Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Malinconie di un padre” di Iole Cianciosi


“Malinconie di un padre” di Iole Cianciosi

Mi ero svegliato presto, quella mattina. Il cielo minacciava pioggia, i campi di grano  sonnecchiavano ancora nell’eterno silenzio di ogni spiga che oscillava solo impercettibilmente  in una mutabile e serena grazia. C’era un buon odore di legno bagnato e caffè caldo che  gorgogliava con insofferenza. Faceva freddo. Il primo sorso di latte mi ricordò che avrei dovuto  tagliare il prato, quel giorno. Il secondo sorso mi fece tornare in mente che domani sarebbe  stato il compleanno delle bambine, il terzo che sarei dovuto andare a pisciare. La brina del  laghetto congelava i ricordi, la nebbia del mattino si sfrangiava appena, fili leggeri di  malinconia. Joyce dormiva. Le mie macchine fotografiche riposavano sulla parete più in alto  della credenza. Mi misi la giacca a vento. Da queste parti il grano cresce a luglio, ma luglio  resta un mese fresco. Mi infilai sulla testa la tracolla di pelle della macchina fotografica. Uscii.  Il vialetto era deserto, ogni filo d’erba luccicava di luce e brina. Tutte le stelle del firmamento  si erano spente, il mio destino vacillava, quasi caddi mettendo il piede destro nel fango. Maledii  la pioggia, proseguii sulla strada. Fare fotografie è un modo per stabilire un contatto con il  mondo; è il mio personale approccio per confondermi con la realtà. Su questa strada fioccano  incidenti come neve, tutti corrono con i loro rottami e poi si rompono il collo per schivare un  riccio o una volpe. Morti banali di schianti e assordanti rumori. La mattina è un groviglio denso  di impegni. Tra i momenti fotografo. Comprare il pane, due scatti. George che corre dalle sette  alle otto, una fotografia. Covoni di paglia sul camion di Henry di fronte casa mia: tre scatti.  Tutta quella gente che parte per l’America e chissà se e quando tornerà: una decina di foto. E  a Natale e alle feste di questo strano posto che appartiene solo al tempo e non allo spazio, alla  natura che s’incrina ogni giorno, ai fiori della festa, alle antiche case, alle strade bagnate dalla  pioggia e ancora, ancora…  

Sono le sette di sera. Le mie bambine inchiodate a un’altalena con il prato che le inghiotte e la  terra che frana nei ricordi più profondi di un uomo ramingo in lungo e in largo in questa  conurbazione piovosa e immensa e triste e depressa, in questa terra di luce e magia. Bambine,  mie care, sono quasi le otto, dobbiamo andare a casa. Loro sorridono, ondeggiano su quelle  travi antiche sorrette da corde robuste. Mi guardano e non parlano. Il tempo sospeso si dilata  in eternità. In quello sguardo sta tutta la mia esistenza. E non torneremo a casa per cena neanche  sta sera. Compare Venere, tra la luna e altre stelle. Rincalzo, perentorio. Sono un pessimo  padre, penso. Sorridono. Ancora cinque minuti, papà. Poi scompaiono e resta solo una  fotografia e le altalene oscillano lente e vuote. È notte, sono solo. L’oscurità mi trafigge. La  terra mi avvolge. Profumo di muschio, un filo di vento mi sibila lento sull’orecchio sinistro.  Chiudo gli occhi. Un ultimo scatto.  

Scompaio anch’io. 

Iole Cianciosi

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“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi


“Bea e le sue lettere per il cielo” di Rossana Lucia Boi

Bea e le sue lettere per il cielo

Quelle lettere che venivano puntualmente scritte, una al mese, non avevano un vero destinatario. Bea, la più piccola delle tre figlie, non sapendolo, e non sapendo ancora ne scrivere ne leggere, continuava a spedirle. Era la madre che con grande pazienza riportava tutti i pensieri delle sue bambine. Non era riuscita a dire loro che il papà era morto, fingeva così di indirizzarle al marito. La donna stessa poi di nascosto, rispondeva al posto del suo consorte, così da permettere alle sue figlie di sognare e crescere serenamente. Allisha e Clairette, sorelle maggiori di Bea, seppero dopo un po’ di tempo come erano andate realmente le cose, ma per ordine della loro madre non potevano rivelare niente alla piccola di casa, che aveva avuto sempre una grande venerazione per suo padre. 

Tutte le volte facevano a gara per poter spedire la lettera, ma alla fine, Bea vinceva sempre. Col pretesto di essere la più piccola, acclamava quel diritto più delle sorelle. Considerato che il padre, loro se lo avevano goduto più di lei, le sembrava giusto tenersi per se questo privilegio

Agatha, madre delle tre ragazze, proveniva da una famiglia italiana, pensò di giustificare così l’assenza del marito Jeffry, dicendo che era partito al suo vecchio paese per un buon lavoro, e che non appena si sarebbe sistemato, loro lo avrebbero dovuto raggiungere. Nel frattempo si sarebbero tenuti in contatto scrivendosi.

Agatha sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dire tutta la verità, non era stato facile con le prime due figlie, avevano pianto tanto e a distanza di anni forse non avevano ancora realizzato il concetto di morte, se non per il fatto stesso di quella improvvisa separazione che non permetteva più a loro di poterlo vedere e poterci parlare. Ma quella farsa delle lettere, in un certo qual modo le faceva illudere. In ognuna di loro c’era quella struggente e illusoria speranza di rivedere comparire alla fine della strada, la sagoma del padre. Era un immagine nitida: l’avvicinarsi a passi decisi e andarle incontro come era  il suo solito fare, quando usciva da lavoro. La pippa all’angolo della sua bocca, e il giornale sotto il braccio. Con quel berretto di traverso alla gangster che gli ombreggiava il viso per metà, e che a loro piaceva così tanto, perché lui appena le vedeva, sorrideva sempre. Ad una ad una le prendeva in braccio per baciarle in fronte per poi calarle a terra avviandosi verso casa. Le due grandicelle si aggrappavano una per gamba per trattenerlo, mentre la più piccola veniva presa e seduta a cavallo sulle sue robuste e spaziose spalle. Lei le rubava il capello per metterselo sulla sua testa. Veniva buffamente immersa, lasciando fuori solamente il suo tozzo musetto. L’uomo così si avviava semi curvo fino all’ingresso di casa per poi adagiare Bea sul divano, in attesa che le venisse incontro la moglie. Un rituale quotidiano che sapeva di armonia surreale. Eppure, erano attimi, giorni e anni di vita vissuti nella loro completezza. Un rituale, che dopo quel fatidico giorno dell’incidente, non tornò più. La morte di Jeffry cambiò per sempre le loro vite.

Quando Bea crebbe, volle personalmente scrivere a suo padre, e fu così a scoprire l’amara verità. La madre aveva rimandato per troppo tempo quel momento, pensando che poi sarebbe stato più semplice, ma in realtà per Bea era stato un colpo troppo duro, talmente doloroso che smise di parlare. E così finirono anche lettere, non volle più saperne. Si chiuse in se stessa in un mutismo terrificante, che nemmeno i psicologi riuscirono a persuaderla. Assicurarono però che col tempo, Bea avrebbe ritrovato la sua voce, ma che solo lei poteva decidere quando farlo. Bisognava avere pazienza e farla sentire sempre amata, coinvolgendola in tutte le attività quotidiane senza farle pressione.

Bea piangeva sempre la notte, ma lo faceva singhiozzando per non farsi sentire dalle sorelle. Tutti i pomeriggi usciva fuori per la via dove un tempo vedeva spuntare suo padre quando rientrava da lavoro. Stava per qualche ora a fissare il vuoto, e solo quando veniva chiamata dalla madre, a testa bassa e col broncio, rientrava. Si rannicchiava in posizione fetale sul divano, nel punto esatto dove veniva posata da suo padre. Restava tristemente in silenzio, ignorando persino la presenza delle sorelle, che pur facendo di tutto per farla stare con loro, lei rifiutava.

Un giorno Bea si alzò dal letto prima delle sorelle. Il cielo splendeva più del solito. La primavera era appena cominciata. Tutto intorno fioriva lasciando gradevoli fragranze nell’aria, quasi come una presenza benefica e ristoratrice. Aveva sognato suo padre, che asciugandole le lacrime e mettendosela sulle sue spalle per farla sorridere, gli aveva detto: “Cucciola mia, io ho sempre letto i vostri dolcissimi pensieri, e attraverso vostra madre era il mio cuore che vi rispondeva. Non essere arrabbiata con lei, ne con le tue sorelle. Hanno voluto solo proteggerti, ma io sono sempre vicino a tutte voi. Scrivimi ancora se ti va, perché io leggerò ogni lettera che mi spedirai. Il tuo papà ti ama tanto, non dimenticarlo mai!” L’aveva poi posata sul divano e dileguandosi gli aveva fatto un cenno di saluto con la mano. Scomparve come una nuvola di fumo, come quello della pippa, che lui stesso lasciava ad ogni boccata.

Quella mattina Bea si sentì particolarmente serena, preparò la colazione a tutti, e non appena vide comparire sua madre, la strinse forte a e le disse: “mamma, mamma, ho sognato papà!” le raccontò così il sogno, e la madre pianse dalla commozione, ma soprattutto dalla gioia di sentire che la sua piccola aveva recuperato la voce. Le sorelle la pizzicarono da per tutto, facendole anche il solletico dalla bella notizia appresa, e se la coccolarono per tutto il giorno. Dalla felicità marinarono persino la scuola, volevano godersi quei momenti tanto attesi, tutti per sé, e la mamma non poté fare ameno di acconsentire.

Da quel momento Bea si mise a scrivere lettere ogni giorno, lettere che non spediva più, ma che appoggiava sul ripiano della sua scrivania, accanto all’unica foto dove lei era immortalata sulle spalle di suo padre. lei stessa l’aveva accuratamente riposta in una cornice d’argento, regalo della sua prima comunione. E prima di andare a dormire, ogni notte se l’appoggiava sul suo petto. Sapeva che suo padre avrebbe letto le sue lettere, perché glie lo aveva promesso. Pur non spedendole, sarebbero arrivate dritte al cielo. Scrivere le dava quella sensazione di essere sempre con il suo papà, e non si sentiva più così tanto triste. L’amore del padre rallegrava il suo cuore dandole coraggio giorno per giorno. La madre, poteva vedere riflesso il marito negli occhi delle sue favolose creature. Presenza costante di un amore eterno. E le sorelle si sentivano grate per avere ritrovato la loro sorella, che chiusa in quel mondo tutto suo, aveva sofferto anche troppo. Inseparabili come una volta, la donna e le tre ragazze erano tornate a sorridere alla vita.


Rossana Lucia Boi

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“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani


“Nel limbo con gli zoccoli di legno” di Paola Ascani

Marzamemi, 21 febbraio 1967.

Tore mio, comu siti? 

È passata quella brutta anfluenza che ti aveva messo a casa il mese scorso? Hai penzato di sicuro che la mia risposta non arrivava, ma il poco di ritardo, è perché ho spittato prima di scriverti. Non vuol dire che non t’ho pensato, anzi, l’ho fatto di più. 

Qui la vita è sempre uguale, ma in me qualcosa comincia a cangiari. Altri giorni che passano, mentre noi siamo divisi. Fino a quando? Lu tempu passa, Tore, e del nostro futuro tu non parli chiù. È vero, quando sei partito ci siamo promessi che facevamo i forti, i bravi a spittari. Io ce l’ho messa tutta, e so che l’hai fatto pure tu, ma ora non ze la fazzu chiù ad andare avanti co chista dumanna, che avimmu a fari, Tore mio? 

E’ strano, mi pare che ho tra le mani tutto, ma non lu pozzu pigghiari. Il futuro che ho ravanzi non è chiaro e pi mia suona come una condanna che non mi fa vivere. A genti non fa autro chi parlari ‘Mena quànnu te ai a maritari?’ e io nun zo che rispunniri.

La settimana scorsa Rosaria e Gerlando, sono andati a nozze e m’hanno chiesto quanto tempo avemu nuautri a maritari. Non ce l’ho saputo dire, e rintra me la malancunia cè mancato poco ca mi faceva addichiare! Lo so che non t’ho potuto trattenere e ora non ti pozzu riportare, ma che cosa devo fare? Lu frati di Lia, te lo ricordi? È nata una bella amicizzia. Me disse che mi poteva volere pure come mugghieri cu na scocca di gigliu nta li mani.

Ora ti saluto Tore mio, non ci vedo chiù che ho iniziato a cianciri, mi prende scantu per la tua risposta, ma la vita è una sola e ci abbiamo il diritto di vivere.

Tua, 

Mena.

Sono le sei del mattino. Salvatore ha ancora in mano la lettera di Filomena, ricevuta il giorno prima, mentre si alza dal letto e decide di uscire per fare un giro fuori città, prima di rientrare alla Demka. Nella stanza della gezellenhuizen, la Pensione messa a disposizione dallo Stato olandese per lui e gli altri connazionali arrivati in cerca di fortuna, c’è solo silenzio. Dopo la chiusura delle miniere per l’inferno di Marsinelle, in molti hanno trovato posto in fabbrica e possono rubare un’ora in più di riposo all’alba. Indossa i vestiti da lavoro della sera prima, prende solo il basco nero, si mette le scarpe ed esce nel lungo corridoio su cui affaccia la miriade di porte che confinano, in poco spazio, altre storie come la sua. È pallido, con un peso elefantiaco che gli comprime il respiro e che non accenna a diminuire, neppure ora che è in piedi. Gli occhi catatonici non hanno uno sguardo classificabile, sembrano senza vita come quelli di un pesce appena pescato. Disorientati, sbarrati guardano, ma non vedono. Fortuna che i movimenti basilari di un uomo non hanno bisogno di ragionamento, basta l’abitudine per ripeterli. È in ostaggio dell’agitazione e tristezza procurategli dalle parole della sua fidanzata che lo hanno raggiunto dall’Italia, investendolo in pieno come una corriera senza freni. Un impatto micidiale, reso più violento dalla notte. Non ci sono segni di frenata sul cuore, le ultime frasi lo hanno penetrato rapide come una lama. Un dolore acuto l’ha lasciato inerme sulla branda, senza consegnarlo al sonno neppure un minuto, impedendogli di concedersi a quell’istante temporale che si frappone tra il buio e la luce del risveglio. 

Anche adesso che è lontano dai suoi luoghi e tempi, Salvatore ha conservato la sciamanica convinzione che ogni volta che si aprono gli occhi al mattino, si ripete il mistero della nascita. In quei primi istanti, è impressa la stessa magia del momento in cui si viene al mondo, racchiusa nell’inspiegabile passaggio dal sonno alla veglia, che non sappiamo distinguere. Mena è l’unica ad aver capito l’importanza di quel momento per Tore e glielo lascia vivere come un rituale da dodici anni.

– È il momento più delicato del giorno, quello in cui tutto ha inizio, Mena – le ha detto la prima volta che si coricarono insieme. 

– Quell’attimo straordinario è una rinascita. La partita si gioca lì, in quella sequenza preziosa di istanti, che fanno prendere un verso alla giornata che verrà, proprio come nella vita conta la direzione che le dai durante la gioventù. 

E così Mena ha smesso di parlargli al mattino, appena sveglio, per evitare che un impercettibile imperfezione nella sua rinascita quotidiana, potesse uccidergli un giorno intero. Lei non si è mai assunta quella responsabilità nei sette anni passati insieme, prima della partenza di Tore per l’Olanda. 

Ma quella mattina non c’è Mena né il rito della rinascita, forse per questo Salvatore si sente morire. Ha da riordinare una coltre di pensieri nella mente e una decisione da prendere in un discorso frontale con l’esistenza che non può più procrastinare. Percorre tutto il corridoio vuoto, illuminato a giorno dal giallo dei neon che, sporgendo a cadenza fissa dalle pareti, indicano il percorso. Scende le quattro rampe di scale che portano all’ingresso della Pensione, saluta muto con un gesto del braccio il portiere che si sta mettendo il cappotto per tornare a casa finito il turno di notte e raggiunge, in strada, la lambretta. Salvatore la parcheggia sempre davanti al portone della Pensione così, quando si fa buio e Olivier monta il turno, può controllarla in cambio della cena italiana che Salvatore cucina per tutti e due. Ha sempre continuato a mangiare italiano in questi cinque anni, per mantenere il legame con la terra è essenziale conservarne il sapore in bocca. Quando il gusto sale alla testa e mette in moto il ricordo, la distanza fa meno paura, e la sensazione di essere a casa aiuta a gestire la nostalgia. 

Lo fanno tutti quelli come lui, li chiamano gastarbeiders, i lavoratori ospiti, quelli che entrano per lavorare, e tornano a casa quando non serve più. Solo che nessuno conosce il quando. È per questo che li selezionano prima di arrivare. Per l’efficienza. Giovani, sani e senza moglie. Col tempo, possono trovarla olandese, e rimanere per sempre, ma guai a dire di essere sposati o fidanzati in patria, non sono ammesse distrazioni per i contatti da tenere con la famiglia d’origine. Altrimenti, avanti un altro celibe più gestibile. 

Tore mette in moto la lambretta e punta fuori città, lungo i canali. La luce dell’alba, prima fioca, si fa più cristallina, ma intorno tutto rimane scolorito, opaco per via di una barriera di nuvole dense. 

I campi, foderati di nebbia che si solleva da terra come folate di vapore, gli somigliano grigi e inanimati. La pianura, a quell’ora, è silenziosa, ancora vuota di braccianti o almeno sembra perché dietro alla coltre impalpabile non si intravvedono movimenti. Protetto da quel sipario invisibile, si sente in un abbandono simbiotico. Blocca lambretta e pensieri. Ha varcato il tempo, è di nuovo sedicenne, sulla strada che lo portava, assieme al padre, da Marzamemi alle saline di Vendicari. Calogero ci aveva perso la vita alla salina, quando ci si era trasferito dopo la chiusura della tonnara, nel ’43. L’alluvione l’aveva trascinato via come un sasso di fiume, lasciando Tore solo con la madre, Ajta, distruggendo per sempre la salina e la certezza del futuro di Salvatore che, da allora, aveva trovato lavoro nei campi, a Pachino. Appena maggiorenne, il padrone del campo gli aveva chiesto di fare lo smistamento dei raccolti e lui aveva creduto che sarebbe bastato per farsi una famiglia, il sogno che combaciava con Filomena, conosciuta da poco. 

Un giorno balordo, mentre smistava un carico a Noto, una grossa buca nella strada gli rovesciò il carico e il mondo. Il padrone lo mandò via come un cane rognoso. Qualche lavoretto senza futuro per un po’ d’anni lo costrinse alla decisione di andare via. Non in America, troppo lontana, l’Olanda era più a portata di mano per far arrivare i soldi a casa prima e per via di quell’accordo fra i Governi sul trasferimento della manodopera di cui aveva letto sul giornale. 

I ricordi di Tore sono vividi. Il dolore di lasciare sola Ajta, l’angoscia di sospendere il futuro  con Mena senza scadenza. E poi il treno per Milano, il centro di smistamento. La speranza svilita dei respinti. E le visite mediche, i certificati del tribunale e, infine, la partenza verso un ignoto migliore. Come se si potesse sapere prima com’è l’ignoto.

I canali di Utrecht non sono molto diversi da quelli di casa sua. Da bambino, i pantani vicino Siracusa erano un luogo delle meraviglie. La nebbia li fasciava come un velo da sposa e ogni tanto sbucavano strani uccelli con le gambe lunghe e quel colore rosa tenue così femmineo, che sembravano ballerine sulle punte mentre passeggiavano adagio nell’acqua. Creature misteriose simili agli uccelli che s’alzano in volo ora, lì vicino. Non li vede, sente solo il fruscio delle ali che rompono l’aria. 

Chissà dove migrano, dove hanno casa. La stessa domanda che arriva dall’Italia, cui deve rispondere per sé. Il desiderio di vivere di Mena, la ragione della sua insonnia. Qual’è casa sua è il grido che viola il silenzio in cui è immerso. 

In lontananza, il rumore continuo di una macchina da lavoro, forse una pala meccanica, gli spezza i pensieri e lo conduce a sé. Da un’imbarcazione, una ruspa lavora agli argini del canale. Ferma la lambretta, scende e s’incammina per il rettifilo lungo l’acqua, assorto nella risposta a Mena, che fatica a prendere forma nella mente. La rivede bella e giovane nell’ultima fotografia che ha ricevuto, come alla festa in cui si sono conosciuti, con il vestito rosso a pois bianchi che le segnava la vita come un invito. 

Le ha promesso di farla felice. Non le aveva detto come. Lui sa che la felicità prende strade semplici, e quel limbo in cui è costretto a vivere, senza sapere quando tornerà, non è una di quelle. Mena ha diritto di vivere ora, di essere una zita chi abbrucia l’occhi dell’autre fimmine comu la cipudda. Poco conta con chi. Se la felicità passa per qualcun altro, che gli faccia largo. 

Il peso elefantiaco che ha addosso è ancora più massiccio. Torna alla lambretta, le mascelle contratte. Sale e si avvia all’acciaieria. 

Paola Ascani

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“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna


“Anne e i tulipani magici” di Enrico Danna

Anne e i tulipani magici

Da quando la mamma si era ammalata, per Anne la vita era diventata improvvisamente una girandola senza colori. Per lei, creatura di appena cinque anni, comprendere i motivi per cui la madre trascorreva le giornate a letto con lo sguardo fisso nel vuoto, era un mistero indecifrabile. Che fosse a causa sua? Anne se l’era chiesto più volte, negli ultimi tempi. Ma non era così. Da oltre sei mesi, la signora Hellen Dutch era in preda ad una crisi depressiva senza apparente via d’uscita, causata dalla prematura scomparsa del marito e del figlioletto di appena sette mesi in seguito ad un tragico incidente stradale. A nulla erano valsi gli antidepressivi e le cure suggerite dal medico; a nulla erano valsi i tentativi di Anne per cercare di fare tornare il sorriso sul volto della mamma. Per fortuna che c’era nonna Ellie ad occuparsi della piccola anche se Anne, a dispetto della giovane età, pareva essere tutto fuorché una bambina. 

Il 10 aprile del 1979 pareva un giorno come tanti altri. Dopo aver consumato un’abbondante colazione, mentre nonna Eolie era intenta a sbrigare le faccende domestiche, Anne si era messa a giocare in soggiorno. Ad un certo punto, una delle sue sfere magiche, era finita sotto la poltrona. La bambina, allora, vi si era infilata sotto di tutto punto, cercando di allungarsi a più non posso per riprendere l’oggetto del suo ludibrio. Le sue mani, tastando nel buio, avevano però trovato qualcos’altro: un libro! Si trattava di un’opera di Max Lüscher, dal titolo ”Color – the mother tongue of the unconscious”. La bambina era subito corsa dalla nonna, gridando: “Nonna, nonna, guarda cosa ho trovato. Un libro! Mi dici di cosa parla?”. Nonna Ellie, aveva riconosciuto subito quel testo: lo aveva regalato lei alla figlia. “Cara Anne, è un libro troppo impegnativo per una bimba di 5 anni. Te lo leggerò quando sarai più grande. Ti posso solo dire, in parole povere, che spiega come i colori possono essere strumenti di guarigione, cambiando il nostro modo di vivere per aiutarci a stare bene”. “Va bene nonna”, aveva replicato la piccola, mentre tornava a cercare la sua sfera magica.

Qualche minuto dopo, però, le era balenata in mente un’idea: se i colori miglioravano la vita, allora alla sua mamma servivano i colori. E cosa c’era di più colorato, al mondo, dei tulipani? Anne, aveva sentito parlare del Keukenhof Park, ad Amsterdam, un immenso parco adorno di tulipani dalle tinte più variegate. Nel mese di aprile, dalla città ove la bambina viveva, ovvero Halfweg, quasi ogni giorno, c’erano bus speciali che andavano proprio là. Nello specifico, c’era un piccolo pulmino, da non più di 20/25 posti, che, un paio di volte a settimana (il martedì e il giovedì per la precisione) era riservato esclusivamente alle scolaresche (ovviamente accompagnate dalle maestre). Peccato che Anne non andasse ancora a scuola, pur dimostrando comunque più dei suoi 5 anni. 

Quel giorno, il 10 aprile, cadeva proprio di martedì: Anne avrebbe dovuto inventarsi qualcosa. Doveva farlo per far tornare il sorriso alla sua mamma. A qualunque costo. Già, ma come?

La bambina aveva notato che il pulmino fermava nella piazza adiacente la sua abitazione e che, di norma, passava intorno alle 14,00. Quella era l’ora in cui nonna Ellie, dopo averla messa a letto nella sua stanzetta, coglieva l’occasione per andare a riposarsi per un paio d’ore. Ecco, era quello il momento giusto per sgattaiolare fuori di casa senza essere vista. 

Se l’era filata in fretta e furia intorno alle 13,50, appena avuta la conferma che nonna Ellie si fosse addormentata (il suo russare era inconfondibile). Nel giro di pochi istanti aveva raggiunto la piazza dove, un pulmino di un color grigio cenere, attendeva la rumorosa scolaresca presente. Facendo finta di conoscere due delle bambine che le erano parse più mansuete, Anne era riuscita ad intrufolarsi sul mezzo senza destare sospetto alcuno. Allo stesso modo, anche all’atto dell’appello, approfittando della confusione che solo i bambini delle elementari sanno creare, era riuscita a spacciarsi per una tal Ingrid Halle che, evidentemente, era rimasta a casa (o era in forte ritardo). 

Nemmeno quindici minuti di strada e la scolaresca era arrivata a destinazione. Durante il breve viaggio, Anne era stata bravissima nell’immedesimarsi nei panni di una bambina di tre anni più grande, socializzando immediatamente con gli altri membri del gruppo. Anzi, pareva fosse da sempre una di loro.

Arrivati al parcheggio, le maestre avevano fatto scendere la scolaresca, ripetendo l’appello. Tutti presenti. Bene. Erano entrati al Keukenhof Park con vari stati d’animo: euforiche le bambine, decisamente meno i maschietti, che sarebbero stati più interessati ad una sfida a football. Nemmeno il tempo di varcare l’ingresso, però, che gli occhi dell’intera truppa si erano riempiti di stupore ed un fragoroso, quanto estasiato “Ooooohhhhhh”, era uscito dalle loro bocche. Ciò che si presentava dinanzi a loro era un’infinita quanto meravigliosa oasi d’arcobaleno, con una serie di colori che nemmeno nei loro sogni più fantasiosi, i bambini avevano mai accarezzato. “Il Paradiso”, aveva esclamato Anne, attirando su di sé gli sguardi ammirati e concordi di tutti gli altri bambini.

Avevano camminato per oltre tre ore, senza nemmeno accorgersene. Si erano comportati meglio del previsto, più adeguatamente di quanto potesse aver osato immaginare una qualsiasi maestra alla quale vengono affidati una ventina di bambini di quell’età. Solo il calare del sole e i primi crampi allo stomaco (chi aveva avuto tempo di pensare alla merenda) avevano iniziato a rendere il gruppetto un po’ più rumoroso. Era ormai tempo di lasciare quel meraviglioso parco per fare ritorno a casa. Ad ogni bambino, oltre ad una confezione di bulbi, era stato donato un cesto di tulipani da portare con sé, in modo da rendere indelebile il ricordo di quella giornata. Era tutto quello che Anne voleva, tutto ciò in cui la bambina riponeva le proprie speranze.

La bambina, però, dopo aver trascorso il pomeriggio nel più totale oblio, aveva iniziato a realizzare che a casa, probabilmente, la stavano cercando disperatamente. Non aveva lasciato indizi né tanto meno segnali della sua fuga. Chissà come era preoccupata nonna Ellie: si prospettava una serata difficile, ma era certa che, grazie al cesto di tulipani e soprattutto a quei colori, avrebbe fatto tornare il sorriso sul volto di sua mamma. E questo valeva di più di mille rimproveri, castighi o schiaffi.

Il viaggio di ritorno aveva richiesto più tempo, mezz’ora circa, a causa del maggior traffico dovuto al rientro dei lavoratori alle loro case. Anne lo aveva trascorso nel silenzio dei propri pensieri, cercando di immaginare gli scenari che l’attendevano. Arrivati ad Halfweg, i bambini avevano trovato i genitori ad attenderli: tutti tranne una, ovviamente. Anche in questo caso Anne, era riuscita ad aggirare l’ostacolo fingendo di farsi accompagnare a casa da un’altra famiglia, in modo da tranquillizzare le maestre. Dopo un breve tratto di strada, assicuratasi che nessuno la stesse tenendo d’occhio, aveva cambiato direzione, svoltando l’angolo e…….si era trovata davanti tre macchine della polizia. L’aveva combinata proprio grossa allora.

Dalla casa si sentivano i pianti di nonna Ellie, che continuava a ripetere “É tutta colpa mia, è tutta colpa mia”. Alla finestra del piano superiore c’era Hellen, la madre della bambina: aveva lo sguardo apparentemente assente ma, man mano che si avvicinava, Anne poteva vedere che gli occhi della madre stavano lacrimando.

“Anne, Anne! Sei viva figlia mia”. Hellen aveva aperto la finestra e stava urlando a squarciagola. Anne, allora, aveva iniziato a correre, gridando “Mamma, mamma!”. Nel giro di pochi istanti, Hellen si era precipitata giù dalle scale e correndo come se non ci fosse un domani per riabbracciare la figlia. “Anne, dove eri finita, amore mio?”

“Questa mattina ho trovato un libro sotto la poltrona. Ho chiesto a nonna Ellie se me lo leggeva, ma mi ha risposto che ero troppo piccola per capire; mi ha solo detto che i colori possono far guarire le persone, mamma. Allora ho pensato a come fare e mi sono venuti in mente i tulipani. Vedi, mamma, questi sono per te. Volevo rivedere il tuo sorriso, volevo che tu stessi bene. La nonna aveva ragione: i colori ci aiutano a stare bene. E da oggi in avanti, colorerò ogni giorno per te, mamma!”.

Enrico Danna

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“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

“HARAN THE DOGO” di Giovanni Ruggiero

HARAN THE DOGO 

Mezzora. Tanto c’era voluto per riuscire a lasciarci alle spalle tre morti e cinque auto della polizia.  

Eravamo stati veloci e implacabili come i banditi del West, come i fratelli Dalton, come Butch Cassidy e il Mucchio Selvaggio. Ma ce l’avevamo fatta, eravamo al sicuro. Al sicuro in mezzo al nulla se non fosse per un vecchio casolare decrepito. 

Io ero uno della banda. L’addetto alla guida, il pilota. Ero un poliziotto fino a qualche mese prima e qualche settimana dopo, eccomi al volante con una rapina da fare. 

Ce l’avevamo fatta. Ed eravamo tutti su di giri: “Siamo ricchi!” urlava Einstein, “Puttane e cocaina a chili, cazzo” delirava Zatoichi mentre aveva gli occhi al cielo e le vene gonfie sul collo. “Me ne vado a vivere a Parigi” bisbigliava aggressivamente Sigmund, “Voglio una villa con la piscina, voglio le cameriere e voglio anche un fottuto cavallo nero. Anzi nero con una stella bianca nel bel mezzo della fronte”. “Certo O’Hara, il cavallo. Ti ci vedo con quei capelli e la barba rossa sul cavallo, magari vestiti di verde e mancheranno solo la fata e l’unicorno al quadretto”. Bulgakov era l’acido della banda. 

Ridevamo di gusto nell’offenderci a caso: cazzo eravamo al vertice della piramide criminale. 

I sogni erano tutti lì: cosa ci avremmo fatto mai con tutti quei soldi? E le risposte erano facili: case, auto di lusso, droga, armi. 

Deliravamo attorno alle nostre mancanze dei piccoli stronzi comuni quali eravamo. Erano I soliti discorsi che i banditi fanno prima di avere i soldi. Ma noi ora i soldi li avevamo per davvero. E quello che avevamo in testa, era che tutti avremmo smesso di essere operai, spazzini, minatori. Avevamo tirato fuori le palle, strizzandole talmente forte, da farci schizzare gli occhi e ora eravamo ricchi. Odiavamo il grigio delle nostre esistenze. Volevamo essere frivoli, scintillanti e brutali. Non puoi stare sull’Olimpo vestito da operaio. Ci vuole stile sull’Olimpo. 

Mentre eravamo presi a compiacerci con la bava alla bocca, i morti alle spalle, gli sbirri che ci davano la caccia, la sofferenza, i danni… era tutto dimenticato, come se non fosse accaduto. 

Cazzo, era andato tutto liscio e per inciso: tre morti fanno parte del tutto liscio, sarebbero i famosi rischi di impresa. Ma i rischi erano anche dei tre morti, non puoi pensare di portare quintali di soldi, ori e diamanti in una dannata banca, senza immaginare che ci sia qualche figlio di puttana disposto a fotterteli, non funziona così.

Coglioni ricchi, talmente ricchi e talmente coglioni da sentirsi perennemente al di sopra di noi poveri stronzi. Eravate sull’Olimpo dei ricchi e dei sicuri, noi vi abbiamo reso mortali. 

I rischi del mestiere, i rischi di essere ricchi. 

Eravamo lìa commentare la rapina come i tifosi al derby, tra risate, eccitazione epacche sulle spalle, esaltati e onnipotenti. 

Eravamo in dieci, dieci felici ed esaltati bastardi. Eravamo un kraken senza testa, dieci tentacoli senza un comando. Mancava l’undicesimo e non un undicesimo qualunque. 

Haran non ha detto nemmeno una parola quando è arrivato, nulla. Niente se non un quasi silenzioso “Prendetelo”, indicandomi senza guardarmi. Mi chiedo come gli altri facessero a sapere che ero proprio io quello che doveva essere preso. 

Nel giro di tre secondi ero in ginocchio con la canna della sua Walter P38 in bocca, mentre lui in bocca aveva una sigaretta. Aveva perennemente una sigaretta accesa e tenuta al lato della bocca. Il fumo che si innalzava, faceva si che socchiudesse l’occhio sinistro, cosa che gli conferiva un aspetto quasi buffo. Quasi. 

“Dai Haran….come facevo ad ucciderla. Avrà avuto 8 anni al massimo. Cosa cazzo ti aspettavi che facessi? Davvero immaginavi che sarei riuscito a passarle addosso tranquillamente?” 

Questo era quello che pensavo. Ciò che invece riuscivo a pronunciare erano grugniti sofferti e sanguinolenti e, mentre tentavo di articolare parole e suoni, dai lati della bocca uscivano rivoli di sangue, saliva e pezzi di denti rotti. 

Quel bastardo non mi aveva semplicemente messo la pistola in bocca. Me l’aveva forzata mentre avevo ancora i denti serrati. 

“Senti Susan” esordì: “dovevi solo guidare”. Continuava a fissarmi: “Capito? Lo stronzo qui doveva fare una cosa soltanto, UNA SOLA”. E mentre parlava, mentre il suo disprezzo mi si attaccava sul viso come una maschera, girava e muoveva la pistola nella mia bocca, spingendola ancora più a fondo nella mia gola. 

“Una cosa ti avevo detto di fare, anzi Vi avevo detto, cazzo. È tanto difficile da capire? No TES TI MO NI, Capito? No, è facile da capire, tu sei uno sbirro quindi lo sai cosa vuol dire obbedire ad un ordine. Cosa cazzo vuol dire NO TES TI MO NI? Cosa cazzo ti immagini che voglia dire NO TESTIMONI DEL CAZZO BRUTTO SBIRRO DI MERDA?! Ma forse non mi ritieni degno di darti degli ordini. Ehi questo pezzo di merda sta dicendo che non ho le palle per fare il capo”.

Avevo necessità di pisciare, ma non volevo pisciarmi nei pantaloni. 

In quel momento oltre alla saliva e al sangue che iniziavano a gocciolare per terra, stavo iniziando a piangere ad occhi chiusi: come i bambini davanti al mostro: chiudono semplicemente gli occhi. Non mi andava di aggiungere altri fluidi corporali. 

“Se hai capito quello che sto dicendo fai un cenno con gli occhi”. 

Riuscii a battere le palpebre. 

Le risate di prima avevano ceduto il posto ad un’aria cupa e pesante. Tutto sapeva di esecuzione. Susan mi aveva chiamato. 

Haran era fatto cosi: se qualcosa andava storto, se lui riteneva che avessi mandato qualcosa a puttane, iniziava a chiamarti e a trattarti come se fossi una donna. Non ho mai capito il perchè, gli piaceva semplicemente farlo. Odiava le donne Haran, ma credo sia più giusto dire che odiava tutti. Aveva una filosofia di vita semplice: sono qui e devo andare lì, la via più veloce è la linea retta, se ti trovi in mezzo alla linea mentre la percorro, per sbaglio o per sfortuna, sono davvero cazzi tuoi. 

Ecco: io ero nel bel mezzo della fottuta linea retta. 

“No testimoni, vuol dire no testimoni. Non ha importanza se hanno otto o ottanta anni. Sai cosa accadrebbe se lei dovesse parlare e riconoscerci? O ricordare qualche cazzo di numero di targa? No, non lo sai. E sai cosa? Non lo saprai, Susan. Tra poco avrai un ulteriore orifizio, dalla gola alla nuca. Vedilo come un modo veloce per far uscire l’anima”. 

Haran lo chiamavano il Dogo, come quei malefici cani ammazza puma dell’Argentina. Feroce e senza alcuna paura. Non credo avesse mai cambiato pantaloni, camicia o scarpe. Ma forse aveva un guardaroba tutto uguale. Era grigio in faccia e con i capelli impomatati e sempre, sempre rasato. Le occhiaie incupivano ulteriormente gli occhi da pazzo psicopatico che si ritrovava. Aveva un unico vezzo: le pistole. Cazzo se gli piacevano le pistole. Ne aveva diverse e tutte personalizzate. Le cambiava in base all’umore, come uno cambierebbe un paio di scarpe o una cravatta. 

La pistola che mi aveva sfondato i denti e che di lì a poco mi avrebbe ucciso aveva l’impugnatura rivestita in legno. Era nera e senza un graffio, appena fatta brunire; il calcio era rivestito di olivo con delle tonalità quasi rosa, con venature verdi e grigie, odorava di olivo e sudore. 

Avevo in bocca l’odore sinistro di quell’orrendo liquido per la brunitura; e mentre ero a pochi minuti dal farmi esplodere la testa, pensavo ai danni che avrebbe fatto quell’acido sui denti.

Il tutto mentre aspettavo di morire con una pistola che profumava di legno. 

Aveva qualcosa di elegante la sua pistola. Aveva qualcosa di elegante Haran, con quella pistola. Aveva l’aria di un dannato avvoltoio. Una volta un tizio disse ridendo “Haran, lo sai che puzzi di morto?” 

“Hai ragione”, rispose un attimo prima di sparargli in faccia. Aveva un senso dell’umorismo lugubre in effetti. Forse per questo raccolse con la mano un po’ di sangue dal volto ridotto in pezzi per poi strofinarselo addosso. “Sai una cosa? Avevi ragione. Puzzo di morto”. 

Aveva qualcosa di elegante Haran con quella pistola, ma di certo non le intenzioni. 

Leccavo la bocca di fuoco della pistola nella lontana speranza che la lingua potesse servire a qualcosa, magari a far calare l’erezione di quel cannone. Avevo visto leccare canne di fucile solo alle ballerine che facevano spettacoli sexy per i marines. Ma i soldati che assistevano riuscivano anche ad eccitarsi. 

Beh…io non esattamente. Loro assistevano a ballerine voluttuose che si prodigavano in pompini simulati sulla canna difucili di assalto; invece adesso il pompino lo stavo facendo io e non ero nemmeno lontanamente eccitato. 

L’orgasmo non sarebbe stato per nulla divertente. Per me. 

Mi passava per la testa che tra le tante pistole avevo in bocca quella con gli innesti di olivo. A me piaceva l’olivo. Avrei preferito quella con i decori fatti col bulino? Non lo so. Di lì a poco non avrebbe avuto poi cosi importanza. 

Il colpo non era stato annunciato. Un’esplosione troppo vicina per poterne distinguere la direzione. All’improvviso semplicemente gli occhi smettevano di vedere, le orecchie sentivano il più tremendo ronzio mai sentito e le gambe non reggevano più il mio peso. Non avevo capito cosa fosse successo. Non l’avevo mai immaginata cosi la morte. 

Cadevo faccia per terra, mentre il proiettile uscito dalla nuca, si conficcava nel grosso cancello di legno di quel casolare. Avevo davvero un buco grosso come una noce sulla nuca. E poi il sangue. L’ho sempre immaginato rosso, rosso vivido, rosso sangue. Se esiste una cosa rossa, questa cosa è il sangue. Ma invece è nero. Cazzo, sembra catrame. È rosso solo se lo vedi controluce. Il mio, sparso sulla porta come un dipinto di Pollok, era nero. Il mio cervello in pezzi sembrava l’opera concettuale di un artista sotto acido. 

Mentre morivo stavo diventando un’opera d’arte del cazzo.

Pensavo che sarei diventato un’ulteriore tacca sul calcio della pistola di Haran. Pensavo a quella maledetta stronza di 8 anni.


Giovanni Ruggiero

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

Oltre la tenda

Davanti a me ho questa foto che nemmeno pensavo esistesse, perduta come tanti altri ricordi. Non ricordavo questa foto, così come tante altre cose che ho voluto dimenticare nel corso di questi anni. E invece,  qualcuno ha ritrovato un vecchio cartone e dentro quest’ultimo, avvolti in una carta di giornale del 1969 del quotidiano del Randstad, decine di rullini non ancora sviluppati. Qualcuno in un modo che non riesco a comprendere fino in fondo, è riuscito a risalire fino a noi, fino a me, e mi ha inviato in busta chiusa questa foto che ora ho davanti.

Più di cinquanta anni sono passati  da quando è stata scattata: ci siete voi due, le mie sorelle amate, che osservate qualcosa  da dietro la tenda, di quello che  era il nostro soggiorno. 

Che  cosa  stavate guardando? Perché io non c’ero? 

Chissà forse stavate proprio guardando me mentre ero fuori nel cortile, oppure  eravate seminascoste cercando di capire su cosa stessero discutendo mamma e papà. O forse si trattava di quel giorno maledetto in cui mamma ci comunicò di averne abbastanza, facendoci scoprire cos’era davvero la vita, oppure, quel giorno in cui ho portato a casa il primo fidanzatino. 

Cerco della mia memoria i pochi momenti della nostra infanzia in cui in cui non siamo state insieme, ma non riesco ad individuare in questa foto qualcosa in particolare che riporti ad un ricordo preciso. 

Quante foto ci faceva papà, non c’era momento della nostra giornata insieme che in qualche modo non venisse immortalato:  una gita in barca sul canale, un’escursione in bici seguendo il fiume verso il mare, oppure una delle feste della conurbazione, era, forse,  il modo che aveva trovato per farci sentire la sua presenza, per colmare i vuoti delle sue tante assenze per lavoro.

Però ora che ci penso … se è stato papà a scattare la foto allora dov’eravamo io e mamma? Eravamo forse fuori in giardino giocando, facendo giardinaggio? E se la foto per una volta l’avesse scattata la mamma? O addirittura l’avessi scattata io di nascosto per immortalare una vostra piccola marachella?

La memoria è così fallace, e selettiva, più passano gli anni, sempre più inevitabilmente frammenti della nostra infanzia e della nostra adolescenza iniziano a perdersi, cancellarsi, sfocarsi come una vecchia foto. Alcune volte addirittura ci inventiamo ricordi che non sono mai esistiti, così da adeguare la narrazione della nostra vita ai canoni che avremmo voluto.

E’  un miracolo che questi rullini siano arrivati intatti fino ai nostri giorni, che le foto siano state recuperate in modo così perfetto. Chi ha fatto questo lavoro ci ha messo di sicuro tanto amore e tanta curiosità.

E comunque, qualunque fosse il momento della nostra vita immortalato, chi scattava quelle foto di sicuro ci amava più di ogni altra cosa al mondo.

Vorrei tanto condividere con voi sorelle mie questo ricordo così particolare, magari ricordare insieme questo momento, ma alla nostra famiglia non è stato concesso di vivere grandi gioie, ma grandi e indimenticabili dolori.

Quel giorno terribile, quell’incidente, quella maledetta curva, la strada sdrucciolevole, il volo della macchina nel canale, uno dei nostri canali, ha cancellato le vostre vite e quelle di un altro paio di anime limpide ed eccezionali.

Così eccomi da sola a cercare tra i ricordi frammentari di una vita, quest’attimo che sembra perduto.

Domande si susseguono, ma com’è possibile che papà non abbia sviluppato queste foto? Che le abbia tenute nascoste o dimenticate in una soffitta o in uno scantinato? Non lo avrebbe mai permesso “ogni foto non scattata è un ricordo perduto” diceva. E allora dove erano rimaste nascoste queste foto per tutto questo tempo?

Un modo ci sarebbe per tentare di ricostruire la storia dietro questa foto, ma sarebbe necessario fare qualcosa che finora ho sempre rinviato, andare a trovare una persona che non riesco a perdonare, ma che in un modo o nell’altro è la persona che più di tutte ha ancora adesso un legame forte con tutta la nostra memoria.

Non parlo con nostra madre da anni ormai.

Siamo rimaste a vivere nello stesso piccolo paese del Randstad eppure, nonostante tutto, ci siamo appena sfiorate negli ultimi anni dopo aver cercato per decenni di venire a patti con le nostre vite, le nostre coscienze e le nostre maledizioni. 

Così simili, troppo simili per comprenderci davvero.

Ma poi ha davvero senso capire che giorno fosse? Che cosa stesse accadendo fuori dal soggiorno? Non basta forse che sia emerso come un dono inaspettato, il vostro ricordo?  

E però … forse dentro di me sento che ho necessità di condividerlo con qualcuno e allora …

E allora prendo coraggio e percorro, in una meravigliosa giornata di primavera,  il lungo canale in bici come ho fatto migliaia di volte verso quella casa che è rimasta del tutto immutata per anni e dove lei ha continuato a vivere consentendoci poche volte di entrare, come se fosse il suo santuario, il suo rifugio. Ma quella casa era anche nostra, di nostro padre, delle mie sorelle, mia, dei nostri ricordi e della nostra vita felice.

Questa cosa non sono mai riuscito a perdonarla, questo atto di egoismo incomprensibile.

Arrivo fino al cancello di ferro battuto, lo scosto, cigola, seguo il vialetto fino alla porta in legno, mi fermo per un attimo, raccolgo le forze, trattengo il respiro e poi butto fuori l’aria, quanti ricordi, busso.

Sento i suoi passi trascinarsi verso la porta, la sua raucedine, non ha mai smesso di fumare, la sento fermarsi dietro la porta, sicuramente mi sta osservando sorpresa, indecisa sul da farsi, chissà forse ha anche lei il cuore che batte forte e che toglie il respiro.

Alla fine la porta si apre e mi appare il suo viso scavato, il suo volto in disordine, sembra quasi aver pianto da poco, non mi dice nulla, mi invita solo ad entrare, la seguo nel soggiorno, quel soggiorno immortalato nella foto.

Su un tavolino, in disordine, quelle che sembrano vecchie foto.

Mi guarda e sembra stia quasi per cedere,  cadere, crollare, non si stupisce della mia presenza, come se l’avesse in qualche modo preventivata. Mi invita a sedermi e indica le foto. 

Io estraggo la mia dalla tasca interna della blusa, e gliela porgo. Lei la guarda a lungo e poi improvvisamente sorride. “E’ proprio questo soggiorno … incredibile solo oggi mi accorgo che non ho cambiato nulla nell’arredamento … io che volevo cambiare tutto … che …”.

“Mamma ma chi le ha inviate?”

“Non so … oggi le ho trovate in un pacco nella cassetta della posta non c’è mittente … e la tua?”

“Arrivata per lettera … anche questa senza mittente …”.

Guarda ancora la foto come se cercasse anche lei un ricordo che si è perduto.

Poi vedo scorrere le sue lacrime.

“Mamma …”

“Ti ricordi … era un giorno di pioggia e tu e tuo padre eravate usciti in giardino per fare non so quale strano gioco … le tue sorelle erano rimaste a casa … delle tre la più avventurosa, anticonformista sei sempre stata tu … in questo mi somigli … tuo padre aveva lasciato la sua amata reflex nel soggiorno e così mi divertii, sdraiata sul divano, a scattare delle foto …mai avrei pensato che un giorno sarebbero rivissute … ricordo che nascosi il rullino … ma  da quel giorno ci presi gusto e iniziai ogni tanto a fotografarvi tutti di nascosto … non avevo, però,  il coraggio di svilupparle,  di farle vedere a vostro padre … sai le risate che si sarebbe fatto … come avrebbe vivisezionato le mie foto … e allora nel tempo le nascosi in uno scatolone che poi non trovai più … chissà dov’era finito … e ora questo …”

La sua voce s’incrina.

“Quindi non c’era nessun grande evento nascosto dietro questa foto, dietro lo scostare della tenda da parte delle mie sorelle … solo una uggiosa e noiosa giornata di pioggia …”

La mia delusione dove essere davvero evidente se per la prima volta quella donna forte e distante ,dopo anni, arriva quasi a  sfiorarmi i capelli.

E’ ormai ad un palmo da me, sussurra: “Ogni momento era speciale … per quanto piccolo … insignificante … peccato che ad un certo punto non sono più riuscita a cogliere la bellezza di questa normalità … spero che un giorno riuscirai a perdonarmi … “.

Chino il capo verso di lei, non è questo il momento per parlarne, ora che, per la prima volta dopo tanti anni siamo così vicine: ” Sembra quasi che guardino la luce … come se volessero andare via non pensi? E se …”.

Annuisce con lo sguardo, un momento di imprevedibile sintonia.

Così l’aiuto ad alzarsi dal divano, a indossare lo scialle e lentamente la conduco verso la collina dove si trova il piccolo cimitero del villaggio e verso il luogo in cui le mie amata sorelline giacciono. Insieme avevano vissuto, insieme riposavano.

Poniamo la foto sul marmo poroso e ci stringiamo in un abbraccio di tutta la vita  e in qualche modo, le nuvole sembrano prendere forme familiari e siamo nuovamente nel nostro giardino, mio padre che fotografa tutto, mia madre che sorride prendendolo in giro, io che cerco di prendere un geco, e le due bambine paffutelle che improvvisamente sembrano girarsi all’unisono per salutarci in una luce innaturale.

Comincia a fare fresco, stringo le spalle di mia madre, e come se fosse d’incanto da una delle case vicine iniziano ad arrivare le note di quella meravigliosa canzone di Leonard Cohen, Hallelujah e senza una motivo apparente prendo le mani di mia madre tra le mie e la invito a danzare, e tutto per la prima volta dopo anni sembra così leggero.


Damiano Gallinaro

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile