Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Un baule impolverato” di Barbara Pasquariello


“Un Baule impolverato” di Barbara Pasquariello

Un baule impolverato

Il loro desiderio più grande era sempre stato quello di poter invecchiare insieme e  trascorrere il buen retiro su una pilotina, ormeggiata in uno dei canali dell’isola di Marken, a nord di Amsterdam. Possibilmente una pilotina color blu Klein con tendine a quadretti  rosa pallido, perché se si sogna allora è bene farlo a colori. Quel desiderio era germogliato durante i diversi viaggi che, in gioventù, avevano fatto in  giro per l’Europa.  

Certo, c’era anche un piano di riserva, ovvero una finca in collina, vista mare, in Andalusia,  dove il clima sarebbe stato senz’altro più temperato per quelle ossa acciaccate che si  sarebbero portati appresso. Il tempo per meditare adeguatamente sulla scelta non sarebbe mancato. Ma non tutte le favole hanno un lieto fine. 

Maud aveva 45 anni quando Bart morì. Improvvisamente, una domenica mattina di  novembre. Strappato alla vita e alle braccia di lei, senza preavviso alcuno, senza nemmeno  la possibilità di un ultimo saluto.  Strana la vita. Maud era già rimasta vedova 18 anni prima, quando aveva 27 anni.  Per Maud gli anni a seguire furono caratterizzati da un dolore difficile da sopportare,  smarrimento e profonda solitudine. Ma nei momenti in cui il dolore dava tregua,  riaffioravano i ricordi e i sogni spezzati.   Il nord Europa la chiamava fortemente. Le appariva nei sogni, nelle vecchie fotografie scovate tra le pagine dei libri di Bart e attraverso coincidenze singolari, quelle stesse che  avevano fatto sì che Bart e Maud incrociassero le loro vite, molti anni prima. La tentazione di partire si faceva ogni giorno più forte, d’altro canto cosa mai poteva  trattenerla?  

La paura di non reggere il peso dei ricordi, la malinconia e lo spaesamento scatenato da  un nuovo contesto, lontano e differente dalla zona comfort nella quale si era avviluppata negli ultimi anni, erano senza dubbio le principali voci della lunga lista. Qualche mese dopo la morte di Bart, Maud aveva lasciato la casa nella quale avevano  vissuto negli ultimi dieci anni. Una casa bellissima, in aperta campagna ma molto isolata,  troppo per poter continuare a viverci in solitudine. 

Dai quattrocento metri quadri che aveva abitato fino a quel momento, Maud aveva  traslocato in un sottotetto molto accogliente e luminoso, ma di appena due stanze. La maggior parte degli arredi della vecchia casa erano stati regalati agli amici più cari. Una  scelta pensata a lungo che l’aveva portata a decidere che quei mobili, quegli oggetti,  dovessero continuare a vivere proprio in quelle case, nel loro cerchio magico di affetti. Nella soffitta del sottotetto aveva accuratamente accatastato tutto quello da cui  emotivamente non era riuscita a separarsi. Due vecchi bauli in legno e diversi scatoloni,  che occupavano l’intera parete della soffitta. 

Una domenica di maggio successe un fatto singolare. Uno sciame di api era arrivato nella  nuova casa, creando un gran scompiglio.  Le api, dopo aver in un primo momento assediato il giardino, avevano trovato riparo sopra  il tetto, agglomerandosi fittamente sulle tegole a lato del lucernario, unico punto di luce  naturale della soffitta. 

Il tetto aveva grandi travi in legno e solaio a tavelle. Il ronzio era assordante. Quella nube  di simpatici imenotteri in alcuni momenti adombrava l’intera stanza. Una sciamatura naturale è un evento straordinario. Si dice che sia di buon auspicio. Le api rimasero sul tetto per quasi 3 giorni. Impossibile recuperarle a quella altezza. Poi, il  quarto giorno, decisero di trasferirsi sull’abete in giardino e da lì a poco furono messe in  salvo grazie all’intervento di un apicoltore esperto nel recupero sciami. Durante i giorni di permanenza di queste straordinarie e numerose ospiti, Maud frequentò  spesso la soffitta, sia per tenere monitorata la situazione sia perché lo stare con il naso  all’insù ad osservare tutto quel via vai le restituiva una piacevole sensazione di benessere.  Si sedeva a terra appoggiando la testa al bordo di uno dei due bauli di legno, e osservava.  Dopo il primo giorno, per rendere ancora più comoda la postazione, Maud si era  organizzata stendendo a terra un vecchio tappeto e un cuscino. In quel tempo sospeso,  trascorso in soffitta, si rese conto che la stanza era impregnata di odori a lei familiari.  In un primo momento, entrando, l’olfatto veniva colpito dall’odore pungente della  polvere, ma prolungando la permanenza il sistema ricettivo veniva sollecitato da altri  profumi che però non riusciva a codificare.  

La memoria olfattiva si attivò rapidamente e bastò un attimo per capire che era proprio  quel baule ad emettere quelle essenze. E come in un balzo spazio temporale Maud si trovò catapultata nella vecchia casa, nella camera da letto sua e di Bart, tra quelle lenzuola che  sapevano di sandalo. 

Quel baule, un tempo, conteneva la biancheria per il letto e in fase di restauro era stato  trattato da Bart con olio di sandalo acquistato nel sud dell’India in uno dei loro viaggi. Erano passati più di quattro anni da quando il baule se ne stava chiuso e impolverato in  quella soffitta, ma quell’essenza di legno persisteva fortemente, così come i ricordi di cui  si faceva custode.  

La pianta di sandalo, il Santalum Alba, è ora protetta, così come lo sono le api. Sono due  specie, vegetali e animali, in via di estinzione.  Ma i ricordi non si possono estinguere.  Nei giorni successivi Maud prese coraggio e decise di aprire il baule.  Non ricordava cosa esattamente contenesse.  

In un primo strato si trovava il proiettore con diversi raccoglitori di diapositive a colori,  una busta con cavi elettrici di chissà quale apparecchio e una grossa borsa piena di tende.  Già, nella vecchia casa c’erano quattordici finestre, nella nuova soltanto quattro.  Nello strato inferiore c’erano scatole da scarpe piene di fotografie, alcuni libri di cucina, due vecchie casse dell’impianto stereo, dischi in vinile e una pesante busta piena di sassi di  fiume. 

Ma sul fondo, a far contrasto con la chiara carta “Fiorentina” con cui il baule era stato minuziosamente rivestito, si scorgeva una immagine.  Una cartolina forse? Maud dovette svuotarlo quasi completamente per estrarla. Era una fotografia. Maud si sedette sul tappeto con la foto in mano. Che cos’era quella fotografia? Perché era  lì, sola, sul fondo del baule? E soprattutto perché non riusciva a collocarla temporalmente,  a contestualizzarla? 

Passò un po’ di tempo con quella foto in mano, ogni tanto alzava gli occhi al lucernario  dove però non c’erano più le api ad ispirarla. Posò poi la foto sul tappeto e andò a  prepararsi una tazza di caffè. Maud tornò nella soffitta con il caffè fumante e l’inseparabile tabacco. Un insano vizio,  certo, dal quale però traeva spesso stimolo per la sua fantasia creatrice. Era in piedi, sul  tappeto e guardando la foto dall’alto ebbe un improvviso cedimento all’altezza delle  ginocchia. 

La foto, in bianco e nero, ritraeva una porzione di un vecchio tappeto persiano con un  motivo floreale molto simile al tappeto che Maud aveva sotto ai suoi piedi. Una  similitudine impressionante. Al centro della foto, tra quei fiori tessuti, un disegno fatto quasi sicuramente da un  bambino.  Dall’alto Maud vedeva doppio.  L’immagine alla quale assisteva era la stessa scena rappresentata nella foto.  Una foto nella foto. 

Il disegno raffigurava una donna rubizza e sorridente, con tanti palloncini tenuti nella  mano destra. Nella mano sinistra una piccola borsetta. Sui fili di quei palloncini delle  scritte. Maud prese allora una lente di ingrandimento e fu sorpresa nel riconoscere dei  nomi in quelle scritte. Ventisette palloncini e ventisei nomi propri, femminili e maschili.  Il caffè nel frattempo si era raffreddato mentre Maud fantasticava su quell’immagine.  Il primo pensiero fu che quella donna potesse essere un’insegnante di scuola elementare e  che quei palloncini rappresentassero i bambini della sua classe. Forse un dono ricevuto a  fine anno scolastico.

Fu probabilmente quest’ultimo pensiero ad aprire un cassettino nella memoria di Maud.  Quella foto era stata un regalo ricevuto dalla figlia della proprietaria del piccolo hotel De  Zwaan, nell’immediata periferia di Amsterdam, dove avevano alloggiato circa dodici anni  prima durante uno dei loro viaggi. Quella bambina, di cui Maud non ricordava il nome, si  era affezionata a loro due in quei tre o forse quattro giorni di permanenza nella piccola  pensione, dopo che Bart le aveva recuperato l’aquilone, rimasto impigliato nella veranda  antistante l’ingresso del locale.  

La bambina, nel giorno della loro partenza, aveva posizionato sul tavolo della colazione  una busta di carta, legata con un sottile spago color indaco, contenente appunto quella  fotografia e un bulbo di tulipano, che però l’anno seguente si rivelò essere un narciso. Della foto non disse molto. Era un dono ricevuto da un’anziana signora che da anni  frequentava il loro hotel. Quella era solo una delle tante fotografie che la bambina aveva  ricevuto e collezionato nel tempo. Maud ricordò che la piccola aveva motivato la scelta  dicendo che siccome non aveva nessuna fotografia che raffigurasse un aquilone, quei  palloncini erano quanto di più simile potesse esprimere gratitudine, per la missione di  salvataggio messa in atto da Bart.  

Maud ricordò che, incuriosita, provò a chiedere alla madre chi fosse quella anziana signora  che regalava fotografie, ma la oste, quasi sorpresa dalla domanda, rispose sorridendo che  la figlia era nata “con la fotocamera in mano” oltre che con una fervida immaginazione.  Fu grazie al ritrovamento di quella fotografia sospesa nel tempo, che Maud poté iniziare a  ritessere i brandelli della sua vita. Era giunto il momento di rimettersi in cammino. Viaggiare di nuovo.  Recidere i fili di quei palloncini, lasciarli liberi, direzione Nord.


Barbara Pasquariello


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“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

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“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

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“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“300 Ombrelli nella nebbia” di Filippo Cirino


300 ombrelli nella nebbia

-“Anche oggi nebbia…” -“Fino a marzo qui è così, lo sai. Se non ti trovi bene, puoi andartene” -“Se avessi i soldi, me ne andrei sì, mica mi alzerei alle 3 di mattina per prendere quattro pesci di merda” -“Non pensarci… un po’ di caffè?”


Il peschereccio galleggiava nella nebbia del mattino, il canale era una linea immaginaria sospesa tra due filari di alberi. In quel silenzio irreale, due uomini diretti verso il nulla sorseggiavano caffè caldo avvolti nelle loro palandrane.
Erik stringeva la tazza cercando di scaldarsi le mani. Dovunque volgesse lo sguardo, una distesa bianca. E fredda. Alla fine allungò la tazza verso Peter, chiedendogli ancora un po’ di quell’intruglio imbevibile, ma che almeno era caldo.

-“Non ne abbiamo tantissimo, poi resteremo senza…” -“Dammelo o resterai senza di me. Sto crepando di freddo!” -“Ti abituerai!” -“Il tempo di trovare qualcosa di meglio… non voglio starci 10 anni su questa barca del cazzo a respirare nebbia!” -“Ventitrè” -“Cosa?” -“Ventitrè, non dieci. E’ da ventitrè anni che sto su questa barca del cazzo, come la chiami tu” -“Io non so come…” -“Vuoi sapere come ho fatto? Finita la guerra mi sono trovato senza casa e senza famiglia, l’unica cosa che avevo era questa barca del cazzo, e pure scassata” -“Scusa, Peter, non volevo…”

-“Allora l’ho riparata e ho imparato a guidarla in mezzo alla nebbia senza andare a sbattere. Per fortuna mio padre ha fatto in tempo ad insegnarmi a pescare.” -“I tedeschi?” -“Si, maledetti bastardi! Ma ora sono ventitrè anni che questa barca fa mangiare me e i miei figli… E da 2 settimane fa mangiare anche te, quindi vedi di darti una regolata!”


La discussione tra i due uomini fu interrotta da un rumore, uno scoppiettìo lento e continuo. Veniva dalla
sponda sinistra del canale, avvolta da una coltre bianca e impenetrabile.
Peter andò al timone e avvicinò la barca alla sponda, poi con calma rallentò per attraccare.

“Peter, ma perché ci fermiamo? Cos’è ‘sto rumore?”
Avvicinandosi alla riva il suono si fece sempre più distinto, sembrava il rombo di un motore. Piano piano si cominciò ad intravedere una sagoma, una specie di motocicletta. Alla guida c’era un uomo, che parcheggiò il mezzo, lasciando il motore acceso e cominciò a sbracciarsi e ad urlare. Urlava distintamente il nome di Peter.

-“Oh, ma tu conosci quel vecchio?” -“Certo, è Mark. Era un amico di mio padre” -“E che ci fa alle 5 del mattino in motoretta lungo il canale?-“E’ un tipo un po’ strano…”


Ora in mezzo alla nebbia del mattino galleggiavano un peschereccio ed un vecchio con la motocicletta, sospesi come su due isole, distanti una ventina di metri. Il vecchio smise di sbracciarsi e fece un cenno di saluto. Peter ricambiò e cominciò ad urlare verso la riva. Le voci echeggiavano nel nulla

-“Buongiorno Mark, anche oggi in giro di buon’ora?” -“Eh si, per forza, il nemico non dorme mai!”


Erik lanciò un’occhiata a Peter, che gli fece cenno di stare tranquillo.

-“Ma questo tizio ora lavora con te?” -“Si chiama Erik, l’ho preso per darmi una mano.” -“Buongiorno signor Mark. Sì, cerco di dargli una mano a congelarmi in mezzo alla nebbia!”


Il vecchio esitò un attimo. Dopo una breve pausa indicò il ragazzo.

-“Peter, ma lui sa qual è il vostro compito?” -“Certo che lo so, siamo su un cazzo di peschereccio, ci alziamo all’alba, andiamo in mare… quale compito potremmo mai avere?”


Peter diede un calcetto ad Erik e cercò di fargli capire che avrebbero parlato della cosa in privato, ma Mark ripartì con le domande.

-“Non gli hai detto niente? E quando avresti intenzione di dirglielo? Non puoi aspettare che arrivino, deve essere pronto!

“Ma pronto a cosa?!? Peter, sopporto il freddo, la nebbia, la puzza di pesce, tutto. Ma anche questo vecchio suonato no! Spiegami che sta succedendo o domani ci vieni da solo a pescare!” -“Vecchio suonato a chi? Tu non sai proprio nulla, sei troppo giovane per saperlo… Ma quando torneranno dobbiamo essere pronti, altrimenti finirà come l’altra volta!”


Senza dare possibilità di replica, il vecchio salì sulla sua moto scoppiettante e sparì nella nebbia. Ora galleggiava solo il peschereccio, che dopo un po’ ripartì verso il canale invisibile.
Erik rimase in silenzio per tutto il tempo, finì il suo lavoro senza fiatare. Quando il peschereccio attraccò al
molo e finirono di scaricare il pesce, Peter prese la sua borsa e cominciò a contare i fiorini da dare ad Erik.

-“Per domani cosa hai deciso?” -“Vengo, ma a una condizione.” -“Per la paga non posso darti di più, sai che…” -“Non voglio soldi. Voglio parlare di Mark.” -“E’ una storia complicata.” -“Raccontamela” -“Vedi, la guerra ha lasciato tanti segni. Qualcuno ha perso la vita, qualcun altro la testa” -“Quindi è un vecchio matto?” -“Non più matto di tanti altri. Ogni tanto viene e mi racconta delle cose. Nei prossimi giorni tornerà, chiedi direttamente a lui” -“Ma se fa domande strane?” -“Stai al gioco, tanto nella nebbia nessuno ci può vedere e sentire” -“Però domani porta più caffè!”


Erik continuò a salire tutte le mattine sul peschereccio. E a scrutare l’argine, in attesa del rombo della motoretta. Per una settimana intera non successe nulla.
Il martedì successivo oltre alla nebbia c’era anche una fitta pioggerellina. Erik stava avvolto nella sua palandrana, infreddolito, a bere l’ennesima tazza di caffè. Certo il vecchio non si sarebbe presentato sotto la pioggia.
Invece, proprio quel giorno, lo scoppiettìo cominciò a sentirsi in lontananza. Emerse la solita sagoma. Peter accostò la barca e ricominciò la strana conversazione sospesa nella nebbia.

-“Ehi Mark, ma dove vai con questo tempaccio?” -“Giro di perlustrazione, ho visto strani movimenti… ma il ragazzo è ancora con te?” -“Si, ma stai tranquillo, è dei nostri!” -“Gli hai spiegato tutto?” -“Ci ho provato, magari ha bisogno di qualche chiarimento… vuoi parlarci tu?” -“Non ho molto tempo, devo controllare la zona ovest” -“Se potesse, mi farebbe molto piacere, signore. Peter mi ha detto delle cose, ma la sua esperienza mi sarebbe molto d’aiuto.” -“Giusto qualche minuto, ragazzo…” -“Grazie”


Il vecchio cominciò ad indicare un punto nella nebbia, dall’altra parte del canale. Erik guardava quel punto in cui c’era il vuoto, immerso nel nulla più assoluto, ma si concentrò e fece finta di vederci qualcosa.

-“Vedi laggiù. Arrivarono da lì. Erano 300, in cielo si vedevano 300 ombrelli neri.” -“Ombrelli?” -“Divisione aviotrasportata. 300 paracadutisti. Sono stati i primi ad arrivare nel ‘40” -“Ah, i nazisti…” -“Hanno preso le strade e i ponti. Poi hanno bombardato gli aeroporti. Alla fine sono arrivati i carri armati. Cinque giorni per arrivare a Rotterdam e invaderci.” -“D’altronde cosa potevamo fare?” -“Niente, ci hanno presi di sorpresa! Altrimenti ci saremmo difesi. Avremmo fatto saltare i ponti, aperto le dighe. L’acqua è sempre stata il nostro nemico, sarebbe diventata la nostra alleata.” -“Non lo so, hanno preso mezza Europa, magari ci avrebbero presi comunque” -“No, ragazzo. Noi potevamo bloccarli, potevamo fare impantanare i loro fottuti panzer, ma
bisognava agire per tempo. E stavolta non rifaremo lo stesso errore!” -“Ma davvero lei pensa che torneranno?” -“Puoi giurarci, e noi dobbiamo controllare il canale. Appena vedete i paracadutisti, dovete dare l’allarme al quartier generale, Peter sa già tutto.”


Peter aveva ascoltato tutto il tempo e si limitò ad annuire. Senza dare altre spiegazioni, Mark risalì in sella e ripartì per il suo giro. Erik a quel punto si rivolse all’amico, ridendo.

-“E dove sarebbe questo QUARTIER GENERALE? Al mercato del pesce?” -“No, all’ufficio postale…” -“Perché lui è convinto che alle poste…” -“Si, pensa che dietro gli sportelli ci sia una stanza piena di militari e spie che aspettano l’arrivo dei nazisti… non è bello prendere in giro un povero vecchio, lui la guerra l’ha vista davvero!”


Erik ritornò al suo consueto silenzio. Però cominciò a guardare la nebbia oltre il canale con sguardo diverso, pensando a quel giorno in cui arrivarono i paracadutisti tedeschi. Comparsi dal nulla, forse nessuno davvero li vide per tempo. O forse era solo una teoria strampalata di Mark, l’Olanda sarebbe stata invasa comunque e nessuno avrebbe potuto impedirlo.
La nebbia è come una tela bianca, fissandola a lungo puoi immaginare di dipingerci qualsiasi cosa. Erik la guardava giorno per giorno, chiedendosi se davvero potesse sbucare un panzer o dei caccia tedeschi. Una mattina, mentre era assorto, vide uno stormo di puntini neri, stava quasi per chiamare Peter e dirgli di dare l’allarme, che arrivavano i paracadutisti. Poi si accorse che erano solo uccelli e che forse era stato troppo ad
ascoltare le fantasie di quel vecchio.
Però era curioso di rivederlo, di sentirsi raccontare come erano andate le cose nel ’40 e quale sarebbe stato il suo piano per difendere Rotterdam. Ma Mark non tornò, né quella settimana, né la successiva. Peter a un certo punto si preoccupò, non avrebbe mai lasciato per tanto tempo il canale incustodito senza avvisarlo.
Il mattino seguente Peter si presentò scuro in volto.

-“Ieri sera ho incontrato la figlia di Mark. E’ in ospedale e sta male, i medici non sono ottimisti. Mi ha detto che continua a farneticare frasi sui nazisti. Vuole che andiamo a trovarlo, deve dirci delle cose. E dobbiamo anche fare in fretta, perché non gli resta molto…”


Il giorno successivo sul canale arrivarono i nazisti. Due valorosi soldati olandesi si presentarono in ospedale per avvisare l’anziano capo delle Guardie del Canale che il suo piano aveva avuto successo. I ponti erano stati distrutti e le dighe aperte. Le divisioni corazzate dei tedeschi erano state bloccate e Rotterdam era salva. Si sentiva la contraerea che stava abbattendo gli ultimi caccia, ma la battaglia era ormai vinta. Fecero
appena in tempo a dirglielo, poi il vecchio chiuse gli occhi. Sorridendo.
A volte le battaglie si vincono coi carrarmati, questa volta bastarono due vecchie uniformi recuperate da una soffitta, la fantasia di Erik e qualche petardo lanciato nel giardino dell’ospedale

Filippo Cirino

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“O mio Capitano.” di Agostino di Sciullo

“O mio Capitano.” di Agostino Di Sciullo

“O mio Capitano.”


“Capitano? Capitano?”
Il Vecchio adorava quando lo chiamavo così, gli sembrava di tornare ai giorni in cui aveva
ancora un futuro luminoso e non fumo tra le dita del tempo presente.

Mi sorrideva in maniera sghemba con le gengive intervallate da qualche dente ostinato e si
toccava la visiera del suo cappello logoro e ingiallito dal sudore.

Non avevo altra famiglia che lui e lui non aveva nessuno cui sarebbe importato se fosse morto.

La nostra casa era dove ci coricavamo la sera, ci bastavano un fuoco e la coperta di stelle che ci regalava la notte. Non mi è mai mancata l’infanzia, perché mai avrei dovuto rimpiangere regole e punizioni?

Il Vecchio mi aveva raccolto in un fagotto abbandonato e mi aveva cresciuto, insegnato a
leggere e a scrivere.

Mi aveva chiesto varie volte se volessi provare ad andare a scuola.

“Capitano, cosa ci vado a fare? Imparo tutto da te.”

Lui alzava le mani e rideva fino a tossire.

“Sei davvero furbo, hai superato il tuo maestro.” ripeteva dopo aver quasi sputato i polmoni.

L’inverno era il nostro unico, vero nemico. Quando il sole aveva fretta di coricarsi il
pomeriggio e si dimenticava come si doveva scaldare la terra, allora cominciavano i nostri veri problemi.
Le persone si rintanavano in casa e non riuscivamo a rubare nulla per sfamarci abbastanza. Il Vecchio provava a farsi assumere a giornata nei campi ma la sua schiena era da buttare e
odiava farsi comandare.

“Posso provare io a lavorare, Capitano.” suggerivo di tanto in tanto.

“No. Se cominci a lavorare poi ti abituerai e diventerai come loro.”

Alla fine riuscivamo sempre a sopravvivere e la primavera ci trovava magri ed esili come
promesse.
L’anno del nostro ultimo inverno assieme fu quello più rigido e disperato.
Il Vecchio era davvero malmesso, aveva cominciato a dimenticarsi le cose, anche di me.
Zoppicava e faticava a starmi dietro.

“Capitano, riposati, ci penso io stanotte a trovare da mangiare.”

Il Vecchio mi fissò e nascose in profondità la sua tristezza. Si alzò dal fuoco e mi ammonì
sventolando un dito giallo come le vecchie pergamene.

“Fino a che respiro non dipenderò da nessuno.”

Non replicai, sarebbe stato inutile. Ci dirigemmo lungo il fiume e senza farci notare
cominciammo a frugare nei giardini delle case che incontravamo.
Il mio stomaco gorgogliava come un vulcano che sta per eruttare e speravo di trovare almeno una patata da far bollire.
Sentii lo scoppio proprio mentre avevo trovato una zucca pronta per diventare lanterna.
Mi nascosi e pregai che il Capitano fosse in salvo. Lo vidi arrivare poco dopo, stringeva un
pollo che starnazzava e seminava piume.

“Forza ragazzo.” mi urlò.

Ci ritrovammo a correre sul fiume mentre due, tre, cinque torce ci inseguivano feroci.
Arrivammo alla riva e ci sentimmo persi.

“La casa galleggiante, presto.” mi indicò facendo dondolare a mezz’aria il povero pollo.

Raggiungemmo la casa e non appena saliti fummo raggiunti da una nuova scarica di pallini e bestemmie.

“Taglia quelle corde, presto.”

Feci più in fretta che potei e mi voltai proprio mentre un pallino mi carezzava il ciuffo. Il
Capitano aveva appena poggiato il pollo e reciso le corde di ancoraggio quando un colpo lo
fece rimbalzare sul pavimento.

Urlai dalla paura e mi avvicinai.

“Sto bene, pensa a spingere la casa al largo.” gorgogliò con la bocca piena di sangue.
Gli uomini erano quasi arrivati alla riva ma noi avevamo già guadagnato il favore della
corrente. La casa galleggiante scivolò sull’acqua così nera da sembrare ghiaccio cupo.

“Ce la farai.” gli dissi carezzandogli la testa spelacchiata.

Il pollo si avvicinò dubbioso e beccò la caviglia nuda del vecchio che spalancò gli occhi e lo
colpì facendolo saltare in un nuovo turbinio di penne candide.

“Portami dentro ragazzo, comincio a sentire freddo.”

Era un uomo magro e consumato ma per me pesava come un peccato capitale, impiegai diversi minuti e litri di sudore per farlo entrare.
La casa era una grossa rimessa piena di polvere e spifferi. Era servita tanti anni prima come
deposito ma da quando il trasporto su fiume si era motorizzato lo avevano usato solo
contrabbandieri, opossum in calore e timidi innamorati.
Aprii la camicia del vecchio, ormai ridotta ad uno straccio imbevuto ma non vidi nessuna
ferita.
Quando il Vecchio tossì, dal lato sinistro del suo petto, comparve un buco, grosso come un dito da cui colò un lungo serpente scuro di sangue.

“Non mi resta molto, ragazzo.” disse accennando una smorfia che poteva essere un sorriso.
“Non puoi lasciarmi da solo contro il Mondo.”
“Ma io non ti lascio, ti ricordi quando ti avevo parlato degli angeli custodi?”

Sorrisi e scrollai le lacrime facendo cenno di sì con la testa.

“Ecco ora divento il tuo angelo custode, non ti lascerò mai.”

Allungò con estrema fatica una mano e per la prima volta da quando lo conoscevo mi fece una carezza come se fossimo davvero padre e figlio.

“Sei un bravo ragazzo, non farti fregare, mi raccomando.”

All’improvviso la casa sobbalzò e sembrò quasi sul punto di ribaltarsi.

“Tu resta qui, vado a vedere.”

Il Vecchio provò a farmi un cenno con la testa ma non aveva più forze.
Il pollo lo guardò e decise di seguirmi.
Quando arrivai fuori vidi che il fiume stava per tuffarsi in mare e la corrente stava diventando più violenta.
Se fossimo arrivati in mare aperto non ci avrebbe ripreso più nessuno, forse gli squali.
Guardai il cielo e mi resi conto che oltre alla nostra buona stella se ne stavano andando anche le altre. Il sole stava ruggendo verso la nostra destinazione. L’alba era pronta a scoppiare.
Tornai dentro per avvertire il Vecchio.

“Capitano? Capitano?”

Era un’attesa di vani e infiniti minuti. Il Vecchio si era addormentato per sempre dimenticando di chiudere gli occhi sul mondo.
Il pollo chiocciò triste e gli si accovacciò in grembo sospirando.

Allungai la mano e singhiozzando gli abbassai le palpebre.

“Addio, babbo.” sussurrai.

Rimasi al suo fianco fino a quando un fischio mi avvisò che qualcuno ci aveva finalmente
trovati.
Finimmo sul giornale e per un paio di settimane raccontarono tutti la nostra storia. Un tizio
vestito di bianco mi chiese se poteva usare la mia avventura e metterla tra le pagine di un libro che stava scrivendo.

“Tranquillo, cambierò molte cose così nessuno ti darà noia. Però mi diresti il tuo nome, se ne
hai uno? Vorrei farti ricordare.”

Lo guardai incuriosito, era un gentiluomo del sud, con cravattino e vestito bianco.

“Non ho mai avuto un vero nome. Il Vecchio mi chiamava Huck, qualche volta.”
“Huck?” chiese come se stesse pesando le lettere.
“Non so dirle perché mi chiamasse così”
“E il Vecchio ce lo aveva un nome?”
“Io lo chiamavo Capitano però alle persone si presentava come Berry Finn.”

Il gentiluomo si illuminò in un sorriso e mi diede una mescolata alla zazzera.

“Ci sentiamo Huck. Ti farò avere il mio libro.”

Sono passati molti inverni da allora. Mi sono arreso al Mondo e spero che il Capitano mi
perdoni.

Io so solo che mi manca ogni giorno e non l’ho mai dimenticato.
Il passato è peggio della polvere, la polvere almeno puoi nasconderla sotto il tappeto. Il
passato, no. Rimane lì, ti galleggia dentro come la casa su cui eravamo fuggiti e poi ritorna per colpa della risacca e del tempo.
Conservo ancora oggi l’articolo di giornale e la foto della casa che viene trainata a riva. Tengo tutti e due nel libro del signor Twain. Alla fine aveva mantenuto la promessa e me lo aveva spedito. Ma la sua storia era meno triste della mia.

Agostino Di Sciullo

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Il campo di Girasoli” di Vilma Buttolo il racconto terzo classificato

Il Campo di Girasoli di Vilma Buttolo

Il campo di girasoli

Osservandoci tutte tre insieme avrebbero detto che non
eravamo felici. Forse un po’ per le nostre espressioni sempre
imbronciate o forse perché eravamo mal vestite, troppo grasse
troppo magre.
Noi invece felici lo eravamo, soprattutto quando riuscivamo a
stare insieme e quando insieme seguivamo i nostri sogni di
bambine.
Nostro padre, si sa, avrebbe voluto un figlio maschio; così ci
provarono, una gravidanza dietro l’altra. Ma mia madre i
maschi non li partoriva, morivano prima di nascere. Così siamo
rimaste solo noi tre bambine. E io la più piccola ero quella che
più di ogni altro figlio avrei dovuto nascere maschio. Ero
l’ultima possibilità, l’ultima chance vista l’età di mia madre.
Invece nacqui femmina, per mia fortuna e per mia sfortuna
dovetti accettare un nome maschile trasformato alla bene
meglio in femminile.
Così alle mie due sorelle Maria e Giovanna mi aggiunsi io
Giuseppa. Che poi se solo ci avessero messo un po’ più di
attenzione il mio nome sarebbe potuto essere un po’ più
aggraziato, femminile, chessò una Giuseppina mi sarebbe
anche andato bene, bastava pensarci un po’. Invece no. Papà
con noi non si rassegnò mai del tutto e ci insegnò, a chi di più
chi di meno, “le cose da maschio” . Mamma era costernata e
agiva a piccoli passi. Una volta il capello più lungo raccolto in
una treccia, un’altra volta una gonna al posto dei pantaloncini e
così via. Povera donna, passò i nostri primi anni di vita a
condurre un lungo lavoro di mediazione tra un marito che ci
trattava da maschi e il mondo esterno che ci voleva femmine.
A noi non chiesero mai che cosa avremmo voluto essere, noi
però lo sapevamo, per fortuna. Il mondo esterno non ci
spaventava e a papà volevamo bene: le sue bizzarrie non ci
preoccupavano. L’unica volta che vidi mamma impuntarsi
veramente fu quando papà ci comprò delle biciclette. Aveva
risparmiato tanto e tornò a casa con il suo furgone carico delle
nostre bici. Una per ciascuna, per le nostre diverse età e le
nostre altezze ma tutte rigorosamente con la canna centrale.
Mamma non lo fece entrare in casa fino a quando non tornò con
tre biciclette da ragazze. Da quel momento iniziammo le nostre
avventure intorno a quella campagna che stava, via via
trasformandosi in città.

-Aspettatemi per favore – dissi -Sei sempre la solita – risposte Maria che pedalava davanti a
tutte noi -Lagna e cicciona – rimbeccò Giovanna, rallentando per
guardarmi nel dirlo e subito scappare via. -Dai aspettiamola – disse fermandosi Maria.
Maria era la sorella maggiore che ognuno può aver desiderato
nella propria vita. Protettiva, affettuosa la parte salda della
sorellanza. Differente era Giovanna. Lei era più quella con cui
si poteva trasgredire, ma anche quella più dispettosa. In realtà
poi le mie sorelle mi difendevano da tutto e da tutti. Per loro
sono sempre stata la piccola “Pinuccia”.
Ferma sul ciglio della strada mentre riprendevo fiato , non vidi
quello che invece Maria ben più alta di me inquadrò subito.
Coprendosi gli occhi con il palmo della mano sinistra indicò
con l’indice destro lo spazio di fronte. -Guardate, dei girasoli – Più in basso del manto stradale
qualche metro più in là, in mezzo a sterpaglie si levavano verso
il sole tre splendidi girasoli. Chissà come erano arrivati fino a
lì. Ma si sa – la natura non la comanda l’uomo – diceva sempre
papà e in quel caso sembrava fosse proprio così.
Scendemmo con le biciclette spinte a mano giù verso il campo
dove le posammo a terra per avvicinarci . I girasoli erano
bellissimi e altissimi. Senza dirci nulla ci trovammo tutte e tre a
strappare le erbacce intorno per lasciarli crescere fieri e liberi
da intralci. Ovviamente le nostre mani non riuscirono a fare
quello che i nostri occhi già si immaginavano. Quando le
corolle iniziarono a piegarsi su loro stesse, come il capo di chi
si sta addormentando, riprendemmo le nostre biciclette e
tornammo a casa. Sporche, ma felici.
Papà ci stette ad ascoltare mentre gli raccontavamo della nostra
scoperta e mamma brontolava per le mie ginocchia che non
venivano pulite.
Tornammo il giorno dopo con qualche attrezzo prestatoci da
nostro padre. -Allora non volete che venga ad aiutarvi? – ci chiese per la
terza volta. -No papà – risposte Maria – verrai quando avremo finito il
nostro lavoro
Giovanna ed io vicine a nostra sorella maggiore annuivamo
d’accordo. La sua presenza non ci avrebbe permesso di lavorare
come volevamo.
Papà aveva molto insistito affinché gli spiegassimo dove si
trovavano i “nostri girasoli”. Senza capirne il motivo, gli
rispondemmo sommariamente. Il motivo si palesò qualche
giorno dopo la nostra scoperta.
Mentre eravamo la lavoro, sulla strada sterrata si fermò il
furgone del Sig. Patruno. -Che fate bambine, quello è un lavoro da uomini – disse . Io e
le mie sorelle ci guardammo per decidere chi avrebbe dovuto
parlare. Giovanna fece un cenno con la testa e poi disse – E chi
lo dice?-
L’uomo si mise a ridere di gusto aggiungendo – già
dimenticavo voi siete le figlie di Cosimo, siete bambine
particolari – concluse infilandosi in bocca un sigaro. -Particolari di che? – Chiesi mettendomi le mani sui fianchi. -Pinuccia stai buona – mi sussurò Maria aggiungendo poi
verso quell’uomo – Stiamo solo curando i nostri girasoli – -Vostri ?!?- ci disse buttando fuori il fumo di quel sigaro
appena acceso – e da quando vi avrei venduto il mio terreno?
Ditemi un po’?
Guardai le miei sorelle sorpresa. Ma come avevano fatto a non
pensarci? Loro erano grandi avrebbero dovuto saperlo che la
terra non è di tutti. A stento riuscii a trattenere le lacrime
mentre raccoglievamo i nostri attrezzi. Passandogli accanto
prima di montare in sella Maria gli chiese se potevamo
comunque occuparci dei girasoli. La risposta fu una sonora
risata. Ne’ un sì, ne’ un no. -Sto scemo- disse sottovoce Giovanna alla prima pedalata.
-Giovanna, smettila – l’azzittì Maria
Pedalammo in silenzio, non mi lamentai neppure della salita
che ci aspettava sempre prima di arrivare a casa. Decidemmo
che non ne avremmo parlato con mamma e papà per non farli
preoccupare. Il Sig. Patruno era una persona importante in
paese e non volevamo che papà si mettesse contro di lui. Se
avesse saputo che le sue bambine erano state cacciate da quella
terra incolta da uno sbruffone come il sig. Patruno, uh che cosa
sarebbe successo!
Sì, decidemmo di non dire nulla ma quando mamma mi chiese
come stavano i nostri girasoli scoppiai in un pianto
inconsolabile. Giovanna alzò gli occhi al cielo e Maria mi prese
in braccio nel tentativo di calmarmi.
A quel punto la frittata era fatta. -Ma guarda sto mascalzone cacciare tre bambine – disse papà
agitandosi su e giù per casa -Ma tu non lo sapevi che quella terra era di Patruno? – gli
chiese mamma -No certo che no. Avevo capito fosse più vicina alla strada, la
terra del Comune. Ma invece voi non eravate vicine alla strada
vero? – scuotemmo la testa tutte e tre come somari al pascolo. -Vabbè ora lavatevi, poi mangiamo e ci penseremo domani sul
da farsi.
Quella notte non dormii bene, e con me anche le mie sorelle. Il
lettone che Giovanna e Maria condividevano cigolò tutta la
notte a causa del loro continuo girarsi di qua e di là. Alle prime
ore della mattina papà mi svegliò per portarmi con lui.

-Lasciate che coltivino quel pezzo di terra arido- disse mio
padre al Sig. Patruno. Si era fatto annunciare così
all’improvviso nella sua bella casa al centro del paese. -Che vi costa ?- continuò deciso -Che mi costa? – Patruno scoppiò in una risata. Rideva sempre
quell’uomo.- Voi non sapete Cosimo che su quella terra, così
vicina alla strada si può costruire. -E cosa c’è da costruire?- Rispose mio padre -Case, negozi, forse un cinema chissà. Ho già ricevuto delle
offerte e a giorni deciderò- concluse. -Ma lì è campagna chi vuole che venga a viverci, a lavorarci?
– disse mio padre incredulo
-Verranno, verranno. Qui è bello, la gente si sposterà e questo
da piccolo paese diventerà un paese importante, forse un giorno
anche una città. Si chiama progresso, Cosimo.
Mio padre rimase imbambolato fermo con la mia mano nella
sua, così come era entrato in quella stanza. -Però posso fare una cosa per le vostre figlie- disse,
abbassandosi fino a guardarmi negli occhi – Posso permettere
loro di portarsi via i girasoli e piantarli dove meglio credono.
Tanto tu terreno ne tieni ancora vero? – chiese a mio padre,
alzandosi. -Sì, sì – farfugliò papà. -Allora d’accordo. Organizzatevi per i prossimi giorni, perché
non voglio avervi fra i piedi quando verranno gli acquirenti.
Io non avevo capito molto, ma la velocità del passo di papà
verso casa e il suo parlare veloce su come avremmo fatto a
prendere i girasoli mi rasserenò.
Piantammo i girasoli nell’ultimo piccolo pezzo di terra che
papà aveva conservato come orto e che, con il tempo e le nuove
semine, avremmo poi sacrificato a quei fiori meravigliosi. Oltre
a quel fazzoletto di terra, papà non ne aveva più, per questo era
andato a lavorare in quella fabbrica nel paese vicino. Salario
assicurato e meno fatica, così gli avevano detto. Il progresso se
l’era mangiata, la terra, approfittando della povertà e del
bisogno.


Quando il campo di girasoli fu pronto decise di fare
un’inaugurazione, una cosa ufficiale per la nostra famiglia.
Quel giorno mamma riuscì a vestirci da femmine, addirittura
con un fiocco in testa. Noi prendemmo le nostre biciclette e
loro il furgone per raggiungere il campo. Prima di partire però
papà chiamò il nostro vicino con la sua macchina fotografica.

E’ un momento importante – disse facendoci mettere in posa,
non proprio da signorine, a cavallo delle nostre biciclette.
A riguardarci ora non sembriamo molto felici, con quelle gonne
scomode e quei fiocchi nei capelli. Ma noi lo eravamo. Oh se lo
eravamo.

Vilma Buttolo

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Il racconto vincitore del premio letterario Randstad1969

Il 3 ottobre è stato un pomeriggio denso di emozioni in occasione della premiazione dei racconti del primo concorso letterario “Randstad 1969”.

L’idea di brevi racconti che prendessero origine dalle foto di Randstad 1969, ha entusiasmato ben 43 scrittori. Tra questi, studenti, operai, casalinghe, impiegati, uniti dal fascino di quelle immagini e dalle possibile storie che ne potevano nascere.

Le vincitrici del Premio letterario sono:

Al primo posto, Rossana Pavone con il racconto “I cervi del parco di Randstad”;

al secondo posto, Francesca Tilio con il racconto “Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″;

al terzo posto, Vilma Buttolo con “Il campo di girasoli”.

Diverse le menzioni: a Filippo Cirino con il racconto “300 ombrelli nella nebbia”; Agostino Di Sciullo con il racconto “O mio capitano”, ed infine la giuria ha voluto assegnare una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle (AN) ed alla loro professoresse Eugenia Giorgetti e Margherita Guadagno.

Quotidianamente pubblicheremo i racconti unitamente alla fotografia assegnata.


I cervi del parco di Randstad di Rossana Pavone

I CERVI DEL PARCO DI RANDSTAD


«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare»
[Jack Kerouac, On the Road]


Amsterdam, 1 gennaio 1969


Caro diario,
inizia un nuovo anno.
Durante le vacanze ho letto questo straordinario libro e ho trascritto le parole come un progetto.
Penso che solo i maschi possano essere liberi. Non hanno paura di niente.
Neanch’io ho paura di niente. Potrò mai viaggiare con l’autostop?
Per ora posso solo andare a scuola e tornare presto perché mamma conta su di me per stare con le
sorelline mentre lei è al lavoro.
Marieke ha dieci anni e Sanneke sei. Vanno alla scuola elementare.
Io ne compirò quattordici il 21 luglio e sono al primo anno del VWO . Vorrei studiare latino e greco.
E viaggiare.
Ma ho sentito mamma parlare con un’amica: vorrebbe mandarmi a una scuola tecnica.
Chissà se papà mi aiuterà. Lui e mamma litigano spesso. Papà sta poco in casa. Ha molto lavoro.
Qui incollo la foto di noi tre in scaletta. L’ha scattata papà.


Amsterdam, 15 gennaio 1969

Caro diario,

un altro libro che mi è piaciuto: Harper Lee, Il buio oltre la siepe. Mi vedo in Scout, l
protagonista. Orfana di madre. Si picchia con i maschi.
Io non sono orfana, ma mamma ha occhi solo per le sorelline.
Per me basta un secco: Anne sei grande! Nessun piccolo nome come per loro: Susanna la chiama
Sjoukje e Maria Marieke.
Niente di quello che faccio va bene. Oggi ho portato a casa un disegno che mi è venuto proprio
bello. A scuola parlano di una mostra dei nostri lavori migliori.
Volevo rappresentare l’ingiustizia e il razzismo come ho letto nel libro.
L’ho firmato Anouka. E non risponderò se non mi chiamano in questo modo.
Naturalmente mamma ha riso e non ha guardato il disegno.
Papà non dice niente.
Le sorelline hanno detto Bello! Ma erano distratte dai loro vestiti nuovi.
Sono molto carine, diverse da me. Io sono spigolosa e ho capelli scuri come papà. Loro sono
paffute e bionde come due stelle.


Amsterdam, 19 gennaio 1969


Caro diario,
è successa una cosa terribile.
È morto a Praga il ragazzo che si è dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica, Jan
Palach .
Non riesco a non pensare al suo dolore.
Sono corsa in camera piangendo. Le bambine giocavano.
Mamma ci ha chiamate per la merenda e io non sono andata. Dice che esagero.
Ho disegnato i carri armati e il fuoco, ma Jan no.
Incollo la sua foto “prima”.


Amsterdam, 21 luglio 1969


Caro diario,
oggi è il mio compleanno. Quattordici anni.
Da tanto non ti racconto niente. Disegno e, quando è bel tempo, vado in bici con Sanneke e
Marieke.
Loro sono sempre contente. Mamma non le sgrida e sembrano una lo specchio dell’altra. Bionde con le trecce. Mamma le pettina e le veste uguali.
Ho chiesto per regalo di tagliarmi i capelli a paggetto.
Papà mi ha regalato una scatola grande di colori ad acquerello e fogli da disegno.
Il bello di questo compleanno è che eravamo tutti insieme a tavola. Da tanto papà non mangiava con noi. È spesso fuori per lavoro. Anche all’estero.
Abbiamo tagliato la torta e poi siamo andati a vedere la tv. Tutti insieme.
Ma la cosa straordinaria di oggi è che un uomo ha camminato sulla luna. Camminato.
Si chiama Neil Armstrong ed è americano.
Credo che lui non sarà mai più come prima. E neanch’io.
Guardo la luna e penso al libro di Jules Verne che ho letto da piccola, Dalla Terra alla Luna, a
certi quadri, alle poesie, al Clair de lune di Debussy. Ma ora so che ci hanno camminato sopra davvero. Debussy avrebbe scritto il Clair de Lune?
Queste sono le foto ritagliate dal giornale.


Amsterdam, 16 agosto 1969


Caro diario,
scrivo poco. Disegno, ma quello che disegno non è mai come lo vedo. Credo succedesse anche a
Vincent van Gogh. Non lo dico a mamma perché mi prenderebbe in giro.
Vorrei diventare giornalista.
Se fossi giornalista vorrei essere a Woodstock. Non so come tanta gente stia


Tengo fra le mani questo quaderno con la copertina arancione. Sulla prima pagina c’è il divieto di leggere il mio diario segreto. Nell’ultima la frase è interrotta.
Sono passati cinquant’anni. Cinquantuno.
Tengo fra le mani il cuore di un’ Anouka di quattordici anni.
Vorrei dirle di non avere paura, di credere in sé stessa, di impegnarsi a essere felice.
Leggo i pensieri, le notizie, i libri che l’avevano colpita. Guardo gli schizzi, le scritte colorate: non lo sapeva, ma si stava esprimendo in una sorta di Poesia visiva. L’avrebbe imparato più tardi.
Anzi: l’avrei imparato. Parlo di me come di un’altra.
Quell’anno papà se ne andò. I soggiorni in Francia erano sempre più frequenti e più lunghi. Poi si fermò a Parigi.
La mamma ci spiegò qualcosa, ma si contraddiceva: non sapevo se fosse ferita o sollevata. Anni dopo avrei capito.
Mio padre non disse niente.
Io mi sentivo sola, abbandonata. Mi sarei sentita sola e abbandonata sempre, da allora.
Qualche volta raggiunsi papà a Parigi, una città che mi faceva sentire bene.
A diciott’anni decisi di restare anch’io a Parigi. Mi mantenevo con lavoretti, traduzioni e
frequentavo una scuola d’arte. Volevo dedicarmi al restauro.
Papà mi aiutava, ma non ci vedevamo spesso. Pareva sempre in fuga.
Una volta lo vidi al caffè con una signora. Non erano più giovani, ma papà copriva con la sua la mano di lei sul tavolino. Aveva un volto felice che non gli avevo mai visto e tutti e due sembravano brillare come se nel locale ci fossero solo loro.
Da casa mi arrivavano lettere stiracchiate. Ogni tanto tornavo ad Amsterdam, ma ero a disagio.
C’era Staas, adesso, con loro.
Lo conoscevo fin da piccola. Era un collega di papà, biondo e grande. Aveva un debole per le mie sorelline e veniva spesso a trovarci. Ci teneva compagnia quando papà era via. Ci portava a cinema, al parco. Si fermava a cena e arrivava con grandi vassoi di dolci. Le bambine gli facevano festa e la mamma era contenta.
Dentro il quaderno ho trovato foto di quell’ultimo anno di bambina. O quasi bambina. Sognavo in grande con cuore bambino.
Noi in bici, per strada, mentre prendiamo il pullmino per la scuola. Ce ne sono un paio con mamma.

C’è la foto di un bozzetto sopra il tappeto del soggiorno. Credo di averlo disegnato sdraiata su quel tappeto, come facevo sempre: una bambina che tiene in mano tanti palloncini colorati.
La stessa foto la trovai nel portafoglio di papà quando Claudine mi avvertì della sua morte
improvvisa e mi permise di scegliere quello che mi interessava conservare.
Claudine era una signora dolce e aveva voluto molto bene a papà. Insieme erano stati felici di piccole cose e di certe avventure e viaggi che forse papà aveva desiderato tutta la vita, ma con mamma non era riuscito a realizzare.
Mamma era rigida e accentratrice. Era lei a decidere chi far entrare nel suo mondo e a chi concedere sorrisi e buon umore. Per chi cucinare e farsi bella. A chi piacere.
Papà era stato presto escluso dal calore di cui aveva disperato bisogno. E anch’io ne ero rimasta esclusa quasi contemporaneamente.
In quel mondo era entrato il biondo grande prevedibile Staas, al quale non interessavano i libri che leggeva papà, né si arrovellava per capire cosa si nascondesse dietro certe notizie riportate dai giornali, con il quale mamma non doveva far fatica per seguire un ragionamento. Bastava arrivasse con un regalino un po’ vistoso o dicesse che la portava fuori a pranzo per vederla ridere. Staas che così bene si era inserito nel vuoto lasciato da papà. Molto prima che papà lasciasse un vuoto.
Crescendo mi accorsi di quanto Sanneke e Marieke fossero identiche a Staas, grandi bionde e superficiali.
Fu quel giorno in cui lasciai la pagina del diario a metà. E non potevo confidarmi con nessuno.
Raccolsi i cocci della mia infanzia, anche se a quattordici anni avrei dovuto essere già fuori
dall’infanzia. Credo che in qualche modo avessi rallentato la crescita per cercare di essere come le sorelline, stare con loro, respirare la loro serena inconsapevolezza, rubare un po’ dell’amore che non era per me.
Quel giorno i miei quattordici anni mi chiamarono alla realtà.
Eravamo nel parco con mamma e Staas. Papà era a Parigi.
La zona di Randstad dove abitavamo è la più industrializzata e l’amministrazione ha creato oasi verdi facilmente raggiungibili per le famiglie.
Guardo questa foto del parco. Dev’essere stata scattata da papà l’anno prima, quando con noi c’era lui, ed è proprio il luogo in cui diventai grande, in cui mi sentii sola, in cui mi sentii abbandonata.
Il parco mi pareva troppo finto, con i cervi che si lasciano avvicinare senza paura, il recinto perché non oltrepassino il canale, gli alberi protetti dalle scorticature dei loro denti, la palizzata che impedisce alle rive del canale di franare.
Di là dagli alberi c’era il bosco, gli animali nel loro ambiente e mi sentivo in trappola come i cervi che brucavano senza ricordare la libertà. Ero a disagio e avrei voluto andare oltre gli alberi.
Ne nacque una discussione che finì come sempre in risate al mio indirizzo.
Mi allontanai verso l’acqua. Le sorelline erano corse vie per un loro gioco.
Tornando ascoltai mamma che si lamentava di come fossi uguale a mio padre, menomale che le altre due erano identiche a lui, a Staas. Vidi come lui la abbracciava per consolarla. Capii.
Capii perché papà non c’era mai e quel suo sforzo per farmi soffrire il meno possibile.
Decisi che me ne sarei andata presto. On the road, come i maschi . O con il diploma di scuola
superiore.
Della mia famiglia sono rimaste Sanneke e Marieke. A volte ci incontriamo.

Claudine è morta da tanti anni. Eravamo diventate amiche e aveva saputo ricucire la distanza fra me e papà.
Cercava di insegnarmi a essere felice.
C’è sempre modo di ricominciare, diceva, guarda noi. E voleva dire lei e papà.
Mi aveva regalato il suo “Alice nel paese delle meraviglie”, tutto sottolineato.
Sulla prima pagina: A Anouka con affetto.
E aveva trascritto il dialogo con il gatto, prima della bella firma svolazzante:
«Quale via dovrei prendere?»
«Dipende dove vuoi andare…»
«Ma io non so dove andare!»
«Allora non importa quale via prendere».


Adesso devo fare una scelta senza paura di essere felice.


Rossana Pavone

Concorso Letterario

Finalisti concorso letterario Randstad1969

La giuria ha terminato le valutazioni dei racconti e siamo lieti di comunicare i finalisti e i menzionati del Concorso Letterario Randstad1969.

Finalisti:

Vilma Buttolo “Il campo di girasoli”

Rossana Pavone ” I cervi del parco di Randstad”

Francesca Tilio ” Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″

Menzionati dalla giuria

Filippo Cirino ” 300 ombrelli nella nebbia”

Agostino Di Sciullo ” O mio capitano”

La giuria ha assegnato una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’ IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle ( AN ) e alla loro professoressa Eugenia Giorgetti .

Il vincitore verrà annunciato nel corso della cerimonia di premiazione che avverrà il 3 ottobre alle ore 17:30 presso la sala teatro del Centro Culturale Aldo Moro sito in Strada Istonia 2 San Salvo (Ch).

Tutti gli autori riceveranno un attestato di partecipazione.

Durante la premiazione saranno presenti i giudici del concorso e ogni autore premiato avrà la possibilità di presentarsi e raccontare brevemente il proprio percorso.


Subito dopo la premiazione inaugureremo la mostra fotografica di Randstad1969-141 riportati alla luce-nella sala semicircolare del Centro Culturale Aldo Moro.

si ringraziano per il sostegno

Casina delle Rose

Molière Bistrot caffè letterario

Drank

SanSalvo.info

Cartolibreria dello Stadio

Ila Imballi legno Abruzzo

Mondadori Bookstore Vasto

Centro Culturale Aldo Moro

Diemme Amministratori di condominio

Akon Service

Franco Glieca fotografia