Maria aggiungendo poi
verso quell’uomo – Stiamo solo curando i nostri girasoli – -Vostri ?!?- ci disse buttando fuori il fumo di quel sigaro
appena acceso – e da quando vi avrei venduto il mio terreno?
Ditemi un po’?
Guardai le miei sorelle sorpresa. Ma come avevano fatto a non
pensarci? Loro erano grandi avrebbero dovuto saperlo che la
terra non è di tutti. A stento riuscii a trattenere le lacrime
mentre raccoglievamo i nostri attrezzi. Passandogli accanto
prima di montare in sella Maria gli chiese se potevamo
comunque occuparci dei girasoli. La risposta fu una sonora
risata. Ne’ un sì, ne’ un no. -Sto scemo- disse sottovoce Giovanna alla prima pedalata.
-Giovanna, smettila – l’azzittì Maria
Pedalammo in silenzio, non mi lamentai neppure della salita
che ci aspettava sempre prima di arrivare a casa. Decidemmo
che non ne avremmo parlato con mamma e papà per non farli
preoccupare. Il Sig. Patruno era una persona importante in
paese e non volevamo che papà si mettesse contro di lui. Se
avesse saputo che le sue bambine erano state cacciate da quella
terra incolta da uno sbruffone come il sig. Patruno, uh che cosa
sarebbe successo!
Sì, decidemmo di non dire nulla ma quando mamma mi chiese
come stavano i nostri girasoli scoppiai in un pianto
inconsolabile. Giovanna alzò gli occhi al cielo e Maria mi prese
in braccio nel tentativo di calmarmi.
A quel punto la frittata era fatta. -Ma guarda sto mascalzone cacciare tre bambine – disse papà
agitandosi su e giù per casa -Ma tu non lo sapevi che quella terra era di Patruno? – gli
chiese mamma -No certo che no. Avevo capito fosse più vicina alla strada, la
terra del Comune. Ma invece voi non eravate vicine alla strada
vero? – scuotemmo la testa tutte e tre come somari al pascolo. -Vabbè ora lavatevi, poi mangiamo e ci penseremo domani sul
da farsi.
Quella notte non dormii bene, e con me anche le mie sorelle. Il
lettone che Giovanna e Maria condividevano cigolò tutta la
notte a causa del loro continuo girarsi di qua e di là. Alle prime
ore della mattina papà mi svegliò per portarmi con lui.

-Lasciate che coltivino quel pezzo di terra arido- disse mio
padre al Sig. Patruno. Si era fatto annunciare così
all’improvviso nella sua bella casa al centro del paese. -Che vi costa ?- continuò deciso -Che mi costa? – Patruno scoppiò in una risata. Rideva sempre
quell’uomo.- Voi non sapete Cosimo che su quella terra, così
vicina alla strada si può costruire. -E cosa c’è da costruire?- Rispose mio padre -Case, negozi, forse un cinema chissà. Ho già ricevuto delle
offerte e a giorni deciderò- concluse. -Ma lì è campagna chi vuole che venga a viverci, a lavorarci?
– disse mio padre incredulo
-Verranno, verranno. Qui è bello, la gente si sposterà e questo
da piccolo paese diventerà un paese importante, forse un giorno
anche una città. Si chiama progresso, Cosimo.
Mio padre rimase imbambolato fermo con la mia mano nella
sua, così come era entrato in quella stanza. -Però posso fare una cosa per le vostre figlie- disse,
abbassandosi fino a guardarmi negli occhi – Posso permettere
loro di portarsi via i girasoli e piantarli dove meglio credono.
Tanto tu terreno ne tieni ancora vero? – chiese a mio padre,
alzandosi. -Sì, sì – farfugliò papà. -Allora d’accordo. Organizzatevi per i prossimi giorni, perché
non voglio avervi fra i piedi quando verranno gli acquirenti.
Io non avevo capito molto, ma la velocità del passo di papà
verso casa e il suo parlare veloce su come avremmo fatto a
prendere i girasoli mi rasserenò.
Piantammo i girasoli nell’ultimo piccolo pezzo di terra che
papà aveva conservato come orto e che, con il tempo e le nuove
semine, avremmo poi sacrificato a quei fiori meravigliosi. Oltre
a quel fazzoletto di terra, papà non ne aveva più, per questo era
andato a lavorare in quella fabbrica nel paese vicino. Salario
assicurato e meno fatica, così gli avevano detto. Il progresso se
l’era mangiata, la terra, approfittando della povertà e del
bisogno.


Quando il campo di girasoli fu pronto decise di fare
un’inaugurazione, una cosa ufficiale per la nostra famiglia.
Quel giorno mamma riuscì a vestirci da femmine, addirittura
con un fiocco in testa. Noi prendemmo le nostre biciclette e
loro il furgone per raggiungere il campo. Prima di partire però
papà chiamò il nostro vicino con la sua macchina fotografica.

E’ un momento importante – disse facendoci mettere in posa,
non proprio da signorine, a cavallo delle nostre biciclette.
A riguardarci ora non sembriamo molto felici, con quelle gonne
scomode e quei fiocchi nei capelli. Ma noi lo eravamo. Oh se lo
eravamo.

Vilma Buttolo