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“IL LUCCIO” di Luca Maffucci


Il Luccio” di Luca Maffucci

“Sai che nello spazio non c’è gravità e gli astronauti galleggiano nell’aria?”

Jeroen era così. Aveva quella curiosità genuina e fanciullesca che, abbinata alla sua passione per determinati argomenti, lo portavano a volerne sapere di più, ad informarsi. Era successa la stessa cosa qualche mese prima, quando l’Ajax aveva raggiunto per la prima volta la finale della Coppa dei Campioni. Jeroen aveva imparato gran parte delle biografie e delle carriere dei suoi calciatori preferiti, nutrendo grandi speranze per il successo finale. La partita andò in tutt’altra direzione, il Milan trionfò 4-1, ma Jeroen, nonostante le lacrime trattenute a fatica a fine partita, non si perse d’animo, nutrendo grandi speranze per il futuro di quella squadra così giovane. 

Era diventata un’abitudine, in queste ultime settimane, trovarlo a sedere il pomeriggio sul marciapiede davanti alla sua villetta con una copia di Randstad in mano. La cosa fuori dall’ordinario era che Jeroen aveva 7 anni. Quando apriva il giornale di fronte a sé, quasi ci scompariva dietro ed aveva molta difficoltà a girare le pagine senza accartocciarle. Il quotidiano gli veniva concesso solo dopo che aveva finito di leggerlo il padre, Martijn, e questo avveniva solamente qualche ora dopo essere tornato dal lavoro alla Philips. 

Quello su cui Jeroen bramava di informarsi, nelle ultime settimane, era solo e soltanto un argomento: lo sbarco sulla Luna. 

Oggi era finalmente arrivato il gran giorno. Si percepiva sin dalla mattina, che quella sarebbe stata una giornata diversa dalle altre. Era una domenica di Luglio, ma tutta la giornata si era svolta in funzione di quello che sarebbe successo quella notte, di lì a breve. Si notava anche dalle abitudini, completamente sballate: chi rimaneva a letto fino a tardi la mattina, per riuscire a rimanere sveglio praticamente tutta la notte. Chi aveva fatto un riposino nel pomeriggio, per recuperare qualche ora di autonomia. Chi sarebbe andato a letto molto presto la sera, puntandosi la sveglia nel cuore della notte per alzarsi. Molti negozi ed uffici pubblici avevano modificato straordinariamente gli orari di apertura dell’indomani, posticipandoli di qualche ora o scalando direttamente al pomeriggio. 

“No Jeroen, non lo sapevo. Quindi, se non prendono bene la mira, rischiano di vagare nello spazio per sempre?”. Si divertivano a prendere in giro Jeroen, anche se in quel caso non erano andati troppo lontano dalla realtà. Quella sua fame di conoscenza era facilmente scambiabile per saccenteria, soprattutto dai suoi pari età, il che lo rendeva facilmente un bersaglio. “No, non può succedere, sono legati..” Jeroen fu interrotto nella sua ennesima spiegazione da qualcuno che bussò alla porta. Niente di strano, se non fosse per l’orario: erano da poco passate le due di notte. Fu insolito anche, per quell’ora, vedere uscire Kim, la madre di Jeroen, dalla cucina, pulirsi le mani al grembiule ed andare ad aprire la porta. 

Stava tutta lì, in fondo, la straordinarietà di quella notte. Trasportare tutti i normali gesti quotidiani in una dimensione inusuale, quella notturna. Tutto sembrava rallentato. Quando venivano poste delle domande, anche banali, ci voleva sempre qualche attimo più del dovuto per formulare una risposta. Quasi come se anche gli impulsi che partivano dal cervello, fossero stupiti e non particolarmente ricettivi per dover entrare in attività a quell’ora. E poi, si bisbigliava. Senza un vero motivo. Tutti nella villetta erano svegli, i vicini stessi erano ospiti lì, non si correva il rischio di svegliare nessuno. Ma si teneva comunque un tono di voce molto basso, come se la notte richiedesse un tributo di silenzio da rispettare. 

Nei minuti successivi altri amici e vicini di casa bussarono alla porta, aggiungendosi al già ben nutrito gruppo di persone. Ognuno portava qualcosa da mangiare o da bere, che veniva appoggiato sul tavolo dietro al divano dal quale chiunque poteva servirsi. 

Molto presto, i posti in prima fila a sedere sul pavimento cominciarono ad esaurirsi. Quelle postazioni erano, implicitamente, riservate ai bambini. Si innescò una reazione a catena, poiché nessuno voleva sedersi troppo nelle retrovie, con il rischio di precludersi una visuale decente verso la televisione, l’elettrodomestico che di lì a poco avrebbe catalizzato l’attenzione di più di una dozzina di persone. Gli adulti si posizionarono sul divano e sulle sedie. Solo la poltrona rimaneva libera. Tutti sapevano che quello era il posto di Martijn, il padrone di casa. Il telecomando giaceva lì sopra, altro simbolo di riconoscimento dell’autorità, soprattutto in una serata come quella. Anche molti degli amici e dei vicini di casa presenti lavoravano alla Philips, ma Martijn era il più alto in grado, nonostante non fosse il più anziano. La sua era stata una scalata rapida, partendo dalla linea di produzione ed arrivando ad essere il responsabile del controllo qualità degli apparecchi. 

In realtà, questa ascesa di carriera, non era stata completamente indolore. Martijn si era buttato anima e corpo nel lavoro dopo aver subito un grave lutto in famiglia. Il fratello, Peter, di un paio d’anni più grande, fu trovato morto in un canale, dove stava pescando. Nessuno sa cosa sia successo, probabilmente un malore, nonostante la giovane età. Fu trovato a faccia in giù nell’acqua, con un luccio di piccole dimensioni ancora attaccato all’amo. Anche Peter lavorava in fabbrica alla Philips e dopo la sua scomparsa, in un gesto di solidarietà, i datori di lavoro di Martijn lo spostarono dalla linea agli uffici, dandogli così la spinta necessaria per crescere professionalmente e lui non si era lasciato sfuggire l’occasione. 

Non era un uomo di molte parole, Martijn. Non aveva pianto per il fratello. Non aveva espresso dolore con le parole. Era stato vicino ai suoi genitori, ancora entrambi in vita all’epoca, facendosi carico di tutte le incombenze pratiche da sbrigare. Raramente aveva cercato conforto nella moglie, la quale si crucciava dell’impossibilità di sapere cosa passasse per la testa del marito. Non riusciva a dargli sollievo come avrebbe voluto. La reazione più tangibile era stata quella, appunto, di concentrarsi sul lavoro, arrivando in ufficio per primo e lasciandolo per ultimo. Questo impegno era stato notato e, unito ai buoni risultati, gli aveva permesso di raggiungere rapidamente il ruolo di responsabilità che ricopriva attualmente. 

Era questo che stava raccontando Jeroen, a bassa voce, con i modi e le parole di un bambino di 7 anni ai suoi coetanei, soffermandosi più sui fatti che sulle emozioni. Aveva paura di essere sgridato dalla madre per condividere racconti di famiglia così intimi e dolorosi. Una volta che tutti i bambini furono seduti a terra, l’attenzione e la curiosità furono inevitabilmente attirate da quella statuetta raffigurante un pesce, poggiata sull’elettrodomestico. 

“E’ un luccio”, spiegò Jeroen. Suo zio Peter era appassionatissimo di pesca. Sapere che era mancato facendo quello che amava era una magra consolazione. Quel luccio, in realtà, era un trofeo, vinto quando Peter aveva più o meno l’età di Jeroen. Fu il suo primo trofeo, a cui ne seguirono pochi altri, tutti perlopiù in giovane età. Era di bassa qualità, di scarsa fattura e non particolarmente piacevole esteticamente, eppure Peter ne era orgogliosissimo. Lo teneva in bella vista in camera sua, lo spolverava regolarmente e con cura. Martijn non ebbe dubbi, quando si trovò a svuotare la camera del fratello. Era quello l’oggetto che voleva portare con sé per alimentarne il ricordo. Era l’unico oggetto, insieme a pochissime foto di famiglia, che era legato emotivamente al fratello scomparso. 

Si sentirono dei passi al piano di sopra e Martijn apparì in cima alle scale. Le scese ed arrivò in salotto, dispensando sorrisi abbozzati ai presenti e dando pacche sulle spalle.  Nonostante fossero quasi le due di notte, Martin appariva in perfetto ordine. Nessuno avrebbe saputo dire se si fosse appena destato o se fosse rimasto sveglio fino a quel momento. 

Posò brevemente la mano sulla testa di Jeroen e si sedette in poltrona. Prese il telecomando in mano. Un fugace sguardo al luccio. 

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Luca Maffucci

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“Malinconie di un padre” di Iole Cianciosi


“Malinconie di un padre” di Iole Cianciosi

Mi ero svegliato presto, quella mattina. Il cielo minacciava pioggia, i campi di grano  sonnecchiavano ancora nell’eterno silenzio di ogni spiga che oscillava solo impercettibilmente  in una mutabile e serena grazia. C’era un buon odore di legno bagnato e caffè caldo che  gorgogliava con insofferenza. Faceva freddo. Il primo sorso di latte mi ricordò che avrei dovuto  tagliare il prato, quel giorno. Il secondo sorso mi fece tornare in mente che domani sarebbe  stato il compleanno delle bambine, il terzo che sarei dovuto andare a pisciare. La brina del  laghetto congelava i ricordi, la nebbia del mattino si sfrangiava appena, fili leggeri di  malinconia. Joyce dormiva. Le mie macchine fotografiche riposavano sulla parete più in alto  della credenza. Mi misi la giacca a vento. Da queste parti il grano cresce a luglio, ma luglio  resta un mese fresco. Mi infilai sulla testa la tracolla di pelle della macchina fotografica. Uscii.  Il vialetto era deserto, ogni filo d’erba luccicava di luce e brina. Tutte le stelle del firmamento  si erano spente, il mio destino vacillava, quasi caddi mettendo il piede destro nel fango. Maledii  la pioggia, proseguii sulla strada. Fare fotografie è un modo per stabilire un contatto con il  mondo; è il mio personale approccio per confondermi con la realtà. Su questa strada fioccano  incidenti come neve, tutti corrono con i loro rottami e poi si rompono il collo per schivare un  riccio o una volpe. Morti banali di schianti e assordanti rumori. La mattina è un groviglio denso  di impegni. Tra i momenti fotografo. Comprare il pane, due scatti. George che corre dalle sette  alle otto, una fotografia. Covoni di paglia sul camion di Henry di fronte casa mia: tre scatti.  Tutta quella gente che parte per l’America e chissà se e quando tornerà: una decina di foto. E  a Natale e alle feste di questo strano posto che appartiene solo al tempo e non allo spazio, alla  natura che s’incrina ogni giorno, ai fiori della festa, alle antiche case, alle strade bagnate dalla  pioggia e ancora, ancora…  

Sono le sette di sera. Le mie bambine inchiodate a un’altalena con il prato che le inghiotte e la  terra che frana nei ricordi più profondi di un uomo ramingo in lungo e in largo in questa  conurbazione piovosa e immensa e triste e depressa, in questa terra di luce e magia. Bambine,  mie care, sono quasi le otto, dobbiamo andare a casa. Loro sorridono, ondeggiano su quelle  travi antiche sorrette da corde robuste. Mi guardano e non parlano. Il tempo sospeso si dilata  in eternità. In quello sguardo sta tutta la mia esistenza. E non torneremo a casa per cena neanche  sta sera. Compare Venere, tra la luna e altre stelle. Rincalzo, perentorio. Sono un pessimo  padre, penso. Sorridono. Ancora cinque minuti, papà. Poi scompaiono e resta solo una  fotografia e le altalene oscillano lente e vuote. È notte, sono solo. L’oscurità mi trafigge. La  terra mi avvolge. Profumo di muschio, un filo di vento mi sibila lento sull’orecchio sinistro.  Chiudo gli occhi. Un ultimo scatto.  

Scompaio anch’io. 

Iole Cianciosi

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“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi


“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi

Bea e le sue lettere per il cielo

Quelle lettere che venivano puntualmente scritte, una al mese, non avevano un vero destinatario. Bea, la più piccola delle tre figlie, non sapendolo, e non sapendo ancora ne scrivere ne leggere, continuava a spedirle. Era la madre che con grande pazienza riportava tutti i pensieri delle sue bambine. Non era riuscita a dire loro che il papà era morto, fingeva così di indirizzarle al marito. La donna stessa poi di nascosto, rispondeva al posto del suo consorte, così da permettere alle sue figlie di sognare e crescere serenamente. Allisha e Clairette, sorelle maggiori di Bea, seppero dopo un po’ di tempo come erano andate realmente le cose, ma per ordine della loro madre non potevano rivelare niente alla piccola di casa, che aveva avuto sempre una grande venerazione per suo padre. 

Tutte le volte facevano a gara per poter spedire la lettera, ma alla fine, Bea vinceva sempre. Col pretesto di essere la più piccola, acclamava quel diritto più delle sorelle. Considerato che il padre, loro se lo avevano goduto più di lei, le sembrava giusto tenersi per se questo privilegio

Agatha, madre delle tre ragazze, proveniva da una famiglia italiana, pensò di giustificare così l’assenza del marito Jeffry, dicendo che era partito al suo vecchio paese per un buon lavoro, e che non appena si sarebbe sistemato, loro lo avrebbero dovuto raggiungere. Nel frattempo si sarebbero tenuti in contatto scrivendosi.

Agatha sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dire tutta la verità, non era stato facile con le prime due figlie, avevano pianto tanto e a distanza di anni forse non avevano ancora realizzato il concetto di morte, se non per il fatto stesso di quella improvvisa separazione che non permetteva più a loro di poterlo vedere e poterci parlare. Ma quella farsa delle lettere, in un certo qual modo le faceva illudere. In ognuna di loro c’era quella struggente e illusoria speranza di rivedere comparire alla fine della strada, la sagoma del padre. Era un immagine nitida: l’avvicinarsi a passi decisi e andarle incontro come era  il suo solito fare, quando usciva da lavoro. La pippa all’angolo della sua bocca, e il giornale sotto il braccio. Con quel berretto di traverso alla gangster che gli ombreggiava il viso per metà, e che a loro piaceva così tanto, perché lui appena le vedeva, sorrideva sempre. Ad una ad una le prendeva in braccio per baciarle in fronte per poi calarle a terra avviandosi verso casa. Le due grandicelle si aggrappavano una per gamba per trattenerlo, mentre la più piccola veniva presa e seduta a cavallo sulle sue robuste e spaziose spalle. Lei le rubava il capello per metterselo sulla sua testa. Veniva buffamente immersa, lasciando fuori solamente il suo tozzo musetto. L’uomo così si avviava semi curvo fino all’ingresso di casa per poi adagiare Bea sul divano, in attesa che le venisse incontro la moglie. Un rituale quotidiano che sapeva di armonia surreale. Eppure, erano attimi, giorni e anni di vita vissuti nella loro completezza. Un rituale, che dopo quel fatidico giorno dell’incidente, non tornò più. La morte di Jeffry cambiò per sempre le loro vite.

Quando Bea crebbe, volle personalmente scrivere a suo padre, e fu così a scoprire l’amara verità. La madre aveva rimandato per troppo tempo quel momento, pensando che poi sarebbe stato più semplice, ma in realtà per Bea era stato un colpo troppo duro, talmente doloroso che smise di parlare. E così finirono anche lettere, non volle più saperne. Si chiuse in se stessa in un mutismo terrificante, che nemmeno i psicologi riuscirono a persuaderla. Assicurarono però che col tempo, Bea avrebbe ritrovato la sua voce, ma che solo lei poteva decidere quando farlo. Bisognava avere pazienza e farla sentire sempre amata, coinvolgendola in tutte le attività quotidiane senza farle pressione.

Bea piangeva sempre la notte, ma lo faceva singhiozzando per non farsi sentire dalle sorelle. Tutti i pomeriggi usciva fuori per la via dove un tempo vedeva spuntare suo padre quando rientrava da lavoro. Stava per qualche ora a fissare il vuoto, e solo quando veniva chiamata dalla madre, a testa bassa e col broncio, rientrava. Si rannicchiava in posizione fetale sul divano, nel punto esatto dove veniva posata da suo padre. Restava tristemente in silenzio, ignorando persino la presenza delle sorelle, che pur facendo di tutto per farla stare con loro, lei rifiutava.

Un giorno Bea si alzò dal letto prima delle sorelle. Il cielo splendeva più del solito. La primavera era appena cominciata. Tutto intorno fioriva lasciando gradevoli fragranze nell’aria, quasi come una presenza benefica e ristoratrice. Aveva sognato suo padre, che asciugandole le lacrime e mettendosela sulle sue spalle per farla sorridere, gli aveva detto: “Cucciola mia, io ho sempre letto i vostri dolcissimi pensieri, e attraverso vostra madre era il mio cuore che vi rispondeva. Non essere arrabbiata con lei, ne con le tue sorelle. Hanno voluto solo proteggerti, ma io sono sempre vicino a tutte voi. Scrivimi ancora se ti va, perché io leggerò ogni lettera che mi spedirai. Il tuo papà ti ama tanto, non dimenticarlo mai!” L’aveva poi posata sul divano e dileguandosi gli aveva fatto un cenno di saluto con la mano. Scomparve come una nuvola di fumo, come quello della pippa, che lui stesso lasciava ad ogni boccata.

Quella mattina Bea si sentì particolarmente serena, preparò la colazione a tutti, e non appena vide comparire sua madre, la strinse forte a e le disse: “mamma, mamma, ho sognato papà!” le raccontò così il sogno, e la madre pianse dalla commozione, ma soprattutto dalla gioia di sentire che la sua piccola aveva recuperato la voce. Le sorelle la pizzicarono da per tutto, facendole anche il solletico dalla bella notizia appresa, e se la coccolarono per tutto il giorno. Dalla felicità marinarono persino la scuola, volevano godersi quei momenti tanto attesi, tutti per sé, e la mamma non poté fare ameno di acconsentire.

Da quel momento Bea si mise a scrivere lettere ogni giorno, lettere che non spediva più, ma che appoggiava sul ripiano della sua scrivania, accanto all’unica foto dove lei era immortalata sulle spalle di suo padre. lei stessa l’aveva accuratamente riposta in una cornice d’argento, regalo della sua prima comunione. E prima di andare a dormire, ogni notte se l’appoggiava sul suo petto. Sapeva che suo padre avrebbe letto le sue lettere, perché glie lo aveva promesso. Pur non spedendole, sarebbero arrivate dritte al cielo. Scrivere le dava quella sensazione di essere sempre con il suo papà, e non si sentiva più così tanto triste. L’amore del padre rallegrava il suo cuore dandole coraggio giorno per giorno. La madre, poteva vedere riflesso il marito negli occhi delle sue favolose creature. Presenza costante di un amore eterno. E le sorelle si sentivano grate per avere ritrovato la loro sorella, che chiusa in quel mondo tutto suo, aveva sofferto anche troppo. Inseparabili come una volta, la donna e le tre ragazze erano tornate a sorridere alla vita.


Rossana Lucia Boi

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“Un baule impolverato” di Barbara Pasquariello


“Un Baule impolverato” di Barbara Pasquariello

Un baule impolverato

Il loro desiderio più grande era sempre stato quello di poter invecchiare insieme e  trascorrere il buen retiro su una pilotina, ormeggiata in uno dei canali dell’isola di Marken, a nord di Amsterdam. Possibilmente una pilotina color blu Klein con tendine a quadretti  rosa pallido, perché se si sogna allora è bene farlo a colori. Quel desiderio era germogliato durante i diversi viaggi che, in gioventù, avevano fatto in  giro per l’Europa.  

Certo, c’era anche un piano di riserva, ovvero una finca in collina, vista mare, in Andalusia,  dove il clima sarebbe stato senz’altro più temperato per quelle ossa acciaccate che si  sarebbero portati appresso. Il tempo per meditare adeguatamente sulla scelta non sarebbe mancato. Ma non tutte le favole hanno un lieto fine. 

Maud aveva 45 anni quando Bart morì. Improvvisamente, una domenica mattina di  novembre. Strappato alla vita e alle braccia di lei, senza preavviso alcuno, senza nemmeno  la possibilità di un ultimo saluto.  Strana la vita. Maud era già rimasta vedova 18 anni prima, quando aveva 27 anni.  Per Maud gli anni a seguire furono caratterizzati da un dolore difficile da sopportare,  smarrimento e profonda solitudine. Ma nei momenti in cui il dolore dava tregua,  riaffioravano i ricordi e i sogni spezzati.   Il nord Europa la chiamava fortemente. Le appariva nei sogni, nelle vecchie fotografie scovate tra le pagine dei libri di Bart e attraverso coincidenze singolari, quelle stesse che  avevano fatto sì che Bart e Maud incrociassero le loro vite, molti anni prima. La tentazione di partire si faceva ogni giorno più forte, d’altro canto cosa mai poteva  trattenerla?  

La paura di non reggere il peso dei ricordi, la malinconia e lo spaesamento scatenato da  un nuovo contesto, lontano e differente dalla zona comfort nella quale si era avviluppata negli ultimi anni, erano senza dubbio le principali voci della lunga lista. Qualche mese dopo la morte di Bart, Maud aveva lasciato la casa nella quale avevano  vissuto negli ultimi dieci anni. Una casa bellissima, in aperta campagna ma molto isolata,  troppo per poter continuare a viverci in solitudine. 

Dai quattrocento metri quadri che aveva abitato fino a quel momento, Maud aveva  traslocato in un sottotetto molto accogliente e luminoso, ma di appena due stanze. La maggior parte degli arredi della vecchia casa erano stati regalati agli amici più cari. Una  scelta pensata a lungo che l’aveva portata a decidere che quei mobili, quegli oggetti,  dovessero continuare a vivere proprio in quelle case, nel loro cerchio magico di affetti. Nella soffitta del sottotetto aveva accuratamente accatastato tutto quello da cui  emotivamente non era riuscita a separarsi. Due vecchi bauli in legno e diversi scatoloni,  che occupavano l’intera parete della soffitta. 

Una domenica di maggio successe un fatto singolare. Uno sciame di api era arrivato nella  nuova casa, creando un gran scompiglio.  Le api, dopo aver in un primo momento assediato il giardino, avevano trovato riparo sopra  il tetto, agglomerandosi fittamente sulle tegole a lato del lucernario, unico punto di luce  naturale della soffitta. 

Il tetto aveva grandi travi in legno e solaio a tavelle. Il ronzio era assordante. Quella nube  di simpatici imenotteri in alcuni momenti adombrava l’intera stanza. Una sciamatura naturale è un evento straordinario. Si dice che sia di buon auspicio. Le api rimasero sul tetto per quasi 3 giorni. Impossibile recuperarle a quella altezza. Poi, il  quarto giorno, decisero di trasferirsi sull’abete in giardino e da lì a poco furono messe in  salvo grazie all’intervento di un apicoltore esperto nel recupero sciami. Durante i giorni di permanenza di queste straordinarie e numerose ospiti, Maud frequentò  spesso la soffitta, sia per tenere monitorata la situazione sia perché lo stare con il naso  all’insù ad osservare tutto quel via vai le restituiva una piacevole sensazione di benessere.  Si sedeva a terra appoggiando la testa al bordo di uno dei due bauli di legno, e osservava.  Dopo il primo giorno, per rendere ancora più comoda la postazione, Maud si era  organizzata stendendo a terra un vecchio tappeto e un cuscino. In quel tempo sospeso,  trascorso in soffitta, si rese conto che la stanza era impregnata di odori a lei familiari.  In un primo momento, entrando, l’olfatto veniva colpito dall’odore pungente della  polvere, ma prolungando la permanenza il sistema ricettivo veniva sollecitato da altri  profumi che però non riusciva a codificare.  

La memoria olfattiva si attivò rapidamente e bastò un attimo per capire che era proprio  quel baule ad emettere quelle essenze. E come in un balzo spazio temporale Maud si trovò catapultata nella vecchia casa, nella camera da letto sua e di Bart, tra quelle lenzuola che  sapevano di sandalo. 

Quel baule, un tempo, conteneva la biancheria per il letto e in fase di restauro era stato  trattato da Bart con olio di sandalo acquistato nel sud dell’India in uno dei loro viaggi. Erano passati più di quattro anni da quando il baule se ne stava chiuso e impolverato in  quella soffitta, ma quell’essenza di legno persisteva fortemente, così come i ricordi di cui  si faceva custode.  

La pianta di sandalo, il Santalum Alba, è ora protetta, così come lo sono le api. Sono due  specie, vegetali e animali, in via di estinzione.  Ma i ricordi non si possono estinguere.  Nei giorni successivi Maud prese coraggio e decise di aprire il baule.  Non ricordava cosa esattamente contenesse.  

In un primo strato si trovava il proiettore con diversi raccoglitori di diapositive a colori,  una busta con cavi elettrici di chissà quale apparecchio e una grossa borsa piena di tende.  Già, nella vecchia casa c’erano quattordici finestre, nella nuova soltanto quattro.  Nello strato inferiore c’erano scatole da scarpe piene di fotografie, alcuni libri di cucina, due vecchie casse dell’impianto stereo, dischi in vinile e una pesante busta piena di sassi di  fiume. 

Ma sul fondo, a far contrasto con la chiara carta “Fiorentina” con cui il baule era stato minuziosamente rivestito, si scorgeva una immagine.  Una cartolina forse? Maud dovette svuotarlo quasi completamente per estrarla. Era una fotografia. Maud si sedette sul tappeto con la foto in mano. Che cos’era quella fotografia? Perché era  lì, sola, sul fondo del baule? E soprattutto perché non riusciva a collocarla temporalmente,  a contestualizzarla? 

Passò un po’ di tempo con quella foto in mano, ogni tanto alzava gli occhi al lucernario  dove però non c’erano più le api ad ispirarla. Posò poi la foto sul tappeto e andò a  prepararsi una tazza di caffè. Maud tornò nella soffitta con il caffè fumante e l’inseparabile tabacco. Un insano vizio,  certo, dal quale però traeva spesso stimolo per la sua fantasia creatrice. Era in piedi, sul  tappeto e guardando la foto dall’alto ebbe un improvviso cedimento all’altezza delle  ginocchia. 

La foto, in bianco e nero, ritraeva una porzione di un vecchio tappeto persiano con un  motivo floreale molto simile al tappeto che Maud aveva sotto ai suoi piedi. Una  similitudine impressionante. Al centro della foto, tra quei fiori tessuti, un disegno fatto quasi sicuramente da un  bambino.  Dall’alto Maud vedeva doppio.  L’immagine alla quale assisteva era la stessa scena rappresentata nella foto.  Una foto nella foto. 

Il disegno raffigurava una donna rubizza e sorridente, con tanti palloncini tenuti nella  mano destra. Nella mano sinistra una piccola borsetta. Sui fili di quei palloncini delle  scritte. Maud prese allora una lente di ingrandimento e fu sorpresa nel riconoscere dei  nomi in quelle scritte. Ventisette palloncini e ventisei nomi propri, femminili e maschili.  Il caffè nel frattempo si era raffreddato mentre Maud fantasticava su quell’immagine.  Il primo pensiero fu che quella donna potesse essere un’insegnante di scuola elementare e  che quei palloncini rappresentassero i bambini della sua classe. Forse un dono ricevuto a  fine anno scolastico.

Fu probabilmente quest’ultimo pensiero ad aprire un cassettino nella memoria di Maud.  Quella foto era stata un regalo ricevuto dalla figlia della proprietaria del piccolo hotel De  Zwaan, nell’immediata periferia di Amsterdam, dove avevano alloggiato circa dodici anni  prima durante uno dei loro viaggi. Quella bambina, di cui Maud non ricordava il nome, si  era affezionata a loro due in quei tre o forse quattro giorni di permanenza nella piccola  pensione, dopo che Bart le aveva recuperato l’aquilone, rimasto impigliato nella veranda  antistante l’ingresso del locale.  

La bambina, nel giorno della loro partenza, aveva posizionato sul tavolo della colazione  una busta di carta, legata con un sottile spago color indaco, contenente appunto quella  fotografia e un bulbo di tulipano, che però l’anno seguente si rivelò essere un narciso. Della foto non disse molto. Era un dono ricevuto da un’anziana signora che da anni  frequentava il loro hotel. Quella era solo una delle tante fotografie che la bambina aveva  ricevuto e collezionato nel tempo. Maud ricordò che la piccola aveva motivato la scelta  dicendo che siccome non aveva nessuna fotografia che raffigurasse un aquilone, quei  palloncini erano quanto di più simile potesse esprimere gratitudine, per la missione di  salvataggio messa in atto da Bart.  

Maud ricordò che, incuriosita, provò a chiedere alla madre chi fosse quella anziana signora  che regalava fotografie, ma la oste, quasi sorpresa dalla domanda, rispose sorridendo che  la figlia era nata “con la fotocamera in mano” oltre che con una fervida immaginazione.  Fu grazie al ritrovamento di quella fotografia sospesa nel tempo, che Maud poté iniziare a  ritessere i brandelli della sua vita. Era giunto il momento di rimettersi in cammino. Viaggiare di nuovo.  Recidere i fili di quei palloncini, lasciarli liberi, direzione Nord.


Barbara Pasquariello


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“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“300 Ombrelli nella nebbia” di Filippo Cirino


300 ombrelli nella nebbia

-“Anche oggi nebbia…” -“Fino a marzo qui è così, lo sai. Se non ti trovi bene, puoi andartene” -“Se avessi i soldi, me ne andrei sì, mica mi alzerei alle 3 di mattina per prendere quattro pesci di merda” -“Non pensarci… un po’ di caffè?”


Il peschereccio galleggiava nella nebbia del mattino, il canale era una linea immaginaria sospesa tra due filari di alberi. In quel silenzio irreale, due uomini diretti verso il nulla sorseggiavano caffè caldo avvolti nelle loro palandrane.
Erik stringeva la tazza cercando di scaldarsi le mani. Dovunque volgesse lo sguardo, una distesa bianca. E fredda. Alla fine allungò la tazza verso Peter, chiedendogli ancora un po’ di quell’intruglio imbevibile, ma che almeno era caldo.

-“Non ne abbiamo tantissimo, poi resteremo senza…” -“Dammelo o resterai senza di me. Sto crepando di freddo!” -“Ti abituerai!” -“Il tempo di trovare qualcosa di meglio… non voglio starci 10 anni su questa barca del cazzo a respirare nebbia!” -“Ventitrè” -“Cosa?” -“Ventitrè, non dieci. E’ da ventitrè anni che sto su questa barca del cazzo, come la chiami tu” -“Io non so come…” -“Vuoi sapere come ho fatto? Finita la guerra mi sono trovato senza casa e senza famiglia, l’unica cosa che avevo era questa barca del cazzo, e pure scassata” -“Scusa, Peter, non volevo…”

-“Allora l’ho riparata e ho imparato a guidarla in mezzo alla nebbia senza andare a sbattere. Per fortuna mio padre ha fatto in tempo ad insegnarmi a pescare.” -“I tedeschi?” -“Si, maledetti bastardi! Ma ora sono ventitrè anni che questa barca fa mangiare me e i miei figli… E da 2 settimane fa mangiare anche te, quindi vedi di darti una regolata!”


La discussione tra i due uomini fu interrotta da un rumore, uno scoppiettìo lento e continuo. Veniva dalla
sponda sinistra del canale, avvolta da una coltre bianca e impenetrabile.
Peter andò al timone e avvicinò la barca alla sponda, poi con calma rallentò per attraccare.

“Peter, ma perché ci fermiamo? Cos’è ‘sto rumore?”
Avvicinandosi alla riva il suono si fece sempre più distinto, sembrava il rombo di un motore. Piano piano si cominciò ad intravedere una sagoma, una specie di motocicletta. Alla guida c’era un uomo, che parcheggiò il mezzo, lasciando il motore acceso e cominciò a sbracciarsi e ad urlare. Urlava distintamente il nome di Peter.

-“Oh, ma tu conosci quel vecchio?” -“Certo, è Mark. Era un amico di mio padre” -“E che ci fa alle 5 del mattino in motoretta lungo il canale?-“E’ un tipo un po’ strano…”


Ora in mezzo alla nebbia del mattino galleggiavano un peschereccio ed un vecchio con la motocicletta, sospesi come su due isole, distanti una ventina di metri. Il vecchio smise di sbracciarsi e fece un cenno di saluto. Peter ricambiò e cominciò ad urlare verso la riva. Le voci echeggiavano nel nulla

-“Buongiorno Mark, anche oggi in giro di buon’ora?” -“Eh si, per forza, il nemico non dorme mai!”


Erik lanciò un’occhiata a Peter, che gli fece cenno di stare tranquillo.

-“Ma questo tizio ora lavora con te?” -“Si chiama Erik, l’ho preso per darmi una mano.” -“Buongiorno signor Mark. Sì, cerco di dargli una mano a congelarmi in mezzo alla nebbia!”


Il vecchio esitò un attimo. Dopo una breve pausa indicò il ragazzo.

-“Peter, ma lui sa qual è il vostro compito?” -“Certo che lo so, siamo su un cazzo di peschereccio, ci alziamo all’alba, andiamo in mare… quale compito potremmo mai avere?”


Peter diede un calcetto ad Erik e cercò di fargli capire che avrebbero parlato della cosa in privato, ma Mark ripartì con le domande.

-“Non gli hai detto niente? E quando avresti intenzione di dirglielo? Non puoi aspettare che arrivino, deve essere pronto!

“Ma pronto a cosa?!? Peter, sopporto il freddo, la nebbia, la puzza di pesce, tutto. Ma anche questo vecchio suonato no! Spiegami che sta succedendo o domani ci vieni da solo a pescare!” -“Vecchio suonato a chi? Tu non sai proprio nulla, sei troppo giovane per saperlo… Ma quando torneranno dobbiamo essere pronti, altrimenti finirà come l’altra volta!”


Senza dare possibilità di replica, il vecchio salì sulla sua moto scoppiettante e sparì nella nebbia. Ora galleggiava solo il peschereccio, che dopo un po’ ripartì verso il canale invisibile.
Erik rimase in silenzio per tutto il tempo, finì il suo lavoro senza fiatare. Quando il peschereccio attraccò al
molo e finirono di scaricare il pesce, Peter prese la sua borsa e cominciò a contare i fiorini da dare ad Erik.

-“Per domani cosa hai deciso?” -“Vengo, ma a una condizione.” -“Per la paga non posso darti di più, sai che…” -“Non voglio soldi. Voglio parlare di Mark.” -“E’ una storia complicata.” -“Raccontamela” -“Vedi, la guerra ha lasciato tanti segni. Qualcuno ha perso la vita, qualcun altro la testa” -“Quindi è un vecchio matto?” -“Non più matto di tanti altri. Ogni tanto viene e mi racconta delle cose. Nei prossimi giorni tornerà, chiedi direttamente a lui” -“Ma se fa domande strane?” -“Stai al gioco, tanto nella nebbia nessuno ci può vedere e sentire” -“Però domani porta più caffè!”


Erik continuò a salire tutte le mattine sul peschereccio. E a scrutare l’argine, in attesa del rombo della motoretta. Per una settimana intera non successe nulla.
Il martedì successivo oltre alla nebbia c’era anche una fitta pioggerellina. Erik stava avvolto nella sua palandrana, infreddolito, a bere l’ennesima tazza di caffè. Certo il vecchio non si sarebbe presentato sotto la pioggia.
Invece, proprio quel giorno, lo scoppiettìo cominciò a sentirsi in lontananza. Emerse la solita sagoma. Peter accostò la barca e ricominciò la strana conversazione sospesa nella nebbia.

-“Ehi Mark, ma dove vai con questo tempaccio?” -“Giro di perlustrazione, ho visto strani movimenti… ma il ragazzo è ancora con te?” -“Si, ma stai tranquillo, è dei nostri!” -“Gli hai spiegato tutto?” -“Ci ho provato, magari ha bisogno di qualche chiarimento… vuoi parlarci tu?” -“Non ho molto tempo, devo controllare la zona ovest” -“Se potesse, mi farebbe molto piacere, signore. Peter mi ha detto delle cose, ma la sua esperienza mi sarebbe molto d’aiuto.” -“Giusto qualche minuto, ragazzo…” -“Grazie”


Il vecchio cominciò ad indicare un punto nella nebbia, dall’altra parte del canale. Erik guardava quel punto in cui c’era il vuoto, immerso nel nulla più assoluto, ma si concentrò e fece finta di vederci qualcosa.

-“Vedi laggiù. Arrivarono da lì. Erano 300, in cielo si vedevano 300 ombrelli neri.” -“Ombrelli?” -“Divisione aviotrasportata. 300 paracadutisti. Sono stati i primi ad arrivare nel ‘40” -“Ah, i nazisti…” -“Hanno preso le strade e i ponti. Poi hanno bombardato gli aeroporti. Alla fine sono arrivati i carri armati. Cinque giorni per arrivare a Rotterdam e invaderci.” -“D’altronde cosa potevamo fare?” -“Niente, ci hanno presi di sorpresa! Altrimenti ci saremmo difesi. Avremmo fatto saltare i ponti, aperto le dighe. L’acqua è sempre stata il nostro nemico, sarebbe diventata la nostra alleata.” -“Non lo so, hanno preso mezza Europa, magari ci avrebbero presi comunque” -“No, ragazzo. Noi potevamo bloccarli, potevamo fare impantanare i loro fottuti panzer, ma
bisognava agire per tempo. E stavolta non rifaremo lo stesso errore!” -“Ma davvero lei pensa che torneranno?” -“Puoi giurarci, e noi dobbiamo controllare il canale. Appena vedete i paracadutisti, dovete dare l’allarme al quartier generale, Peter sa già tutto.”


Peter aveva ascoltato tutto il tempo e si limitò ad annuire. Senza dare altre spiegazioni, Mark risalì in sella e ripartì per il suo giro. Erik a quel punto si rivolse all’amico, ridendo.

-“E dove sarebbe questo QUARTIER GENERALE? Al mercato del pesce?” -“No, all’ufficio postale…” -“Perché lui è convinto che alle poste…” -“Si, pensa che dietro gli sportelli ci sia una stanza piena di militari e spie che aspettano l’arrivo dei nazisti… non è bello prendere in giro un povero vecchio, lui la guerra l’ha vista davvero!”


Erik ritornò al suo consueto silenzio. Però cominciò a guardare la nebbia oltre il canale con sguardo diverso, pensando a quel giorno in cui arrivarono i paracadutisti tedeschi. Comparsi dal nulla, forse nessuno davvero li vide per tempo. O forse era solo una teoria strampalata di Mark, l’Olanda sarebbe stata invasa comunque e nessuno avrebbe potuto impedirlo.
La nebbia è come una tela bianca, fissandola a lungo puoi immaginare di dipingerci qualsiasi cosa. Erik la guardava giorno per giorno, chiedendosi se davvero potesse sbucare un panzer o dei caccia tedeschi. Una mattina, mentre era assorto, vide uno stormo di puntini neri, stava quasi per chiamare Peter e dirgli di dare l’allarme, che arrivavano i paracadutisti. Poi si accorse che erano solo uccelli e che forse era stato troppo ad
ascoltare le fantasie di quel vecchio.
Però era curioso di rivederlo, di sentirsi raccontare come erano andate le cose nel ’40 e quale sarebbe stato il suo piano per difendere Rotterdam. Ma Mark non tornò, né quella settimana, né la successiva. Peter a un certo punto si preoccupò, non avrebbe mai lasciato per tanto tempo il canale incustodito senza avvisarlo.
Il mattino seguente Peter si presentò scuro in volto.

-“Ieri sera ho incontrato la figlia di Mark. E’ in ospedale e sta male, i medici non sono ottimisti. Mi ha detto che continua a farneticare frasi sui nazisti. Vuole che andiamo a trovarlo, deve dirci delle cose. E dobbiamo anche fare in fretta, perché non gli resta molto…”


Il giorno successivo sul canale arrivarono i nazisti. Due valorosi soldati olandesi si presentarono in ospedale per avvisare l’anziano capo delle Guardie del Canale che il suo piano aveva avuto successo. I ponti erano stati distrutti e le dighe aperte. Le divisioni corazzate dei tedeschi erano state bloccate e Rotterdam era salva. Si sentiva la contraerea che stava abbattendo gli ultimi caccia, ma la battaglia era ormai vinta. Fecero
appena in tempo a dirglielo, poi il vecchio chiuse gli occhi. Sorridendo.
A volte le battaglie si vincono coi carrarmati, questa volta bastarono due vecchie uniformi recuperate da una soffitta, la fantasia di Erik e qualche petardo lanciato nel giardino dell’ospedale

Filippo Cirino