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Il racconto vincitore del premio letterario Randstad1969

Il 3 ottobre è stato un pomeriggio denso di emozioni in occasione della premiazione dei racconti del primo concorso letterario “Randstad 1969”.

L’idea di brevi racconti che prendessero origine dalle foto di Randstad 1969, ha entusiasmato ben 43 scrittori. Tra questi, studenti, operai, casalinghe, impiegati, uniti dal fascino di quelle immagini e dalle possibile storie che ne potevano nascere.

Le vincitrici del Premio letterario sono:

Al primo posto, Rossana Pavone con il racconto “I cervi del parco di Randstad”;

al secondo posto, Francesca Tilio con il racconto “Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″;

al terzo posto, Vilma Buttolo con “Il campo di girasoli”.

Diverse le menzioni: a Filippo Cirino con il racconto “300 ombrelli nella nebbia”; Agostino Di Sciullo con il racconto “O mio capitano”, ed infine la giuria ha voluto assegnare una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle (AN) ed alla loro professoresse Eugenia Giorgetti e Margherita Guadagno.

Quotidianamente pubblicheremo i racconti unitamente alla fotografia assegnata.


I cervi del parco di Randstad di Rossana Pavone

I CERVI DEL PARCO DI RANDSTAD


«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare»
[Jack Kerouac, On the Road]


Amsterdam, 1 gennaio 1969


Caro diario,
inizia un nuovo anno.
Durante le vacanze ho letto questo straordinario libro e ho trascritto le parole come un progetto.
Penso che solo i maschi possano essere liberi. Non hanno paura di niente.
Neanch’io ho paura di niente. Potrò mai viaggiare con l’autostop?
Per ora posso solo andare a scuola e tornare presto perché mamma conta su di me per stare con le
sorelline mentre lei è al lavoro.
Marieke ha dieci anni e Sanneke sei. Vanno alla scuola elementare.
Io ne compirò quattordici il 21 luglio e sono al primo anno del VWO . Vorrei studiare latino e greco.
E viaggiare.
Ma ho sentito mamma parlare con un’amica: vorrebbe mandarmi a una scuola tecnica.
Chissà se papà mi aiuterà. Lui e mamma litigano spesso. Papà sta poco in casa. Ha molto lavoro.
Qui incollo la foto di noi tre in scaletta. L’ha scattata papà.


Amsterdam, 15 gennaio 1969

Caro diario,

un altro libro che mi è piaciuto: Harper Lee, Il buio oltre la siepe. Mi vedo in Scout, l
protagonista. Orfana di madre. Si picchia con i maschi.
Io non sono orfana, ma mamma ha occhi solo per le sorelline.
Per me basta un secco: Anne sei grande! Nessun piccolo nome come per loro: Susanna la chiama
Sjoukje e Maria Marieke.
Niente di quello che faccio va bene. Oggi ho portato a casa un disegno che mi è venuto proprio
bello. A scuola parlano di una mostra dei nostri lavori migliori.
Volevo rappresentare l’ingiustizia e il razzismo come ho letto nel libro.
L’ho firmato Anouka. E non risponderò se non mi chiamano in questo modo.
Naturalmente mamma ha riso e non ha guardato il disegno.
Papà non dice niente.
Le sorelline hanno detto Bello! Ma erano distratte dai loro vestiti nuovi.
Sono molto carine, diverse da me. Io sono spigolosa e ho capelli scuri come papà. Loro sono
paffute e bionde come due stelle.


Amsterdam, 19 gennaio 1969


Caro diario,
è successa una cosa terribile.
È morto a Praga il ragazzo che si è dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica, Jan
Palach .
Non riesco a non pensare al suo dolore.
Sono corsa in camera piangendo. Le bambine giocavano.
Mamma ci ha chiamate per la merenda e io non sono andata. Dice che esagero.
Ho disegnato i carri armati e il fuoco, ma Jan no.
Incollo la sua foto “prima”.


Amsterdam, 21 luglio 1969


Caro diario,
oggi è il mio compleanno. Quattordici anni.
Da tanto non ti racconto niente. Disegno e, quando è bel tempo, vado in bici con Sanneke e
Marieke.
Loro sono sempre contente. Mamma non le sgrida e sembrano una lo specchio dell’altra. Bionde con le trecce. Mamma le pettina e le veste uguali.
Ho chiesto per regalo di tagliarmi i capelli a paggetto.
Papà mi ha regalato una scatola grande di colori ad acquerello e fogli da disegno.
Il bello di questo compleanno è che eravamo tutti insieme a tavola. Da tanto papà non mangiava con noi. È spesso fuori per lavoro. Anche all’estero.
Abbiamo tagliato la torta e poi siamo andati a vedere la tv. Tutti insieme.
Ma la cosa straordinaria di oggi è che un uomo ha camminato sulla luna. Camminato.
Si chiama Neil Armstrong ed è americano.
Credo che lui non sarà mai più come prima. E neanch’io.
Guardo la luna e penso al libro di Jules Verne che ho letto da piccola, Dalla Terra alla Luna, a
certi quadri, alle poesie, al Clair de lune di Debussy. Ma ora so che ci hanno camminato sopra davvero. Debussy avrebbe scritto il Clair de Lune?
Queste sono le foto ritagliate dal giornale.


Amsterdam, 16 agosto 1969


Caro diario,
scrivo poco. Disegno, ma quello che disegno non è mai come lo vedo. Credo succedesse anche a
Vincent van Gogh. Non lo dico a mamma perché mi prenderebbe in giro.
Vorrei diventare giornalista.
Se fossi giornalista vorrei essere a Woodstock. Non so come tanta gente stia


Tengo fra le mani questo quaderno con la copertina arancione. Sulla prima pagina c’è il divieto di leggere il mio diario segreto. Nell’ultima la frase è interrotta.
Sono passati cinquant’anni. Cinquantuno.
Tengo fra le mani il cuore di un’ Anouka di quattordici anni.
Vorrei dirle di non avere paura, di credere in sé stessa, di impegnarsi a essere felice.
Leggo i pensieri, le notizie, i libri che l’avevano colpita. Guardo gli schizzi, le scritte colorate: non lo sapeva, ma si stava esprimendo in una sorta di Poesia visiva. L’avrebbe imparato più tardi.
Anzi: l’avrei imparato. Parlo di me come di un’altra.
Quell’anno papà se ne andò. I soggiorni in Francia erano sempre più frequenti e più lunghi. Poi si fermò a Parigi.
La mamma ci spiegò qualcosa, ma si contraddiceva: non sapevo se fosse ferita o sollevata. Anni dopo avrei capito.
Mio padre non disse niente.
Io mi sentivo sola, abbandonata. Mi sarei sentita sola e abbandonata sempre, da allora.
Qualche volta raggiunsi papà a Parigi, una città che mi faceva sentire bene.
A diciott’anni decisi di restare anch’io a Parigi. Mi mantenevo con lavoretti, traduzioni e
frequentavo una scuola d’arte. Volevo dedicarmi al restauro.
Papà mi aiutava, ma non ci vedevamo spesso. Pareva sempre in fuga.
Una volta lo vidi al caffè con una signora. Non erano più giovani, ma papà copriva con la sua la mano di lei sul tavolino. Aveva un volto felice che non gli avevo mai visto e tutti e due sembravano brillare come se nel locale ci fossero solo loro.
Da casa mi arrivavano lettere stiracchiate. Ogni tanto tornavo ad Amsterdam, ma ero a disagio.
C’era Staas, adesso, con loro.
Lo conoscevo fin da piccola. Era un collega di papà, biondo e grande. Aveva un debole per le mie sorelline e veniva spesso a trovarci. Ci teneva compagnia quando papà era via. Ci portava a cinema, al parco. Si fermava a cena e arrivava con grandi vassoi di dolci. Le bambine gli facevano festa e la mamma era contenta.
Dentro il quaderno ho trovato foto di quell’ultimo anno di bambina. O quasi bambina. Sognavo in grande con cuore bambino.
Noi in bici, per strada, mentre prendiamo il pullmino per la scuola. Ce ne sono un paio con mamma.

C’è la foto di un bozzetto sopra il tappeto del soggiorno. Credo di averlo disegnato sdraiata su quel tappeto, come facevo sempre: una bambina che tiene in mano tanti palloncini colorati.
La stessa foto la trovai nel portafoglio di papà quando Claudine mi avvertì della sua morte
improvvisa e mi permise di scegliere quello che mi interessava conservare.
Claudine era una signora dolce e aveva voluto molto bene a papà. Insieme erano stati felici di piccole cose e di certe avventure e viaggi che forse papà aveva desiderato tutta la vita, ma con mamma non era riuscito a realizzare.
Mamma era rigida e accentratrice. Era lei a decidere chi far entrare nel suo mondo e a chi concedere sorrisi e buon umore. Per chi cucinare e farsi bella. A chi piacere.
Papà era stato presto escluso dal calore di cui aveva disperato bisogno. E anch’io ne ero rimasta esclusa quasi contemporaneamente.
In quel mondo era entrato il biondo grande prevedibile Staas, al quale non interessavano i libri che leggeva papà, né si arrovellava per capire cosa si nascondesse dietro certe notizie riportate dai giornali, con il quale mamma non doveva far fatica per seguire un ragionamento. Bastava arrivasse con un regalino un po’ vistoso o dicesse che la portava fuori a pranzo per vederla ridere. Staas che così bene si era inserito nel vuoto lasciato da papà. Molto prima che papà lasciasse un vuoto.
Crescendo mi accorsi di quanto Sanneke e Marieke fossero identiche a Staas, grandi bionde e superficiali.
Fu quel giorno in cui lasciai la pagina del diario a metà. E non potevo confidarmi con nessuno.
Raccolsi i cocci della mia infanzia, anche se a quattordici anni avrei dovuto essere già fuori
dall’infanzia. Credo che in qualche modo avessi rallentato la crescita per cercare di essere come le sorelline, stare con loro, respirare la loro serena inconsapevolezza, rubare un po’ dell’amore che non era per me.
Quel giorno i miei quattordici anni mi chiamarono alla realtà.
Eravamo nel parco con mamma e Staas. Papà era a Parigi.
La zona di Randstad dove abitavamo è la più industrializzata e l’amministrazione ha creato oasi verdi facilmente raggiungibili per le famiglie.
Guardo questa foto del parco. Dev’essere stata scattata da papà l’anno prima, quando con noi c’era lui, ed è proprio il luogo in cui diventai grande, in cui mi sentii sola, in cui mi sentii abbandonata.
Il parco mi pareva troppo finto, con i cervi che si lasciano avvicinare senza paura, il recinto perché non oltrepassino il canale, gli alberi protetti dalle scorticature dei loro denti, la palizzata che impedisce alle rive del canale di franare.
Di là dagli alberi c’era il bosco, gli animali nel loro ambiente e mi sentivo in trappola come i cervi che brucavano senza ricordare la libertà. Ero a disagio e avrei voluto andare oltre gli alberi.
Ne nacque una discussione che finì come sempre in risate al mio indirizzo.
Mi allontanai verso l’acqua. Le sorelline erano corse vie per un loro gioco.
Tornando ascoltai mamma che si lamentava di come fossi uguale a mio padre, menomale che le altre due erano identiche a lui, a Staas. Vidi come lui la abbracciava per consolarla. Capii.
Capii perché papà non c’era mai e quel suo sforzo per farmi soffrire il meno possibile.
Decisi che me ne sarei andata presto. On the road, come i maschi . O con il diploma di scuola
superiore.
Della mia famiglia sono rimaste Sanneke e Marieke. A volte ci incontriamo.

Claudine è morta da tanti anni. Eravamo diventate amiche e aveva saputo ricucire la distanza fra me e papà.
Cercava di insegnarmi a essere felice.
C’è sempre modo di ricominciare, diceva, guarda noi. E voleva dire lei e papà.
Mi aveva regalato il suo “Alice nel paese delle meraviglie”, tutto sottolineato.
Sulla prima pagina: A Anouka con affetto.
E aveva trascritto il dialogo con il gatto, prima della bella firma svolazzante:
«Quale via dovrei prendere?»
«Dipende dove vuoi andare…»
«Ma io non so dove andare!»
«Allora non importa quale via prendere».


Adesso devo fare una scelta senza paura di essere felice.


Rossana Pavone

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I Luoghi di Randstad1969

L’occhio che guarda questi luoghi  immagina il loro passato, sente attraverso la pelle consumata dal tempo l’anima che li  avvolge”

                                                       “I luoghi e la polvere”   

                                                              Roberto Peregalli

                                                                                                                 

Parafrasando questa pensiero di Peregalli anche i rullini di Randstad1969 hanno una sorta di anima che li avvolge e che li ha protetti per restituirci intatti, nelle immagini, i luoghi di un passato immobile ma che è riuscito a viaggiare fino a noi.

Provini di Randstad1969©
Randstad1969©

 

Dettagli come scorci di quartiere, eventi folkloristici, autobus di linea, le tre bambine ritratte davanti ad una scuola, navi nel porto, operai al lavoro, ci hanno permesso di individuare e circoscrivere una zona che va da Amsterdam ad Haarlem.

Cattura3
Randstad1969©

 

La nostra ricerca continua ed invitiamo chiunque riconosca un luogo o un particolare a contattarci come è successo durante l’anteprima della mostra di Randstad1969 in occasione di Vinum et Cultura dove tre Olandesi hanno riconosciuto nelle foto alcuni luoghi della loro infanzia.

 

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Nuvole

L’idea era quella di coinvolgere amici  , ognuno con un contributo personale per far crescere questo progetto .  Massimiliano Conte  ama scrivere e si è mostrato subito entusiasta, ed ogni volta ci stupisce . Vi lasciamo alla lettura del suo ultimo scritto per Randstad1969.
Nuvole
Le avevo già viste, mi piacevano da prima. Nel corso della vita le
ho immaginate di volta in volta panna montata, zucchero filato,
batuffoli, animali, pensieri in viaggio. A scuola mi spiegarono
che sono addensamenti di vapore acqueo. Non ci ho mai creduto fino
in fondo. Un cielo senza nuvole mi era sempre sembrato solo una
bozza. “Le staranno per disegnare” mi dicevo sempre “non è
possibile lasciare un lavoro a metà”. La prima volta che le ho
viste da sopra, in aereo, mi sembrava che si fosse capovolto il
mondo. Fino a quel giorno. Eri lontana da me ma sotto lo stesso
cielo. “Le nuvole, guarda le nuvole” mi scrivesti. In un attimo
ero già fuori, a guardare quello che stavi guardando. Da quel
momento ogni nuvola mi parla di te. Da quel momento ogni nuvola
che vedo la fotografo. Così ti tengo accanto, anche quando non ci
sei. Le avevo già viste, mi piacevano da prima. Ora mi piacciono
di più.
[Massimiliano Conte ]

Randstad1969
I 141 rullini Agfa di Randstad1969

Ship. Una delle ultime foto trovate nei rullini
Una delle ultime foto trovate nei rullini

Lavori
Una delle ultime foto trovate nei rullini

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Randstad1969…che emozioni!

Vi diciamo la verità, ogni appuntamento nel laboratorio di Franco Glieca diventa sempre più emozionante.
Già dalla telefonata dove ci comunica che sono pronti i nuovi sviluppi con i provini si intuisce che ha da mostrarci qualcosa di veramente interessante.
Qualcuno di voi ricorderà l’attesa di riavere le fotografie quando si portava a sviluppare il rullino dal fotografo, quando ti diceva di passare la settimana successiva e cresceva quell’ansia che svaniva solo per dar posto all’emozione di avere le fotografie tra le mani.
Chiudete gli occhi ora ed immaginate un’attesa lunga 50 anni, perché è per tutto questo tempo che le pellicole si sono conservate nel loro rullino di metallo custodendo la memoria dei luoghi, delle persone e della quotidianità che stiamo riportando alla luce.
Queste sono le emozioni che viviamo guardando con una lente di ingrandimento i provini, cercando in essi ogni piccolo dettaglio che possa aiutarci nella ricerca del nostro anonimo Amico fotografo di Randstad1969.

Provini Randstad1969
Provini Randstad1969

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I rullini Agfa di Randstad1969



Oggi vogliamo parlarvi di qualche dettaglio di cosa abbiamo trovato nel pacco ricevuto dopo aver vinto l’asta online.

Dalle foto che vi abbiamo mostrato finora avrete capito che la totalità dei rullini di Randstad1969 sono Agfa Isopan, la maggior parte 35mm 40Asa IF mentre la restante parte sono 120mm 100Asa ISS scattate in formato 6×9 cm.

Questo dettaglio sin da subito ci ha fatto pensare che a scattare le fotografie sia stato lo stesso fotografo, tesi che si rafforza ogni volta che guardiamo nuovi provini.

Un’altra particolarità che ci ha colpito è l’integrità delle confezioni, in alcune delle quali il nostro misterioso fotografo ha appuntato il luogo dello scatto. Queste si sono perfettamente conservate cosi come il loro preziosissimo contenuto.

IMG_9353

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Randstad1969 continua…

È proprio così, Randstad1969  continua grazie al contributo di tutti gli amici che hanno creduto nel progetto ed hanno acquistato una stampa  durante l’anteprima della mostra      ” Randstad1969  Pre-visioni” che si è svolta durante Vinum et Cultura 2017 , permettendoci  così di tornare in camera oscura con il nostro fidato stampatore Franco Glieca  al quale abbiamo chiesto di sviluppare altri 10 rullini. Ancora una volta il nostro fotografo sconosciuto ci ha regalato belle emozioni che non vediamo l’ora di mostrare a tutti.

http://www.francoglieca.it/

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Tutto ed il suo contrario

Tutto ed il suo contrario.
Nella fotografia funziona tutto al contrario. L’istante catturato (favoloso ossimoro) arriva capovolto nella camera. L’otturatore prende il nome dalla sua funzione a riposo, quando lavora infatti è aperto, anche solo per pochissimo tempo. Lo scatto definisce il movimento di questo dispositivo. Lo scatto diventa anche sinonimo di fotografia. Un verbo che parla di movimento velocissimo (scattare) per descrivere una immagine apparentemente ferma. Si, solo apparentemente. Lei è ferma, il movimento ce lo metti tu.
Il contrario di tutto. Tutto ed il suo contrario.
E poi quella assurda pretesa di far vedere ad un altro quello che hai visto tu in quel momento. Ed il prolungamento di uno o più sensi, la vista ad esempio, e la creazione di senso, sensazioni. L’immagine rimane impressa sulla pellicola, scomposta tra i bit. Ma soprattutto impressa nella mente. Ti porta subito in un posto, luogo della memoria fisica, di silicio.
La Madeleine degli occhi.
Non importa se siano tua o altrui memoria.
E poi esistono le parole non dette, le emozioni tronche, i rullini non sviluppati.

[M.Conte]

 

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Non l’ho stampata

Ecco, sono sicuro di non riuscire a spiegarmi. Ho visto spesso la tua anima attraverso quelle gemme che gli altri chiamano occhi, i tuoi. Ma mai così chiara nel mirino. Eri mia in quello scatto. Erano per me i tuoi capelli, la testa un po’ inclinata. Era tutto mio, in quel momento. Il tuo pigiama, la notte che ti stava ancora appiccicata addosso, il tuo sguardo che diceva “eccomi, sono tua, trattami bene”. Click.

E poi sei andata via. E quello scatto è rimasto sepolto tra i rullini che non ho mai sviluppato.

Eri mia, ora non più. E quella foto è una bugia.

[ M. Conte ]testa sito