Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

“Oltre la tenda” di Damiano Gallinaro

Oltre la tenda

Davanti a me ho questa foto che nemmeno pensavo esistesse, perduta come tanti altri ricordi. Non ricordavo questa foto, così come tante altre cose che ho voluto dimenticare nel corso di questi anni. E invece,  qualcuno ha ritrovato un vecchio cartone e dentro quest’ultimo, avvolti in una carta di giornale del 1969 del quotidiano del Randstad, decine di rullini non ancora sviluppati. Qualcuno in un modo che non riesco a comprendere fino in fondo, è riuscito a risalire fino a noi, fino a me, e mi ha inviato in busta chiusa questa foto che ora ho davanti.

Più di cinquanta anni sono passati  da quando è stata scattata: ci siete voi due, le mie sorelle amate, che osservate qualcosa  da dietro la tenda, di quello che  era il nostro soggiorno. 

Che  cosa  stavate guardando? Perché io non c’ero? 

Chissà forse stavate proprio guardando me mentre ero fuori nel cortile, oppure  eravate seminascoste cercando di capire su cosa stessero discutendo mamma e papà. O forse si trattava di quel giorno maledetto in cui mamma ci comunicò di averne abbastanza, facendoci scoprire cos’era davvero la vita, oppure, quel giorno in cui ho portato a casa il primo fidanzatino. 

Cerco della mia memoria i pochi momenti della nostra infanzia in cui in cui non siamo state insieme, ma non riesco ad individuare in questa foto qualcosa in particolare che riporti ad un ricordo preciso. 

Quante foto ci faceva papà, non c’era momento della nostra giornata insieme che in qualche modo non venisse immortalato:  una gita in barca sul canale, un’escursione in bici seguendo il fiume verso il mare, oppure una delle feste della conurbazione, era, forse,  il modo che aveva trovato per farci sentire la sua presenza, per colmare i vuoti delle sue tante assenze per lavoro.

Però ora che ci penso … se è stato papà a scattare la foto allora dov’eravamo io e mamma? Eravamo forse fuori in giardino giocando, facendo giardinaggio? E se la foto per una volta l’avesse scattata la mamma? O addirittura l’avessi scattata io di nascosto per immortalare una vostra piccola marachella?

La memoria è così fallace, e selettiva, più passano gli anni, sempre più inevitabilmente frammenti della nostra infanzia e della nostra adolescenza iniziano a perdersi, cancellarsi, sfocarsi come una vecchia foto. Alcune volte addirittura ci inventiamo ricordi che non sono mai esistiti, così da adeguare la narrazione della nostra vita ai canoni che avremmo voluto.

E’  un miracolo che questi rullini siano arrivati intatti fino ai nostri giorni, che le foto siano state recuperate in modo così perfetto. Chi ha fatto questo lavoro ci ha messo di sicuro tanto amore e tanta curiosità.

E comunque, qualunque fosse il momento della nostra vita immortalato, chi scattava quelle foto di sicuro ci amava più di ogni altra cosa al mondo.

Vorrei tanto condividere con voi sorelle mie questo ricordo così particolare, magari ricordare insieme questo momento, ma alla nostra famiglia non è stato concesso di vivere grandi gioie, ma grandi e indimenticabili dolori.

Quel giorno terribile, quell’incidente, quella maledetta curva, la strada sdrucciolevole, il volo della macchina nel canale, uno dei nostri canali, ha cancellato le vostre vite e quelle di un altro paio di anime limpide ed eccezionali.

Così eccomi da sola a cercare tra i ricordi frammentari di una vita, quest’attimo che sembra perduto.

Domande si susseguono, ma com’è possibile che papà non abbia sviluppato queste foto? Che le abbia tenute nascoste o dimenticate in una soffitta o in uno scantinato? Non lo avrebbe mai permesso “ogni foto non scattata è un ricordo perduto” diceva. E allora dove erano rimaste nascoste queste foto per tutto questo tempo?

Un modo ci sarebbe per tentare di ricostruire la storia dietro questa foto, ma sarebbe necessario fare qualcosa che finora ho sempre rinviato, andare a trovare una persona che non riesco a perdonare, ma che in un modo o nell’altro è la persona che più di tutte ha ancora adesso un legame forte con tutta la nostra memoria.

Non parlo con nostra madre da anni ormai.

Siamo rimaste a vivere nello stesso piccolo paese del Randstad eppure, nonostante tutto, ci siamo appena sfiorate negli ultimi anni dopo aver cercato per decenni di venire a patti con le nostre vite, le nostre coscienze e le nostre maledizioni. 

Così simili, troppo simili per comprenderci davvero.

Ma poi ha davvero senso capire che giorno fosse? Che cosa stesse accadendo fuori dal soggiorno? Non basta forse che sia emerso come un dono inaspettato, il vostro ricordo?  

E però … forse dentro di me sento che ho necessità di condividerlo con qualcuno e allora …

E allora prendo coraggio e percorro, in una meravigliosa giornata di primavera,  il lungo canale in bici come ho fatto migliaia di volte verso quella casa che è rimasta del tutto immutata per anni e dove lei ha continuato a vivere consentendoci poche volte di entrare, come se fosse il suo santuario, il suo rifugio. Ma quella casa era anche nostra, di nostro padre, delle mie sorelle, mia, dei nostri ricordi e della nostra vita felice.

Questa cosa non sono mai riuscito a perdonarla, questo atto di egoismo incomprensibile.

Arrivo fino al cancello di ferro battuto, lo scosto, cigola, seguo il vialetto fino alla porta in legno, mi fermo per un attimo, raccolgo le forze, trattengo il respiro e poi butto fuori l’aria, quanti ricordi, busso.

Sento i suoi passi trascinarsi verso la porta, la sua raucedine, non ha mai smesso di fumare, la sento fermarsi dietro la porta, sicuramente mi sta osservando sorpresa, indecisa sul da farsi, chissà forse ha anche lei il cuore che batte forte e che toglie il respiro.

Alla fine la porta si apre e mi appare il suo viso scavato, il suo volto in disordine, sembra quasi aver pianto da poco, non mi dice nulla, mi invita solo ad entrare, la seguo nel soggiorno, quel soggiorno immortalato nella foto.

Su un tavolino, in disordine, quelle che sembrano vecchie foto.

Mi guarda e sembra stia quasi per cedere,  cadere, crollare, non si stupisce della mia presenza, come se l’avesse in qualche modo preventivata. Mi invita a sedermi e indica le foto. 

Io estraggo la mia dalla tasca interna della blusa, e gliela porgo. Lei la guarda a lungo e poi improvvisamente sorride. “E’ proprio questo soggiorno … incredibile solo oggi mi accorgo che non ho cambiato nulla nell’arredamento … io che volevo cambiare tutto … che …”.

“Mamma ma chi le ha inviate?”

“Non so … oggi le ho trovate in un pacco nella cassetta della posta non c’è mittente … e la tua?”

“Arrivata per lettera … anche questa senza mittente …”.

Guarda ancora la foto come se cercasse anche lei un ricordo che si è perduto.

Poi vedo scorrere le sue lacrime.

“Mamma …”

“Ti ricordi … era un giorno di pioggia e tu e tuo padre eravate usciti in giardino per fare non so quale strano gioco … le tue sorelle erano rimaste a casa … delle tre la più avventurosa, anticonformista sei sempre stata tu … in questo mi somigli … tuo padre aveva lasciato la sua amata reflex nel soggiorno e così mi divertii, sdraiata sul divano, a scattare delle foto …mai avrei pensato che un giorno sarebbero rivissute … ricordo che nascosi il rullino … ma  da quel giorno ci presi gusto e iniziai ogni tanto a fotografarvi tutti di nascosto … non avevo, però,  il coraggio di svilupparle,  di farle vedere a vostro padre … sai le risate che si sarebbe fatto … come avrebbe vivisezionato le mie foto … e allora nel tempo le nascosi in uno scatolone che poi non trovai più … chissà dov’era finito … e ora questo …”

La sua voce s’incrina.

“Quindi non c’era nessun grande evento nascosto dietro questa foto, dietro lo scostare della tenda da parte delle mie sorelle … solo una uggiosa e noiosa giornata di pioggia …”

La mia delusione dove essere davvero evidente se per la prima volta quella donna forte e distante ,dopo anni, arriva quasi a  sfiorarmi i capelli.

E’ ormai ad un palmo da me, sussurra: “Ogni momento era speciale … per quanto piccolo … insignificante … peccato che ad un certo punto non sono più riuscita a cogliere la bellezza di questa normalità … spero che un giorno riuscirai a perdonarmi … “.

Chino il capo verso di lei, non è questo il momento per parlarne, ora che, per la prima volta dopo tanti anni siamo così vicine: ” Sembra quasi che guardino la luce … come se volessero andare via non pensi? E se …”.

Annuisce con lo sguardo, un momento di imprevedibile sintonia.

Così l’aiuto ad alzarsi dal divano, a indossare lo scialle e lentamente la conduco verso la collina dove si trova il piccolo cimitero del villaggio e verso il luogo in cui le mie amata sorelline giacciono. Insieme avevano vissuto, insieme riposavano.

Poniamo la foto sul marmo poroso e ci stringiamo in un abbraccio di tutta la vita  e in qualche modo, le nuvole sembrano prendere forme familiari e siamo nuovamente nel nostro giardino, mio padre che fotografa tutto, mia madre che sorride prendendolo in giro, io che cerco di prendere un geco, e le due bambine paffutelle che improvvisamente sembrano girarsi all’unisono per salutarci in una luce innaturale.

Comincia a fare fresco, stringo le spalle di mia madre, e come se fosse d’incanto da una delle case vicine iniziano ad arrivare le note di quella meravigliosa canzone di Leonard Cohen, Hallelujah e senza una motivo apparente prendo le mani di mia madre tra le mie e la invito a danzare, e tutto per la prima volta dopo anni sembra così leggero.


Damiano Gallinaro

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

Fotografia

Missione compiuta!!!

Avete capito bene, qualche giorno fa il nostro stampatore Franco Glieca ci ha consegnato gli ultimi rullini sviluppati, è stato davvero emozionante, un lavoro svolto con professionalità durato più di due anni che ci ha regalato grandi soddisfazioni.

Il ringraziamento va a tutti coloro che si sono appassionati alla storia di queste pellicole e che con il loro fondamentale contributo hanno permesso, alla prima parte del progetto, di essere portata a termine.

Ora vi invitiamo, come sempre, a seguirci e a condividere con i vostri amici per scoprire le novità che abbiamo in mente per le fotografie di Randstad1969.

Per chi volesse contribuire sono sempre disponibili le stampe originali delle fotografie.

Scriveteci per chiederci come fare ad averle!!

mail: randstad1969@gmail.com

Le bambine di Randstad1969
Fotografia, Photography

50 anni di Randstad1969!!

*Oggi i telegiornali vi diranno che sono passati esattamente 50 anni dall’ultima esibizione pubblica dei Beatles, avvenuta per l’occasione sul tetto della Apple Record di Londra.
In Olanda invece qualcuno acquistava una copia del “Randstad”, il giornale che è arrivato fino a noi in compagnia dei 141 rullini da sviluppare.
Ci piace immaginare che questo semplice foglio di carta stampata abbia protetto nel tempo le fotografie impresse e tutte ancora da riportare alla luce ed è così, come a rendergli omaggio, abbiamo intitolato il progetto “Randstad1969”.
Il ’69 si è visto protagonista di molti avvenimenti importanti come il primo sbarco sulla Luna , raccontato per noi dal giornalista Tito Stagno con il suo storico «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»
A dicembre tra Roma e Milano una serie di bombe da l’avvio a quelli che vennero definiti”Gli anni di Piombo”.
Questi e tanti altri fatti segnarono l’anno 1969 e chissà se negli ultimi 40 rullini da sviluppare qualcuno di essi è stato impresso nelle pellicole. Lo scopriremo insieme.

[Pierluigi Ortolano]

Photography

Randstad1969 in mostra a Roma!!

http://it.italianstreetphotofestival.com/

Avete letto bene!! Randstad1969 sarà in mostra a Roma il 28 aprile 2019.

Le immagini stampate dal nostro Franco Glieca saranno in mostra a bordo del camper di Civico Zero durante la seconda edizione dell’Italian StreetPhoto Festival, il primo vero festival internazionale di street photography in Italia ideato e organizzato dai fotografi Stefano Mirabella , Alex Liverani e Francesco Sembolini. Una tre giorni ricca di appuntamenti con mostre, PhotoWalks, concorsi, letture portfolio, talks e workshops con ospiti italiani ed internazionali.

Oltre la mostra nel pomeriggio dalle 16 alle 17 ci sara la Talk ( Gratuita) dedicata al progetto! Di seguito il link http://it.italianstreetphotofestival.com/talk-ranstad-1969/

Fotografia

Le Bambine di Randstad1969

Una delle prime fotografie rinvenute nei nostri rullini è stata quella che è diventata l’immagine iconica del progetto,le tre bambine in bicicletta.

coperta (1)

Man mano che il nostro lavoro di sviluppo è andato avanti abbiamo potuto vedere che sono una costante per l’occhio del nostro sconosciuto fotografo, che romanticamente ci piace immaginare come il loro papà così attento a rendere indelebile ogni giorno della loro vita.

img159

img006

La maggior parte dei negativi contiene un momento della quotidianità di queste bimbe a volte in compagnia di una donna che possiamo supporre essere la loro mamma.

Una di queste foto ha ispirato la nostra carissima amica Raffaella con una dedica che potete leggere ed ascoltare QUI.

Vi lasciamo alle immagini e vi ricordiamo di contattarci per chiederci come contribuire al progetto Randstad1969.

img297img289img287img285img269img096

Photography

Randstad1969…In Tour..Incontra il Vostok100K (La video intervista)

Molti di voi ricorderanno che poco più di un mese fa abbiamo incontrato,nella suggestiva cornice di  Bagni VittoriaLorenzo Scaraggi, un viaggiatore narratore di storie come ama definirsi, che a bordo del suo Vostok100K  ha percorso il viaggio a ritroso intrapreso da Pier Paolo Pasolini nel 1959 da Ventimiglia a Trieste “La lunga strada di sabbia”. Il suo viaggio, #Lungomareitalia, lo ha portato a percorrere lentamente a bordo del Vostok100k le coste italiane alla ricerca di incontri, luoghi, tradizioni e storie da raccontare. Lorenzo sin dal primo istante è rimasto colpito dalla storia delle pellicole di Randstad1969 ed è per questo che ha deciso di fare tappa da noi e salire a bordo di Civico Zero dove ci ha fatto qualche domanda ed ha potuto ammirare una selezione delle fotografie stampate.

Queste le sue parole per introdurre al video che vi invitiamo a guardare per conoscere meglio il lavoro svolto finora.

Nel corso di #lungomareitalia, il mio viaggio lungo le coste italiane, mi è capitato di viaggiare nello spazio, nelle parole della gente che ho incontrato, viaggiare attraverso i luoghi e le tradizioni.
E mi è capitato anche di viaggiare nel tempo, indietro nel tempo.
A Vasto, presso Bagni Vittoria ho incontrato Pierluigi e Davide, papà dell’associazione CivicoZero che altro non è che un’associazione cuturale itinerante che ha sede in un vecchio camper.

Pierluigi e Davide da un anno stanno viaggiando nel tempo grazie a Randstad 1969 (www.randstad1969.com) un progetto fotografico molto ambizioso: hanno comprato una misteriosa scatola con decine di rullini fotografici avvolti in un foglio di un giornale olandese del 1969, il Randstad.
Attraverso raccolte fondi e piccole azioni di autofinanziamento i due ragazzi abruzzesi stanno rivelando un mondo, quello contenuto nei rullini che vengono sviluppati poco per volta, che altrimenti sarebbe rimasto impigliato nelle pieghe dell’oblio.

Grazie Lorenzo e come sempre Vostok100k avanti tutta!!