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“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

“LE ROSE GIALLE” di Domenico Travaglini

LE ROSE GIALLE

Quando Alfred si era ritrovato faccia a faccia con i rami secchi delle rose gialle all’entrata del vecchio giardino capì di essere arrivato a casa. Fino a quel momento aveva camminato a testa bassa, un pò per farsi scudo dal freddo pungente, un po’ per cercare di non capire dove fosse dopo tanto tempo, troppe lune, qualche chilo in più. L’ultima volta che aveva visto quei rami era primavera, i boccioli straripavano di una giallo profondo e i fusti si ergevano solitari ed inquieti. Andava via quel giorno su un vecchio Chevrolet 3100, via verso Yale e il suo logorante corso di medicina. 

Bill Evans suonava alla radio e tutto era il principio, le ragazze sembravano più alte e difficili e il bollettino della mattina parlava di un ragazzotto burbero che aveva appena vinto il Premio Pulitzer con un romanzo di poche pagine che parlava di un pescatore solitario che arranca alla caccia di un marlin; il vecchio e il mare mi pare si chiamasse il romanzo. 

Si sentiva così quel giorno Alfred, desideroso e stanco allo stesso tempo, in un solitario inizio di corsa ad ostacoli. 

Si era fermato qualche minuto a fissare quelle bacchette raggrinzite, tanto tempo prima erano state il  terzo figlio mancato di sua madre e da lei avevano ereditato il colore del suo ittero. 

Alfred non accettava le ragioni che lo avevano spinto fin lì, in quella distesa di venti centimetri di neve fresca, caduta di schianto la sera prima. I geloni gli facevano male e non aveva più la tempra per sopportare quel vento gelido. 

Alle volte ci muoviamo seguendo la ragione, altre per puro istinto e dedizione verso un io sommerso e dimenticato da tempo; era forse la seconda opzione il motivo per cui era tornato a casa. Tutti ne abbiamo una, per quanto vaghiamo, impariamo nuove lingue e accettiamo di mangiare piatti a cui segretamente siamo restii, casa nostra è lì che ci chiama e non si può sbagliare, sarà sempre ferma, fiera ed immobile pronta ad aspettarci. 

Era bastato girare la curva a 90% della staccionata bassa del giardino perché alla fine del vialetto che portava all’ingresso si vedesse spuntare suo padre all’uscio, fiero di quel figlio medico e di essere sopravvissuto alla tormenta da poco trascorsa. L’abbraccio nervoso e la poderosa stretta di mano lo avevano definitivamente riportato a vent’anni prima. Lisa, la procace infermiera della città, lo aveva avvertito che il vecchio non ci sentiva più e parlava ancora meno da quando suo fratello John era stato ritrovato nel lago vicino, gonfio e con indosso ancora quelle vecchie scarpe da ragazzino. Era morto così, alla John, senza nessuna ragione particolare, con tutta l’inquietudine e la naturalezza che da sempre si portava dietro. 

Il divano di fronte al camino era sempre stato comodissimo e da lì Alfred, rannicchiato ed assorto, osservava attraverso la finestra i fili dello stendibiancheria fuori tra la neve. I pali si erano arrugginiti e sbilanciati di 10 gradi verso l’interno ed i fili una volta tesi come corde di violino ora erano imbarcati o spezzati. Lui e John adoravano tendersi degli agguati da dietro le lenzuola appena stese d’estate, gridando a più non posso quando uno dei due si trovava a due centimetri dall’orecchio ignaro dell’altro, nascosto dal bucato sventolante e profumato. 

Gli mancava John, quel suo modo di essere, “quel non voler essere” come era solito dire suo padre, quell’aver accettato che nella vita si perde. Era forse per questo che aveva quel sorriso da ragazzone del sud sempre stampato sotto quelle fossette che facevano impazzire le ragazze. Neanche quando era morto, Alfred era riuscito a tornare a casa. 

Aveva preso una bottiglia di JD, un pacchetto di Winston e aveva pregato così. 

Una mano sulla camicia di flanella lo aveva avvertito che il caffè era pronto. 

La chiacchierata/guaito con il vecchio era la solita. Lavoro, salute…donne? Sulla questione donne aveva dovuto gridare un bel po’ perché suo padre capisse che il reparto ed i suoi pazienti erano la sua più fedele compagna. In quei minuti in cui la sua voce risuonava nella piccola cucina di formica aveva l’impressione di guardarsi dall’esterno, lui e suo padre, che tra discorsi inutili e silenzi laceranti cercavano di capire chi fosse l’uno e l’altro e perché tutte queste formalità per decidere di vendere una casa dispersa in venti centimetri di neve o abbatterla per ricavarci del buon legname.

“Tua madre sarebbe così felice di sapere che hai ancora i suoi capelli e le sue prime rughe” aveva detto il vecchio dopo l’ultimo sorso di caffè. 

Alfred lo ascoltava e lo vedeva anni prima, fresco e innamorato mentre prendeva sua madre attorno alla vita e nella stalla improvvisavano un tango sulle note di Gardel, che una vecchia radio sgangherata passava casualmente.  Le galline volavano ovunque e anche i vitelli sembravano sorridere, con quegli occhioni enormi che chiedono pietà. Erano gli anni della felicità, dell’alba e del tramonto condiviso.  C’è  una vecchia poesia di Whitman che dice :”Penso a come una volta giacemmo, un trasparente mattino d’estate….”; mio padre la sussurrava a mia madre dopo che finivano di fare l’amore ed io e mio fratello lo ascoltavamo in silenzio nei nostri letti da soldati, il segnale della buonanotte, il riparo del nostro essere bambini. Le scale di legno avevano scricchiolato quando ero salito al primo piano. In camera mia e di  mio fratello tutto era rimasto pressochè simile a vent’anni prima. I letti a castello erano preparati di tutto punto, come se stessimo per tornare da un momento all’altro, pronti a saltarci sopra o a giocare a Peter Pan e ai pirati, nascosti sotto le doghe.  I dischi al solito posto e quell’abbaino dove per la prima volta avevo fatto un tiro ad una Strike di mio fratello. L’ago gira e Bill suona di nuovo.  Che bella la vista da qui pensava Alfred in quel freddo pomeriggio d’inverno. E quelle rose forse non sono secche, nessuno le pota da anni. Basterà qualche taglio deciso e mirato per far tornare a scorrere la linfa, chissà come saranno fiorite, vale la pena aspettare. Questo pensava e questo forse era un primo accenno di felicità dopo tanto tempo. In primavera avrebbe potuto raccoglierle e portarle alla mamma e a John.

Vale la pena aspettare si ripeteva.

Domenico Travaglini

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“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

“L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby” di Natalfrancesco Litterio

L’uomo con il cappotto Chesterfield e il cappello Trilby

“Mi tradisci?”

“Ma cosa ti viene in mente?”

“Ma cosa vuoi che pensi, se ogni tanto all’improvviso devi uscire per lavoro a ora di cena?”

“Che esco per lavoro…”

“Pieter, non prendermi in giro! Sei un docente universitario, che lavoro dovresti svolgere alle 7 di sera?”

Era sempre più difficile convincere Maaike che non ci fosse nulla di strano a sparire al tramonto per lavoro. Le prime volte si accontentava di un “Devo incontrare dei colleghi che sono appena arrivati dall’estero”, poi le assenze erano diventate troppo frequenti per riuscire ogni volta a inventare una scusa credibile. Ma di una cosa la donna poteva essere sicura: Pieter non la tradiva. L’uomo indossò il cappotto Chesterfield e il suo cappello Trilby e uscì.

Rotterdam era immersa nella nebbia. Tram e biciclette scampanellavano stancamente, le auto avevano già smesso di solcare i mari d’asfalto freddo. La maggior parte delle persone in quel momento si stava godendo un bagno rigenerante prima della cena, uno scotch d’aperitivo o l’ultimo cruciverba; qualunque cosa facesse, la maggior parte delle persone era già al caldo della propria casa, al sicuro delle proprie abitudini.

Pieter entrò all’Hilleaan, un locale non molto distante dal Nieuwe Maas. Si tolse cappotto e cappello e sedette a un tavolo. Ordinò un jenever a un cameriere troppo magro che non tardò a servirlo, nonostante la piccola folla che riempiva il locale. Chi era solo o non sapeva che fare in casa, a quell’ora riempiva i locali come l’Hilleaan. A Pieter piaceva sorseggiare un bicchierino o due seduto a un tavolo, spalle al muro e vista sull’ingresso. E no, questo non l’aveva imparato alla Erasmus.

Solo dopo tre ordinazioni vide entrare un uomo con un cappotto Chesterfield e cappello Trilby. L’uomo, senza guardarsi attorno, si tolse cappotto e cappello, appoggiò una ventiquattrore sotto l’appendiabiti e si sistemò su un trespolo davanti al bancone. Pieter sapeva che avrebbe ordinato almeno un paio di bicchieri, così finì con calma il suo e lasciò 20 fiorini sul tavolo. Davanti all’appendiabiti, indossò il suo cappotto Chesterfield, il suo cappello Trilby e prese una ventiquattrore che non gli apparteneva. Adesso lo aspettava il fiume.

Se si fosse fermato con le spalle alla banchina, rivolto verso il Nieuwe Maas, sarebbe sembrato un uomo solo, in cappotto, capello e valigetta, che stava per buttarsi nel fiume. Così, invece, sembrava solo un uomo solo, in cappotto, cappello e valigetta, che aspettava. Rimase in quella posizione per dieci minuti buoni, senza nemmeno cambiar peso sull’altra gamba. Il fiume scorreva silenzioso, aspettando l’alba e il frastuono del porto. Arrivò prima una Ford Fairlane nera, seguita da due auto di scorta. Pieter rimase immobile, aspettando pazientemente il protocollo. Sette uomini ben vestiti circondarono la Ford. Il collo tirato delle loro camice tradiva un passato militare recente o un’attitudine all’attività fisica fuori dall’ordinario. Uno di loro aprì la portiera posteriore dell’auto nera, da cui scese un uomo con un cappotto Chesterfield, un cappello Trilby e una valigetta. Ormai l’uno di fronte all’altro, i due uomini tesero il braccio destro con la valigetta e anche il sinistro, per riceverne un’altra del tutto identica. Senza dire una parola, l’uomo rientrò in macchina e scomparve tra le nebbie del porto, con tutta la scorta. Il lavoro era quasi finito. Restava da tornare all’Hilleaan e ripetere le operazioni di prima.

“Ma si può sapere che fai?”, gli chiedeva la moglie, sempre più spesso. Non sapeva inventare una buona scusa, solo perché non lo sapeva. Faceva cose. Spostava oggetti. Incontrava gente che non gli rivolgeva la parola. E non doveva fare domande. Come si può rispondere agli interrogativi di tua moglie, se nessuno risponde ai tuoi?

Rientrò all’Hilleaan, ma non si fermò all’ingresso a lasciare il cappotto Chesterfiel, il cappello Trilby all’attaccapanni e la valigetta sotto. Filò dritto in bagno. Avrebbe dato un fugace sguardo al contenuto della ventiquattrore, solo una volta, almeno quella volta. D’altra parte il ministero degli Esteri stava per mandarlo in pensione e gli sarebbe rimasta solo la noiosa routine di docente universitario. Prima di chiudere quella pagina, voleva vedere, almeno una volta. Un uomo sarebbe entrato di lì a poco a prendere una valigetta poggiata per terra, sotto l’appendiabiti, si doveva sbrigare. 

Si chiuse in bagno e armeggiò con la serratura. 0000, per iniziare. Non accadde nulla. Dopo qualche tentativo decise che non valeva la pena rischiare oltre, ma mentre stava per aprire la porta del bagno, l’illuminazione. Aveva 4/5 incarichi al mese, ma la faccenda della valigetta succedeva solo una volta all’anno. Tutti gli anni. Quello era il 1969. La valigetta si aprì.

Conteneva solo una busta di carta, c’era scritto “Randstad 1969”. Dentro, fotografie. Niente di particolarmente significativo, operai al lavoro, bambini in bicicletta, navi nel porto. Qualcuna portava date piuttosto assurde, come 28 novembre 1969 o 15 dicembre 1969. Date assurde, in quanto appartenenti a un futuro prossimo, che – per quanto prossimo – era pur sempre futuro. Pensò a un errore. 

Poi, quell’ultima foto.

C’era una banchina del porto, una Ford nera, probabilmente una Fairlane. Un uomo con cappotto Chesterfield e cappello Trilby che rientra in auto con una valigetta, dopo averne lasciato una identica nelle mani di un uomo fermo sulla banchina, con cappotto Chesterfield e cappello Trilby, che adesso aveva in mano una valigetta uguale ma diversa da quella con cui era arrivato.

“Può essere chiunque…” cercava di convincersi, mentre si riconosceva in una fotografia che non poteva esistere. Almeno non ancora. Non riuscì a mentirsi a lungo. Quello nella foto, era lui. Dieci minuti prima.

Nemmeno il tempo di formulare coerentemente qualche interrogativo, che qualcuno bussò alla porta.

“Un minuto” disse Pieter, con voce strozzata.

La chiave dalla serratura finì a terrà: era stata spinta via con un’altra chiave. “Credo che lei abbia la mia valigetta”, disse qualcuno, aprendo la porta. Presumibilmente indossava un cappotto Chesterfield e un cappello Trilby.

Natalfrancesco Litterio

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“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

“Una volta…d’estate” di Michela Guidi

Una volta…d’estate

Il cielo nuvoloso rifletteva e diffondeva gli ultimi raggi di sole
della giornata sull’immensa pianura coltivata a grano. L’aria era tiepida e non volava un filo di vento.

-Io arrivo più in alto di tutti! – esclamò Dennis. – Questa volta,
no! – rispose con fermezza Wendy.
Tutti i pomeriggi verso il tramonto il gruppetto di amici si recava
in questa parte del mondo isolata da tutti dove era loro permesso
giocare, muoversi, stare insieme e urlare senza essere rimproverati
da nessuno.            
I cinque ragazzini erano soliti fare gare di velocità. Vinceva chi
riusciva a spingere l’amico più in alto degli altri. Ma la loro era
una competizione sportiva senza rivalità perché speravano sempre
nella rivincita del giorno dopo. C’era la gioia dello stare insieme,
di trascorrere un po’ di tempo in compagnia e di gareggiare senza
cercare la vittoria finale. Per i ragazzi il campo rappresentava una
scuola di vita.

Dennis era il più grande, aveva quindici anni, era longilineo, aveva
i capelli castani con riflessi dorati, sguardo furbo e vivace.
Era abile nel realizzare semplici giochi con le spighe appena colte.
Gli steli venivano intrecciati e così si confezionavano piccoli ma
graziosi cestini e anche altri oggetti come buffi personaggi che
animavano il campo.
Un gioco molto simpatico che piaceva a tutti era infilarsi una spiga
nella manica della maglia e con il movimento delle braccia farla
risalire lungo la manica.
Numerosi erano i giochi popolari che animavano le loro giornate
trascorse all’aperto.
Anche a Wendy piaceva molto condividere con i suoi amici ore in
libertà. Tredici anni, alta, bruna, energica, spiritosa; lunghe
gambe sempre in movimento, naso all’insù, occhi chiari tendenti al
verde nelle giornate di sole, luminosi e sempre all’erta.
Una sua caratteristica erano i lunghi capelli color carota, sempre
raccolti in una coda che liberava appena poteva per sentirsi più
libera da costrizioni.
Tra lei e Dennis era nata una tenera intesa,  ma mai dichiarata
apertamente, solo un gioco di sguardi e risate condivise.
Poi c’era Esther, la più piccola del gruppo. Sedeva sempre
nell’altalena più bassa. Preferiva indossare vestiti dalle tonalità
vivaci che spiccavano tra il giallo del frumento.  Solare e
altruista aveva una grande passione per la natura. Giocare all’aria
aperta era una meraviglia per lei.
Infine c’erano Paul e Linda, due fratelli gemelli di undici anni,
molto uniti e complici tra loro e con il resto del gruppo. Lui alto
e ben curato con capelli morbidi e setosi, era soprannominato dagli
amici il Principino per il suo temperamento calmo e per il suo
aspetto elegante.
Linda invece era una piccola donna coraggiosa, pronta a scoprire
nuovi luoghi, propositiva e curiosa.
In questa radura passavano tutta la stagione estiva tra risate e
puro divertimento. Il gioco dell’altalena rimaneva però il
passatempo più entusiasmante perché permetteva, non solo di
incontrarsi e di godere della libertà di stare all’aria aperta, ma
aggiungeva quella strana sensazione quasi di volare e di dominare lo
spazio circostante.

Michela Guidi

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“IL Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz” di Valentina Gentile

Il Saliz 

Senza quel twist non sarebbe iniziata nemmeno la demenza. Nessuno riuscirà a convincermi del  contrario. Mamma continua a sostenere che non è così, che lei se n’era accorta già da mesi – chiaro:  tira acqua al suo mulino. Gli avesse dato un attimo di tregua, suo marito non sarebbe ridotto al  guscio che è. Invece no: al martedì e al sabato, si fosse spaccata in due la terra, bisognava vestirsi  bene e andare al circolo.  

Non faceva male a una mosca, papà. Dopo la pensione tutto quello che chiedeva alla vita era di  starsene tranquillo all’ombra di un faggio sulla riva del Saliz con la sua lenza, ad aspettare le  piccole carpe e i barbi, e di farsi una birra di tanto in tanto con gli ex colleghi dell’anagrafe.  Qualche volta era più di una, d’accordo, ma questo non faceva di lui un “ridicolo ubriacone  cencioso” come continuava ad apostrofarlo nostra madre. Eppure, evidentemente tanto bastava per  fargli scontare il contrappasso dei rituali da gente per bene, la messa, gli ospiti a cena e le serate  danzanti. Quelle del martedì e del sabato, per intenderci. Che poi lui ci andava pure di buon grado,  fosse anche solo per non sentirla blaterare, e in ogni caso le sue birre poteva farsele anche lì – un  po’ di nascosto, si capisce. Lungo il tragitto si fermavano sempre da me a portarmi il pescato del  giorno; papà ogni volta mi raccomandava il giusto modo di incidere il ventre dell’animale e mamma  come cucinarlo. 

Al circolo si erano sempre ballati balli tradizionali, con la polka a dominare la scena; ogni tanto  David, il gestore, che era anche un musicofilo sempre informato sulle novità, azzardava un po’ di  rock leggero o di swing, e gli anziani avventori sembravano gradire le variazioni. Fino a quando, nel nuovo decennio, da oltreoceano arrivò il twist: per due incontri consecutivi, mi aveva raccontato mamma, era stato ospite della balera un insegnante di danza che aveva illustrato agli habitué come  far finta di passarsi un asciugamano dietro il fondoschiena, da destra a sinistra e viceversa, e nel  frattempo spegnere immaginarie sigarette con le punte dei piedi. Ecco: un movimento del genere  dovrebbe essere bandito, specie dai sessant’anni in su. Non sai mai come può torcersi il ginocchio,  ancor più se in mezzo ad altri piedi che devi stare attento a non pestare, o su un pavimento sporco.  Che fu proprio quello che successe a papà quella sera: mentre si dimenava in modo maldestro sulle  note di Chubby Checker, con la suola della sua scarpa aveva pestato un chewing gum – quel  dannato ballo non era l’unica americanata importata da David – e nel tentativo di staccarselo senza  fermarsi o perdere il ritmo il piede gli era rimasto incollato al linoleum mentre la caviglia ruotava di  novanta gradi. Il risultato fu un orrore degno del peggior cinema.  

A poco erano valsi i mesi di riabilitazione: papà era passato direttamente dal letto della clinica al  divano di casa e lì aveva trovato il suo nuovo, triste mondo. Avevamo provato con qualche rivista o  romanzo, ma da pessimo lettore qual era non andava mai oltre le prime pagine; così coi risparmi io  e mio fratello Toni gli avevamo acquistato un televisore. Fu un bene o un male? Giudicate voi.  Sulle prime papà seguiva con interesse i notiziari e qualche partita di tennis, e li commentava anche  coi vicini e i colleghi che passavano a trovarlo. Con lo stesso interesse, per un pezzo aveva  continuato a chieder loro conto delle piene del Saliz, della quantità di pesce, del clima che avremmo  avuto in stagione.  

Da qualche tempo però è approdato definitivamente ai quiz. Ha una discreta cultura e tiene la mente  allenata, è un appuntamento fisso che dà un po’ di senso alle sue giornate piatte e identiche fra loro; tutto regolare insomma, se non fosse che ora risponde alla tv. Nel senso letterale dell’espressione:  dà le risposte come se si rivolgesse proprio al conduttore, Bob Warren, e come se lui potesse sentirlo; si altera pure quando ogni sua risposta è esatta ma il montepremi non gli arriva. Tutti i giorni, quando passo a casa loro, lo sorreggo per accompagnarlo fino al vialetto: apre la cassetta 

delle lettere, la trova vuota, scuote la testa, guarda giusto un momento a destra e sinistra osservando  le auto e i passanti e vuole tornarsene subito al suo divano. Io ci provo sempre a chiedergli di fare  due passi, di andare al bar per un caffè, a volte addirittura fingo necessità della sua presenza per una commissione, ma non ha interesse per niente e nessuno. La caviglia ormai è guarita da un pezzo, lui  no. 

Ieri Toni è rientrato da un viaggio in Giappone. È stato via cinque settimane e non ha la minima  idea; mamma non ha voluto dirgli niente per telefono, per non farlo preoccupare. Come se avesse  otto anni. Ha portato un regalo, e adesso è qui con l’incarto fra le mani ad abbracciare nostra madre mentre io sto sulla soglia fra la cucina (dove sono loro) e il soggiorno (dov’è papà).  

– Scartalo, dai! È per te. 

Papà si ritrova in mano un pesce di terracotta, dipinto di arancione e azzurro. – È una carpa koi. Gli danno questi nomi esotici ma è identica a quelle che peschi tu. Papà resta in silenzio. Non decifro se sia triste o assorto in altri pensieri lontani. 

– A proposito, il “Terrore dei fiumi” è tornato a far stragi, sì? –, ridacchia Toni con quell’appellativo  che nessuno usava più da dieci anni. 

Ancora silenzio. Guardo papà, il pesce finto che ha fra le mani, mio fratello e di nuovo papà, e mi  sorprendo a sperare che per miracolo rida, parli del Saliz, esprima il desiderio di tornarci. Che  reagisca in qualche modo. 

– Pesa. Non dovevi caricarti di tutto questo peso, con un viaggio così lungo. 

– Non ci sono mica andato a piedi, papà! Scommetto che tu hai camminato più di me in questo  mese. Hai esplorato qualche luogo nuovo? 

Cerco di fare segno a Toni di tagliar corto e non insistere su quel tasto, ma non mi vede. Guarda  papà che prova ad alzarsi, lo aiuta ed eccolo lì in piedi, con lo sguardo alto e fiero puntato davanti a  sé. Di nuovo mi aspetto un piccolo miracolo; immagino la sua voce dire “Vado da Tomàs, vedo se  gli è rimasto qualche verme”.  

Invece poggia la carpa sopra al televisore, lo accende, fa due passi traballanti all’indietro e si lascia  ricadere sul divano. 

– Ora vogliate scusarmi ma mi devo concentrare, sta arrivando Bob con le sue domande. Vediamo  se mi frega anche oggi. Me ne deve ancora 360mila, quel farabutto!


Valentina Gentile

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“-J- Randstad 1944 ” di Umberto Cinalli

-J- Randstad 1944 di Umberto Cinalli

– J –

Ranstad 1944

***

Dal lunedì al venerdì consegno auto alle concessionarie del distretto di Ranstad. Il Sabato porto la mia anima a scontare il ricordo, per santificare come ebreo il giorno di riposo del Signore.

Alle sei in punto sarò sveglio e mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato. Ogni sabato da 25 anni, salvo poche eccezioni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Da bambino avevo sempre sognato di fare il camionista, ma non un camionista normale. Sognavo di portare automobili nuove con una bisarca. Non avrei mai pensato che – un giorno – avrei invece portato via vite usate. 

Quando salgo sul mio camion incontro sulla strada alberi nati dopo e vecchie donne alle fermate dei bus, nate troppo presto e invecchiate vedove di guerra ancor prima. Incontro la mia paura ad ogni incrocio che mi aspetta, ma è un trucco. La bocca spalancata dei ricordi non mi cattura più gli occhi come una volta, ora sono trasparente come un parabrezza incrinato. Mi lascio attraversare dalla luce, rotta, che non torna più indietro. A volte mi fermo per pisciare con lo sportello aperto e il motore acceso.

Il giorno dedicato alla mia pena inizia dopo il tramonto del venerdì e si conclude all’apparire delle prime stelle del sabato. Ogni sabato, finché avrò sabbia da portare nelle tasche e un biglietto scaduto per tornare indietro. Ma indietro non potrò tornare dal fiume che non vidi, il Bug sulle rive del campo di concentramento. La lettera J sulla patente, la mia nuova patente da camionista, mi segnò per la vita e per la morte. Sui miei documenti il lasciapassare per l’inferno di Lublino dove non giunsi mai.

Da 25 anni accendo un lume senza luce, a ricordare il contrasto tra la tenebra del mio sabato e il buio degli altri giorni. La festa del sabato, lo Shabbat, rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile, scrivere, arare, accendere un fuoco e nemmeno guidare un camion.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta, nell’autunno del ’44.

Era già primavera nell’autunno del ’44 ma nessuno mi avverti per tempo e tempo ci fu per scappare o arrendersi con i polsi al cielo e gli occhi nel buio, nella metropolitana. Nascosti come ebrei erano in migliaia e forse potevo rimanere con loro e spezzare la sorte con le mani, la sera prima di mangiarla a morsi piccoli, per farla durare. 

Mi lasciai invece convincere, che l’unica via era riconsegnarli ai loro inseguitori e che non c’era posto per tutti nel nostro paese. Che sarebbero stati riportati in Germania o in Polonia, a casa in tempo per la Pasqua, per la festa di Pesach. Lo Joodsche Raad, il Consiglio dei rabbini, che ha la sede nel portone accanto a quella delle SS, mi diede per questo la fascia della polizia ebraica e la chiave per riporre ragione e sentimento quanto basta per tradire la vita e continuare a vivere.

Più di centomila furono portati oltre i confini fino a Sobibor, sulle rive del campo vicino al fiume, barattati per un pugno di sabbia oltre il mare e i treni non furono mai così puntuali. Ci premiarono per tanta solerzia. Popolo eletto e liberato dalla schiavitù e forgiato nella sabbia dei deserti, olandesi per caso ed ebrei per destino.

Solo nel deserto puoi essere felice, ma solo chi è felice può entrare nel deserto ci dicevano gli anziani. E noi avevamo il diritto di essere fedeli alla promessa, finché le SS ci avessero concesso la misura della scelta tra noi e loro. Qualsiasi cosa pur di sopravvivere al nostro oro. 

Ora alle sei in punto mi sveglio e mi preparo per andare all’appuntamento, come ogni sabato, ma senza prendere il mio camion. Ho infranto la legge solo una volta, nel settembre del ’44.

Ogni sabato da 25 anni vado a piedi, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

I giornali come lo Joodsche Weekblad dissero un giorno che gli ebrei potevamo essere spezzati via e deportati per decreto e non più con i manganelli e questo fece cessare il malumore dei gentili. Gli studenti tornarono a lezione con nuovi professori e gli stranieri poterono essere riportati oltre il filo spinato, al sicuro dalla loro volontà, prima della festa della Pasqua.

Mio nonno mi diceva che nei giorni della Pasqua occorreva usare le prime spighe d’orzo per preparare focacce. Senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Per ricordare la fuga.

Le SS non ci negarono orzo e focacce, ma il tempo per aspettare che si formasse nuovo lievito. Ci limitammo ad aspettare che altri vecchi prendessero il posto di quelli che ricordavano e che giudicavano. Non avevamo bisogno di essere giudicati ma di rimanere in vita. Per questo sacrificammo anche i vecchi.

Anche se la vita era concessa per decreto e raccolta a mani giunte sul marciapiede, che diritto avevamo di rifiutarla. Cosa potevamo di fronte alle nuove leggi. Chi comanda – anche se uccide i vecchi come fossero bambini – ha sempre nascosta una buona ragione e questo ci basta. 

Nel settembre del 1944 ero sveglio dalle sei quel sabato e mi preparavo a sopravvivere. Il latte fresco era lo stesso di prima dell’occupazione, preso il giorno prima sul tavolo del Consiglio Ebraico, e questo mi bastava per infrangere il Sabato e prendere il camion.

Sapevo di poter essere fermato, che rimanevo al sole che faceva abbassare gli occhi aspettando la verifica dei miei documenti. Una volta riscattata – per l’ennesima – la mia professione di ebreo utile con la fascia della polizia ebraica, proseguivo per la strada lungo il canale.

Quel giorno potevo aspettare un segno, come tutti gli altri giorni prima. Ma non aspettai, come tutti i giorni che lo precedettero. Avevo sulle dita ancora una volta vite mischiate con informazioni, come pasta lievitata col sangue. Ma non volevo capire e le tenevo in tasca. Mi era stato detto che era il nostro destino quello di abbassare gli occhi e impastare la nostra farina di orzo con il sangue degli altri.

Anche se gli altri sono venuti come noi dal deserto. Ma da un deserto oltre il confine, un deserto diverso dal nostro. E quel confine scende e sale, come granelli mossi dal vento, oltre le dune. E sposta le dune con i confini e trascina i destini. Chi entra nel deserto non nasce nel deserto.

Chi nasce nel deserto è diverso da noi, da chi entra nel deserto per solo attraversarlo, perché è nel nostro destino di sopravvivere ai propri limiti, non di dominarli. Di ubbidire alla Legge, non di riscriverla. 

E io camminavo, con le dita nelle tasche per nascondere il dubbio. La sede della polizia ebraica era nello stesso edificio delle SS. Anche quel sabato.

Nel settembre del ’44 era già primavera ma nessuno ci avvertì per tempo e tempo ci fu per capire che dalle stanze degli uffici delle SS erano state portate via le prime casse di documenti.  E altre ne rimasero per le scale, abbandonate in fretta, come se al confine fossero già arrivati a liberarci e non restava altro che far subito festa, o scappare. 

Ma noi non siamo destinati ad essere liberati. Il senso di responsabilità nei confronti dei nostri antenati ci costringe a soffrire, ma più ancora a innestare sofferenza nei rami altrui, giardinieri nella vigna del Signore.

“…figli d’Israele …solo voi ho conosciuto tra tutte le stirpi della terra, per questo vi farò scontare tutte le vostre iniquità” (Amos 3:2).

Quindi consegnai la busta al Rottenführer sulle scale. Una volta posata la cassa a terra sputò sulle mie scarpe e prese la busta. Non si accorse che c’era farina di orzo e ne rimase un poco sulle sue mani.

Passò la busta ad un comandante di plotone. Lo stesso che avevo accompagnato con il camion e visto scendere tante volte nelle stazioni chiuse della metropolitana dove erano nascosti i profughi e uscirne con persone di ogni età, vestiti come stranieri e senza occhi per passare la frontiera, né denaro per passarci sotto. Era strano e rassicurante vederli camminare in ordine e salire sui treni. Rispettosi e miti, 140 mila, ebrei fino alla fine.

Nascosti erano a migliaia nella metropolitana e forse potevo rimanere con loro. Aspettare la stessa speranza come un uomo. Ma ci costringemmo a scegliere tra il bene e il male. E scegliemmo la sabbia.

Alle sei in punto sarò sveglio, anche la prossima settimana, mi preparerò per andare all’appuntamento, come ogni sabato condotto per mano dalla mia pena finché il Signore vorrà, perché è il giorno del riposo e del ricordo. Ogni sabato da 25 anni, con la sabbia nelle tasche e un biglietto scaduto del treno. Da 25 anni incontro lo stesso vento che viene dal campo di Sobibor, oltre il confine, un vento contrario che strofina forte le tempie non appena esco di casa, anche quando il vento non c’è. 

Rimanemmo in vita in diecimila, ma solo un quarto di questi erano Ebrei olandesi. Gli altri tornarono a casa, senza ringraziarci. Mi salvai prima dei sopravvissuti ma questa non è la mia colpa.

Infransi la Legge dello Shabbat una sola volta. Usai il camion nel giorno del Sabato.

Per tutto il resto penso di essere nel giusto della Legge, ho obbedito agli ordini. Se pensassi il contrario, non potrei espiare la mia colpa.

(Dedicato ad Hannah)

Umberto Cinalli

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“300 Ombrelli nella nebbia” di Filippo Cirino


300 ombrelli nella nebbia

-“Anche oggi nebbia…” -“Fino a marzo qui è così, lo sai. Se non ti trovi bene, puoi andartene” -“Se avessi i soldi, me ne andrei sì, mica mi alzerei alle 3 di mattina per prendere quattro pesci di merda” -“Non pensarci… un po’ di caffè?”


Il peschereccio galleggiava nella nebbia del mattino, il canale era una linea immaginaria sospesa tra due filari di alberi. In quel silenzio irreale, due uomini diretti verso il nulla sorseggiavano caffè caldo avvolti nelle loro palandrane.
Erik stringeva la tazza cercando di scaldarsi le mani. Dovunque volgesse lo sguardo, una distesa bianca. E fredda. Alla fine allungò la tazza verso Peter, chiedendogli ancora un po’ di quell’intruglio imbevibile, ma che almeno era caldo.

-“Non ne abbiamo tantissimo, poi resteremo senza…” -“Dammelo o resterai senza di me. Sto crepando di freddo!” -“Ti abituerai!” -“Il tempo di trovare qualcosa di meglio… non voglio starci 10 anni su questa barca del cazzo a respirare nebbia!” -“Ventitrè” -“Cosa?” -“Ventitrè, non dieci. E’ da ventitrè anni che sto su questa barca del cazzo, come la chiami tu” -“Io non so come…” -“Vuoi sapere come ho fatto? Finita la guerra mi sono trovato senza casa e senza famiglia, l’unica cosa che avevo era questa barca del cazzo, e pure scassata” -“Scusa, Peter, non volevo…”

-“Allora l’ho riparata e ho imparato a guidarla in mezzo alla nebbia senza andare a sbattere. Per fortuna mio padre ha fatto in tempo ad insegnarmi a pescare.” -“I tedeschi?” -“Si, maledetti bastardi! Ma ora sono ventitrè anni che questa barca fa mangiare me e i miei figli… E da 2 settimane fa mangiare anche te, quindi vedi di darti una regolata!”


La discussione tra i due uomini fu interrotta da un rumore, uno scoppiettìo lento e continuo. Veniva dalla
sponda sinistra del canale, avvolta da una coltre bianca e impenetrabile.
Peter andò al timone e avvicinò la barca alla sponda, poi con calma rallentò per attraccare.

“Peter, ma perché ci fermiamo? Cos’è ‘sto rumore?”
Avvicinandosi alla riva il suono si fece sempre più distinto, sembrava il rombo di un motore. Piano piano si cominciò ad intravedere una sagoma, una specie di motocicletta. Alla guida c’era un uomo, che parcheggiò il mezzo, lasciando il motore acceso e cominciò a sbracciarsi e ad urlare. Urlava distintamente il nome di Peter.

-“Oh, ma tu conosci quel vecchio?” -“Certo, è Mark. Era un amico di mio padre” -“E che ci fa alle 5 del mattino in motoretta lungo il canale?-“E’ un tipo un po’ strano…”


Ora in mezzo alla nebbia del mattino galleggiavano un peschereccio ed un vecchio con la motocicletta, sospesi come su due isole, distanti una ventina di metri. Il vecchio smise di sbracciarsi e fece un cenno di saluto. Peter ricambiò e cominciò ad urlare verso la riva. Le voci echeggiavano nel nulla

-“Buongiorno Mark, anche oggi in giro di buon’ora?” -“Eh si, per forza, il nemico non dorme mai!”


Erik lanciò un’occhiata a Peter, che gli fece cenno di stare tranquillo.

-“Ma questo tizio ora lavora con te?” -“Si chiama Erik, l’ho preso per darmi una mano.” -“Buongiorno signor Mark. Sì, cerco di dargli una mano a congelarmi in mezzo alla nebbia!”


Il vecchio esitò un attimo. Dopo una breve pausa indicò il ragazzo.

-“Peter, ma lui sa qual è il vostro compito?” -“Certo che lo so, siamo su un cazzo di peschereccio, ci alziamo all’alba, andiamo in mare… quale compito potremmo mai avere?”


Peter diede un calcetto ad Erik e cercò di fargli capire che avrebbero parlato della cosa in privato, ma Mark ripartì con le domande.

-“Non gli hai detto niente? E quando avresti intenzione di dirglielo? Non puoi aspettare che arrivino, deve essere pronto!

“Ma pronto a cosa?!? Peter, sopporto il freddo, la nebbia, la puzza di pesce, tutto. Ma anche questo vecchio suonato no! Spiegami che sta succedendo o domani ci vieni da solo a pescare!” -“Vecchio suonato a chi? Tu non sai proprio nulla, sei troppo giovane per saperlo… Ma quando torneranno dobbiamo essere pronti, altrimenti finirà come l’altra volta!”


Senza dare possibilità di replica, il vecchio salì sulla sua moto scoppiettante e sparì nella nebbia. Ora galleggiava solo il peschereccio, che dopo un po’ ripartì verso il canale invisibile.
Erik rimase in silenzio per tutto il tempo, finì il suo lavoro senza fiatare. Quando il peschereccio attraccò al
molo e finirono di scaricare il pesce, Peter prese la sua borsa e cominciò a contare i fiorini da dare ad Erik.

-“Per domani cosa hai deciso?” -“Vengo, ma a una condizione.” -“Per la paga non posso darti di più, sai che…” -“Non voglio soldi. Voglio parlare di Mark.” -“E’ una storia complicata.” -“Raccontamela” -“Vedi, la guerra ha lasciato tanti segni. Qualcuno ha perso la vita, qualcun altro la testa” -“Quindi è un vecchio matto?” -“Non più matto di tanti altri. Ogni tanto viene e mi racconta delle cose. Nei prossimi giorni tornerà, chiedi direttamente a lui” -“Ma se fa domande strane?” -“Stai al gioco, tanto nella nebbia nessuno ci può vedere e sentire” -“Però domani porta più caffè!”


Erik continuò a salire tutte le mattine sul peschereccio. E a scrutare l’argine, in attesa del rombo della motoretta. Per una settimana intera non successe nulla.
Il martedì successivo oltre alla nebbia c’era anche una fitta pioggerellina. Erik stava avvolto nella sua palandrana, infreddolito, a bere l’ennesima tazza di caffè. Certo il vecchio non si sarebbe presentato sotto la pioggia.
Invece, proprio quel giorno, lo scoppiettìo cominciò a sentirsi in lontananza. Emerse la solita sagoma. Peter accostò la barca e ricominciò la strana conversazione sospesa nella nebbia.

-“Ehi Mark, ma dove vai con questo tempaccio?” -“Giro di perlustrazione, ho visto strani movimenti… ma il ragazzo è ancora con te?” -“Si, ma stai tranquillo, è dei nostri!” -“Gli hai spiegato tutto?” -“Ci ho provato, magari ha bisogno di qualche chiarimento… vuoi parlarci tu?” -“Non ho molto tempo, devo controllare la zona ovest” -“Se potesse, mi farebbe molto piacere, signore. Peter mi ha detto delle cose, ma la sua esperienza mi sarebbe molto d’aiuto.” -“Giusto qualche minuto, ragazzo…” -“Grazie”


Il vecchio cominciò ad indicare un punto nella nebbia, dall’altra parte del canale. Erik guardava quel punto in cui c’era il vuoto, immerso nel nulla più assoluto, ma si concentrò e fece finta di vederci qualcosa.

-“Vedi laggiù. Arrivarono da lì. Erano 300, in cielo si vedevano 300 ombrelli neri.” -“Ombrelli?” -“Divisione aviotrasportata. 300 paracadutisti. Sono stati i primi ad arrivare nel ‘40” -“Ah, i nazisti…” -“Hanno preso le strade e i ponti. Poi hanno bombardato gli aeroporti. Alla fine sono arrivati i carri armati. Cinque giorni per arrivare a Rotterdam e invaderci.” -“D’altronde cosa potevamo fare?” -“Niente, ci hanno presi di sorpresa! Altrimenti ci saremmo difesi. Avremmo fatto saltare i ponti, aperto le dighe. L’acqua è sempre stata il nostro nemico, sarebbe diventata la nostra alleata.” -“Non lo so, hanno preso mezza Europa, magari ci avrebbero presi comunque” -“No, ragazzo. Noi potevamo bloccarli, potevamo fare impantanare i loro fottuti panzer, ma
bisognava agire per tempo. E stavolta non rifaremo lo stesso errore!” -“Ma davvero lei pensa che torneranno?” -“Puoi giurarci, e noi dobbiamo controllare il canale. Appena vedete i paracadutisti, dovete dare l’allarme al quartier generale, Peter sa già tutto.”


Peter aveva ascoltato tutto il tempo e si limitò ad annuire. Senza dare altre spiegazioni, Mark risalì in sella e ripartì per il suo giro. Erik a quel punto si rivolse all’amico, ridendo.

-“E dove sarebbe questo QUARTIER GENERALE? Al mercato del pesce?” -“No, all’ufficio postale…” -“Perché lui è convinto che alle poste…” -“Si, pensa che dietro gli sportelli ci sia una stanza piena di militari e spie che aspettano l’arrivo dei nazisti… non è bello prendere in giro un povero vecchio, lui la guerra l’ha vista davvero!”


Erik ritornò al suo consueto silenzio. Però cominciò a guardare la nebbia oltre il canale con sguardo diverso, pensando a quel giorno in cui arrivarono i paracadutisti tedeschi. Comparsi dal nulla, forse nessuno davvero li vide per tempo. O forse era solo una teoria strampalata di Mark, l’Olanda sarebbe stata invasa comunque e nessuno avrebbe potuto impedirlo.
La nebbia è come una tela bianca, fissandola a lungo puoi immaginare di dipingerci qualsiasi cosa. Erik la guardava giorno per giorno, chiedendosi se davvero potesse sbucare un panzer o dei caccia tedeschi. Una mattina, mentre era assorto, vide uno stormo di puntini neri, stava quasi per chiamare Peter e dirgli di dare l’allarme, che arrivavano i paracadutisti. Poi si accorse che erano solo uccelli e che forse era stato troppo ad
ascoltare le fantasie di quel vecchio.
Però era curioso di rivederlo, di sentirsi raccontare come erano andate le cose nel ’40 e quale sarebbe stato il suo piano per difendere Rotterdam. Ma Mark non tornò, né quella settimana, né la successiva. Peter a un certo punto si preoccupò, non avrebbe mai lasciato per tanto tempo il canale incustodito senza avvisarlo.
Il mattino seguente Peter si presentò scuro in volto.

-“Ieri sera ho incontrato la figlia di Mark. E’ in ospedale e sta male, i medici non sono ottimisti. Mi ha detto che continua a farneticare frasi sui nazisti. Vuole che andiamo a trovarlo, deve dirci delle cose. E dobbiamo anche fare in fretta, perché non gli resta molto…”


Il giorno successivo sul canale arrivarono i nazisti. Due valorosi soldati olandesi si presentarono in ospedale per avvisare l’anziano capo delle Guardie del Canale che il suo piano aveva avuto successo. I ponti erano stati distrutti e le dighe aperte. Le divisioni corazzate dei tedeschi erano state bloccate e Rotterdam era salva. Si sentiva la contraerea che stava abbattendo gli ultimi caccia, ma la battaglia era ormai vinta. Fecero
appena in tempo a dirglielo, poi il vecchio chiuse gli occhi. Sorridendo.
A volte le battaglie si vincono coi carrarmati, questa volta bastarono due vecchie uniformi recuperate da una soffitta, la fantasia di Erik e qualche petardo lanciato nel giardino dell’ospedale

Filippo Cirino

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“O mio Capitano.” di Agostino di Sciullo

“O mio Capitano.” di Agostino Di Sciullo

“O mio Capitano.”


“Capitano? Capitano?”
Il Vecchio adorava quando lo chiamavo così, gli sembrava di tornare ai giorni in cui aveva
ancora un futuro luminoso e non fumo tra le dita del tempo presente.

Mi sorrideva in maniera sghemba con le gengive intervallate da qualche dente ostinato e si
toccava la visiera del suo cappello logoro e ingiallito dal sudore.

Non avevo altra famiglia che lui e lui non aveva nessuno cui sarebbe importato se fosse morto.

La nostra casa era dove ci coricavamo la sera, ci bastavano un fuoco e la coperta di stelle che ci regalava la notte. Non mi è mai mancata l’infanzia, perché mai avrei dovuto rimpiangere regole e punizioni?

Il Vecchio mi aveva raccolto in un fagotto abbandonato e mi aveva cresciuto, insegnato a
leggere e a scrivere.

Mi aveva chiesto varie volte se volessi provare ad andare a scuola.

“Capitano, cosa ci vado a fare? Imparo tutto da te.”

Lui alzava le mani e rideva fino a tossire.

“Sei davvero furbo, hai superato il tuo maestro.” ripeteva dopo aver quasi sputato i polmoni.

L’inverno era il nostro unico, vero nemico. Quando il sole aveva fretta di coricarsi il
pomeriggio e si dimenticava come si doveva scaldare la terra, allora cominciavano i nostri veri problemi.
Le persone si rintanavano in casa e non riuscivamo a rubare nulla per sfamarci abbastanza. Il Vecchio provava a farsi assumere a giornata nei campi ma la sua schiena era da buttare e
odiava farsi comandare.

“Posso provare io a lavorare, Capitano.” suggerivo di tanto in tanto.

“No. Se cominci a lavorare poi ti abituerai e diventerai come loro.”

Alla fine riuscivamo sempre a sopravvivere e la primavera ci trovava magri ed esili come
promesse.
L’anno del nostro ultimo inverno assieme fu quello più rigido e disperato.
Il Vecchio era davvero malmesso, aveva cominciato a dimenticarsi le cose, anche di me.
Zoppicava e faticava a starmi dietro.

“Capitano, riposati, ci penso io stanotte a trovare da mangiare.”

Il Vecchio mi fissò e nascose in profondità la sua tristezza. Si alzò dal fuoco e mi ammonì
sventolando un dito giallo come le vecchie pergamene.

“Fino a che respiro non dipenderò da nessuno.”

Non replicai, sarebbe stato inutile. Ci dirigemmo lungo il fiume e senza farci notare
cominciammo a frugare nei giardini delle case che incontravamo.
Il mio stomaco gorgogliava come un vulcano che sta per eruttare e speravo di trovare almeno una patata da far bollire.
Sentii lo scoppio proprio mentre avevo trovato una zucca pronta per diventare lanterna.
Mi nascosi e pregai che il Capitano fosse in salvo. Lo vidi arrivare poco dopo, stringeva un
pollo che starnazzava e seminava piume.

“Forza ragazzo.” mi urlò.

Ci ritrovammo a correre sul fiume mentre due, tre, cinque torce ci inseguivano feroci.
Arrivammo alla riva e ci sentimmo persi.

“La casa galleggiante, presto.” mi indicò facendo dondolare a mezz’aria il povero pollo.

Raggiungemmo la casa e non appena saliti fummo raggiunti da una nuova scarica di pallini e bestemmie.

“Taglia quelle corde, presto.”

Feci più in fretta che potei e mi voltai proprio mentre un pallino mi carezzava il ciuffo. Il
Capitano aveva appena poggiato il pollo e reciso le corde di ancoraggio quando un colpo lo
fece rimbalzare sul pavimento.

Urlai dalla paura e mi avvicinai.

“Sto bene, pensa a spingere la casa al largo.” gorgogliò con la bocca piena di sangue.
Gli uomini erano quasi arrivati alla riva ma noi avevamo già guadagnato il favore della
corrente. La casa galleggiante scivolò sull’acqua così nera da sembrare ghiaccio cupo.

“Ce la farai.” gli dissi carezzandogli la testa spelacchiata.

Il pollo si avvicinò dubbioso e beccò la caviglia nuda del vecchio che spalancò gli occhi e lo
colpì facendolo saltare in un nuovo turbinio di penne candide.

“Portami dentro ragazzo, comincio a sentire freddo.”

Era un uomo magro e consumato ma per me pesava come un peccato capitale, impiegai diversi minuti e litri di sudore per farlo entrare.
La casa era una grossa rimessa piena di polvere e spifferi. Era servita tanti anni prima come
deposito ma da quando il trasporto su fiume si era motorizzato lo avevano usato solo
contrabbandieri, opossum in calore e timidi innamorati.
Aprii la camicia del vecchio, ormai ridotta ad uno straccio imbevuto ma non vidi nessuna
ferita.
Quando il Vecchio tossì, dal lato sinistro del suo petto, comparve un buco, grosso come un dito da cui colò un lungo serpente scuro di sangue.

“Non mi resta molto, ragazzo.” disse accennando una smorfia che poteva essere un sorriso.
“Non puoi lasciarmi da solo contro il Mondo.”
“Ma io non ti lascio, ti ricordi quando ti avevo parlato degli angeli custodi?”

Sorrisi e scrollai le lacrime facendo cenno di sì con la testa.

“Ecco ora divento il tuo angelo custode, non ti lascerò mai.”

Allungò con estrema fatica una mano e per la prima volta da quando lo conoscevo mi fece una carezza come se fossimo davvero padre e figlio.

“Sei un bravo ragazzo, non farti fregare, mi raccomando.”

All’improvviso la casa sobbalzò e sembrò quasi sul punto di ribaltarsi.

“Tu resta qui, vado a vedere.”

Il Vecchio provò a farmi un cenno con la testa ma non aveva più forze.
Il pollo lo guardò e decise di seguirmi.
Quando arrivai fuori vidi che il fiume stava per tuffarsi in mare e la corrente stava diventando più violenta.
Se fossimo arrivati in mare aperto non ci avrebbe ripreso più nessuno, forse gli squali.
Guardai il cielo e mi resi conto che oltre alla nostra buona stella se ne stavano andando anche le altre. Il sole stava ruggendo verso la nostra destinazione. L’alba era pronta a scoppiare.
Tornai dentro per avvertire il Vecchio.

“Capitano? Capitano?”

Era un’attesa di vani e infiniti minuti. Il Vecchio si era addormentato per sempre dimenticando di chiudere gli occhi sul mondo.
Il pollo chiocciò triste e gli si accovacciò in grembo sospirando.

Allungai la mano e singhiozzando gli abbassai le palpebre.

“Addio, babbo.” sussurrai.

Rimasi al suo fianco fino a quando un fischio mi avvisò che qualcuno ci aveva finalmente
trovati.
Finimmo sul giornale e per un paio di settimane raccontarono tutti la nostra storia. Un tizio
vestito di bianco mi chiese se poteva usare la mia avventura e metterla tra le pagine di un libro che stava scrivendo.

“Tranquillo, cambierò molte cose così nessuno ti darà noia. Però mi diresti il tuo nome, se ne
hai uno? Vorrei farti ricordare.”

Lo guardai incuriosito, era un gentiluomo del sud, con cravattino e vestito bianco.

“Non ho mai avuto un vero nome. Il Vecchio mi chiamava Huck, qualche volta.”
“Huck?” chiese come se stesse pesando le lettere.
“Non so dirle perché mi chiamasse così”
“E il Vecchio ce lo aveva un nome?”
“Io lo chiamavo Capitano però alle persone si presentava come Berry Finn.”

Il gentiluomo si illuminò in un sorriso e mi diede una mescolata alla zazzera.

“Ci sentiamo Huck. Ti farò avere il mio libro.”

Sono passati molti inverni da allora. Mi sono arreso al Mondo e spero che il Capitano mi
perdoni.

Io so solo che mi manca ogni giorno e non l’ho mai dimenticato.
Il passato è peggio della polvere, la polvere almeno puoi nasconderla sotto il tappeto. Il
passato, no. Rimane lì, ti galleggia dentro come la casa su cui eravamo fuggiti e poi ritorna per colpa della risacca e del tempo.
Conservo ancora oggi l’articolo di giornale e la foto della casa che viene trainata a riva. Tengo tutti e due nel libro del signor Twain. Alla fine aveva mantenuto la promessa e me lo aveva spedito. Ma la sua storia era meno triste della mia.

Agostino Di Sciullo

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“Il campo di Girasoli” di Vilma Buttolo il racconto terzo classificato

Il Campo di Girasoli di Vilma Buttolo

Il campo di girasoli

Osservandoci tutte tre insieme avrebbero detto che non
eravamo felici. Forse un po’ per le nostre espressioni sempre
imbronciate o forse perché eravamo mal vestite, troppo grasse
troppo magre.
Noi invece felici lo eravamo, soprattutto quando riuscivamo a
stare insieme e quando insieme seguivamo i nostri sogni di
bambine.
Nostro padre, si sa, avrebbe voluto un figlio maschio; così ci
provarono, una gravidanza dietro l’altra. Ma mia madre i
maschi non li partoriva, morivano prima di nascere. Così siamo
rimaste solo noi tre bambine. E io la più piccola ero quella che
più di ogni altro figlio avrei dovuto nascere maschio. Ero
l’ultima possibilità, l’ultima chance vista l’età di mia madre.
Invece nacqui femmina, per mia fortuna e per mia sfortuna
dovetti accettare un nome maschile trasformato alla bene
meglio in femminile.
Così alle mie due sorelle Maria e Giovanna mi aggiunsi io
Giuseppa. Che poi se solo ci avessero messo un po’ più di
attenzione il mio nome sarebbe potuto essere un po’ più
aggraziato, femminile, chessò una Giuseppina mi sarebbe
anche andato bene, bastava pensarci un po’. Invece no. Papà
con noi non si rassegnò mai del tutto e ci insegnò, a chi di più
chi di meno, “le cose da maschio” . Mamma era costernata e
agiva a piccoli passi. Una volta il capello più lungo raccolto in
una treccia, un’altra volta una gonna al posto dei pantaloncini e
così via. Povera donna, passò i nostri primi anni di vita a
condurre un lungo lavoro di mediazione tra un marito che ci
trattava da maschi e il mondo esterno che ci voleva femmine.
A noi non chiesero mai che cosa avremmo voluto essere, noi
però lo sapevamo, per fortuna. Il mondo esterno non ci
spaventava e a papà volevamo bene: le sue bizzarrie non ci
preoccupavano. L’unica volta che vidi mamma impuntarsi
veramente fu quando papà ci comprò delle biciclette. Aveva
risparmiato tanto e tornò a casa con il suo furgone carico delle
nostre bici. Una per ciascuna, per le nostre diverse età e le
nostre altezze ma tutte rigorosamente con la canna centrale.
Mamma non lo fece entrare in casa fino a quando non tornò con
tre biciclette da ragazze. Da quel momento iniziammo le nostre
avventure intorno a quella campagna che stava, via via
trasformandosi in città.

-Aspettatemi per favore – dissi -Sei sempre la solita – risposte Maria che pedalava davanti a
tutte noi -Lagna e cicciona – rimbeccò Giovanna, rallentando per
guardarmi nel dirlo e subito scappare via. -Dai aspettiamola – disse fermandosi Maria.
Maria era la sorella maggiore che ognuno può aver desiderato
nella propria vita. Protettiva, affettuosa la parte salda della
sorellanza. Differente era Giovanna. Lei era più quella con cui
si poteva trasgredire, ma anche quella più dispettosa. In realtà
poi le mie sorelle mi difendevano da tutto e da tutti. Per loro
sono sempre stata la piccola “Pinuccia”.
Ferma sul ciglio della strada mentre riprendevo fiato , non vidi
quello che invece Maria ben più alta di me inquadrò subito.
Coprendosi gli occhi con il palmo della mano sinistra indicò
con l’indice destro lo spazio di fronte. -Guardate, dei girasoli – Più in basso del manto stradale
qualche metro più in là, in mezzo a sterpaglie si levavano verso
il sole tre splendidi girasoli. Chissà come erano arrivati fino a
lì. Ma si sa – la natura non la comanda l’uomo – diceva sempre
papà e in quel caso sembrava fosse proprio così.
Scendemmo con le biciclette spinte a mano giù verso il campo
dove le posammo a terra per avvicinarci . I girasoli erano
bellissimi e altissimi. Senza dirci nulla ci trovammo tutte e tre a
strappare le erbacce intorno per lasciarli crescere fieri e liberi
da intralci. Ovviamente le nostre mani non riuscirono a fare
quello che i nostri occhi già si immaginavano. Quando le
corolle iniziarono a piegarsi su loro stesse, come il capo di chi
si sta addormentando, riprendemmo le nostre biciclette e
tornammo a casa. Sporche, ma felici.
Papà ci stette ad ascoltare mentre gli raccontavamo della nostra
scoperta e mamma brontolava per le mie ginocchia che non
venivano pulite.
Tornammo il giorno dopo con qualche attrezzo prestatoci da
nostro padre. -Allora non volete che venga ad aiutarvi? – ci chiese per la
terza volta. -No papà – risposte Maria – verrai quando avremo finito il
nostro lavoro
Giovanna ed io vicine a nostra sorella maggiore annuivamo
d’accordo. La sua presenza non ci avrebbe permesso di lavorare
come volevamo.
Papà aveva molto insistito affinché gli spiegassimo dove si
trovavano i “nostri girasoli”. Senza capirne il motivo, gli
rispondemmo sommariamente. Il motivo si palesò qualche
giorno dopo la nostra scoperta.
Mentre eravamo la lavoro, sulla strada sterrata si fermò il
furgone del Sig. Patruno. -Che fate bambine, quello è un lavoro da uomini – disse . Io e
le mie sorelle ci guardammo per decidere chi avrebbe dovuto
parlare. Giovanna fece un cenno con la testa e poi disse – E chi
lo dice?-
L’uomo si mise a ridere di gusto aggiungendo – già
dimenticavo voi siete le figlie di Cosimo, siete bambine
particolari – concluse infilandosi in bocca un sigaro. -Particolari di che? – Chiesi mettendomi le mani sui fianchi. -Pinuccia stai buona – mi sussurò Maria aggiungendo poi
verso quell’uomo – Stiamo solo curando i nostri girasoli – -Vostri ?!?- ci disse buttando fuori il fumo di quel sigaro
appena acceso – e da quando vi avrei venduto il mio terreno?
Ditemi un po’?
Guardai le miei sorelle sorpresa. Ma come avevano fatto a non
pensarci? Loro erano grandi avrebbero dovuto saperlo che la
terra non è di tutti. A stento riuscii a trattenere le lacrime
mentre raccoglievamo i nostri attrezzi. Passandogli accanto
prima di montare in sella Maria gli chiese se potevamo
comunque occuparci dei girasoli. La risposta fu una sonora
risata. Ne’ un sì, ne’ un no. -Sto scemo- disse sottovoce Giovanna alla prima pedalata.
-Giovanna, smettila – l’azzittì Maria
Pedalammo in silenzio, non mi lamentai neppure della salita
che ci aspettava sempre prima di arrivare a casa. Decidemmo
che non ne avremmo parlato con mamma e papà per non farli
preoccupare. Il Sig. Patruno era una persona importante in
paese e non volevamo che papà si mettesse contro di lui. Se
avesse saputo che le sue bambine erano state cacciate da quella
terra incolta da uno sbruffone come il sig. Patruno, uh che cosa
sarebbe successo!
Sì, decidemmo di non dire nulla ma quando mamma mi chiese
come stavano i nostri girasoli scoppiai in un pianto
inconsolabile. Giovanna alzò gli occhi al cielo e Maria mi prese
in braccio nel tentativo di calmarmi.
A quel punto la frittata era fatta. -Ma guarda sto mascalzone cacciare tre bambine – disse papà
agitandosi su e giù per casa -Ma tu non lo sapevi che quella terra era di Patruno? – gli
chiese mamma -No certo che no. Avevo capito fosse più vicina alla strada, la
terra del Comune. Ma invece voi non eravate vicine alla strada
vero? – scuotemmo la testa tutte e tre come somari al pascolo. -Vabbè ora lavatevi, poi mangiamo e ci penseremo domani sul
da farsi.
Quella notte non dormii bene, e con me anche le mie sorelle. Il
lettone che Giovanna e Maria condividevano cigolò tutta la
notte a causa del loro continuo girarsi di qua e di là. Alle prime
ore della mattina papà mi svegliò per portarmi con lui.

-Lasciate che coltivino quel pezzo di terra arido- disse mio
padre al Sig. Patruno. Si era fatto annunciare così
all’improvviso nella sua bella casa al centro del paese. -Che vi costa ?- continuò deciso -Che mi costa? – Patruno scoppiò in una risata. Rideva sempre
quell’uomo.- Voi non sapete Cosimo che su quella terra, così
vicina alla strada si può costruire. -E cosa c’è da costruire?- Rispose mio padre -Case, negozi, forse un cinema chissà. Ho già ricevuto delle
offerte e a giorni deciderò- concluse. -Ma lì è campagna chi vuole che venga a viverci, a lavorarci?
– disse mio padre incredulo
-Verranno, verranno. Qui è bello, la gente si sposterà e questo
da piccolo paese diventerà un paese importante, forse un giorno
anche una città. Si chiama progresso, Cosimo.
Mio padre rimase imbambolato fermo con la mia mano nella
sua, così come era entrato in quella stanza. -Però posso fare una cosa per le vostre figlie- disse,
abbassandosi fino a guardarmi negli occhi – Posso permettere
loro di portarsi via i girasoli e piantarli dove meglio credono.
Tanto tu terreno ne tieni ancora vero? – chiese a mio padre,
alzandosi. -Sì, sì – farfugliò papà. -Allora d’accordo. Organizzatevi per i prossimi giorni, perché
non voglio avervi fra i piedi quando verranno gli acquirenti.
Io non avevo capito molto, ma la velocità del passo di papà
verso casa e il suo parlare veloce su come avremmo fatto a
prendere i girasoli mi rasserenò.
Piantammo i girasoli nell’ultimo piccolo pezzo di terra che
papà aveva conservato come orto e che, con il tempo e le nuove
semine, avremmo poi sacrificato a quei fiori meravigliosi. Oltre
a quel fazzoletto di terra, papà non ne aveva più, per questo era
andato a lavorare in quella fabbrica nel paese vicino. Salario
assicurato e meno fatica, così gli avevano detto. Il progresso se
l’era mangiata, la terra, approfittando della povertà e del
bisogno.


Quando il campo di girasoli fu pronto decise di fare
un’inaugurazione, una cosa ufficiale per la nostra famiglia.
Quel giorno mamma riuscì a vestirci da femmine, addirittura
con un fiocco in testa. Noi prendemmo le nostre biciclette e
loro il furgone per raggiungere il campo. Prima di partire però
papà chiamò il nostro vicino con la sua macchina fotografica.

E’ un momento importante – disse facendoci mettere in posa,
non proprio da signorine, a cavallo delle nostre biciclette.
A riguardarci ora non sembriamo molto felici, con quelle gonne
scomode e quei fiocchi nei capelli. Ma noi lo eravamo. Oh se lo
eravamo.

Vilma Buttolo

Concorso Letterario, Fotografia, Photography

Secondo classificato il racconto “Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969” di Francesca Tilio


Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969 di Francesca Tilio

Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969


Oggi piove, ma sembra pure primavera.


Mamma dice sempre che siamo più carine se sorridiamo senza
mostrare i denti perché altrimenti sembriamo degli animaletti. A
me dice che ho i denti da castoro.
In verità penso di somigliare di più a una tartaruga, per la forma
delle guance e per come inclino la testa… lei invece a un opossum,
soprattutto la sera quando alza la testa dalla macchina da cucire.
Ma guai a dirglielo, si arrabbia, è permalosa, è convinta di
essere la sorella povera della regina Guglielmina.
Mamma dice che se avesse avuto soldi per comprare vestiti lussuosi
ci sarebbe venuto naturale chiamarla maestà. Invece indossa solo
abiti cuciti da lei, che non sono belli come quelli della regina,
forse un po’ troppo scuri.
Papà dice sempre che mamma è la sua regina e noi le sue
principesse. Credo non ci sia niente di più lontano da me, anche
perché a me le principesse fanno schifo.
Mamma cuce anche i nostri di vestiti. Li cambierei volentieri con
quelli della vetrina di Batavia, mi farebbero sentire meno diversa
dalle mie compagne di scuola. Le mie sorelle non ci stanno male
per la questione degli abitifattiincasa , per loro va bene tutto,
ma secondo me è perché sono ancora troppo piccole per capire. In
verità sono tanti gli argomenti di cui capiscono poco!
Mamma dice che dobbiamo volerci bene, stare sempre tutti insieme,
che le famiglie si chiamano così perché devono restare unite e
dopo che lo dice si fa sempre il segno della croce e guarda in
alto. Casomai si sarebbero dovute chiamare uniglie , insiemiglie . A
me famiglia fa venire sempre in mente fanghiglia, come quella che
abbiamo studiato sul libro di scienze. Sinceramente lo trovo un
termine più adatto visto che starci dentro certe volte mi sembra
così difficile che è un po’ come se venissi risucchiata dalla
melma.
Questa è la scena che immagino
a terra, nel fango, ci sono i miei genitori e le mie due sorelle,
tutti vestiti di grigio e con la bocca aperta. Io cammino verso di
loro e le grandi fauci mi inghiottiscono, piano piano, come
succede con le sabbie mobili. Io non posso gridare aiuto perché di
solito dovrebbero essere i familiari a salvarti, così li guardo
stupita mentre mi divorano, con gli occhiali e tutto. Praticamente
muoio soffocata e mentre succede le mie sorelle cantano

Groen is ‘t gras, groen is ‘t gras,
onder mijne voeten.
‘k Heb verloren m’m beste vriend,
‘k zal hem zoeken moeten.
Hé daar plaatsgemaakt voor de jongedame.
En de koekoek op het dak,
zingt z’n lied op zijn gemak.
O mijn lieve Augustijn,
deze dame zal het zijn
La famiglia (o fanghiglia) è questa cosa qui.
Spesso dico, mica sempre!
Succedono pure cose belle a casa, non voglio dire che li odio ogni
minuto, ora, giorno della settimana, del mese e così via.
Ad esempio mi piace quando prendiamo la macchina per andare fuori
città e mamma prepara panini per tutti. Mi piace quando le mie
sorelle sono in gita e io torno ad essere figlia unica, come
nell’era primordiale della mia esistenza sulla terra. Mi piace
quando invitiamo gli zii, che portano i cugini, e allora possiamo
chiuderci in camera a chiacchierare, fare le gare di sputi, fare
le micro sculture con i chewing gum masticati. Mi piace quando sto
con papà in camera oscura e mi mostra come dal rocchetto di
plastica escono fuori le foto che ha scattato. Allora compariamo
noi (io sempre con la faccia da tartaruga), la mamma, le gite, le
cose strane che papà si ferma a fotografare per strada, gli amici,
i giri in bici…
Papà dice che la fotografia è una specie di magia, è esoterica.
Dice che a lui sono stati svelati dei trucchi per far comparire le
cose e tra qualche anno li spiegherà pure a me. Io non vedo l’ora,
perché un po’ ho già capito come funziona la macchina fotografica,
ma quando mi spiegherà bene come mischiare i liquidi per far
comparire le foto allora sarò ancora più felice.
Un’apprendista stregona.



Lo stanzino buio è il mio posto preferito della casa. Quando papà
è fuori io ci vado ad ascoltare la radio, ad inventarmi le storie,
a mangiarmi le doppie punte.
Stasera papà è stato chiamato a fotografare un concerto al
Concertgebouw . Gli ho chiesto se può portare anche me perché io
quel posto l’ho visto solo da fuori. Ha risposto che è impossibile
perché sarà un evento blindato e lui ha un pass speciale da
fotografo. Al massimo possiamo accompagnarlo fin lì a piedi e
tornare con l’autobus.
Ogni tanto porta la mamma quando lo chiamano a fotografare gli
eventi in città, così si mette tutta in ghingheri, anche se si
tratta della fiera delle oche. Lei non si informa neanche di cosa
si tratta, è solo una scusa per vestirsi bene, così poi lo può
raccontare alle zie o alle commesse del panettiere. Che è stata
qui e lì, che ha visto questo e quello…
Stasera suona un’americana e a scuola ho sentito i ragazzi più
grandi che ne parlavano. Vorrei tanto andarci perché ho capito che
molti di loro avrebbero voluto vederla, ma i genitori o non ce li
hanno mandati o non hanno trovato i biglietti. Si chiama Janis
Joplin (figo avere un nome con la doppia J). Ieri l’ho sentita in
radio, mentre ero da sola in camera oscura, e mi sono immaginata
sotto il palco a ballare con gli occhi chiusi, come fanno i grandi
durante i concerti. In effetti ha una voce stranissima, sembra la
lunga frenata di una macchina, un graffio di unghie sul muro. Mi è
sembrata paurosa e bella allo stesso tempo.
Papà dice che si droga, che è una ribelle, una che non si
controlla. Dice che non sarà facile fotografarla. Non vedo l’ora
che porti a casa i rullini del concerto per svilupparli insieme a
lui. Chissà come sarà vedere apparire JJ nella bacinella? Il
vestito, la bocca larga, le chitarre, i capelli lunghi.
Domani, devo aspettare che arrivi domani.
Mamma dice sempre che domani è un altro giorno.
Per fortuna.
M

Francesca Tilio


NOTE: I personaggi della storia sono pura invenzione ma si muovono in un contesto storico
reale. Esiste una regina Guglielmina e l’11 aprile del 1969 si è veramente esibita Janis Joplin
al Concertgebouw di Amsterdam.

Concorso Letterario

Finalisti concorso letterario Randstad1969

La giuria ha terminato le valutazioni dei racconti e siamo lieti di comunicare i finalisti e i menzionati del Concorso Letterario Randstad1969.

Finalisti:

Vilma Buttolo “Il campo di girasoli”

Rossana Pavone ” I cervi del parco di Randstad”

Francesca Tilio ” Dal diario di Marleen dell’11 Aprile 1969″

Menzionati dalla giuria

Filippo Cirino ” 300 ombrelli nella nebbia”

Agostino Di Sciullo ” O mio capitano”

La giuria ha assegnato una menzione speciale agli alunni Michela Guidi e Riccardo Corinaldesi dell’ IIS Podesti Calzecchi Onesti di Chiaravalle ( AN ) e alla loro professoressa Eugenia Giorgetti .

Il vincitore verrà annunciato nel corso della cerimonia di premiazione che avverrà il 3 ottobre alle ore 17:30 presso la sala teatro del Centro Culturale Aldo Moro sito in Strada Istonia 2 San Salvo (Ch).

Tutti gli autori riceveranno un attestato di partecipazione.

Durante la premiazione saranno presenti i giudici del concorso e ogni autore premiato avrà la possibilità di presentarsi e raccontare brevemente il proprio percorso.


Subito dopo la premiazione inaugureremo la mostra fotografica di Randstad1969-141 riportati alla luce-nella sala semicircolare del Centro Culturale Aldo Moro.

si ringraziano per il sostegno

Casina delle Rose

Molière Bistrot caffè letterario

Drank

SanSalvo.info

Cartolibreria dello Stadio

Ila Imballi legno Abruzzo

Mondadori Bookstore Vasto

Centro Culturale Aldo Moro

Diemme Amministratori di condominio

Akon Service

Franco Glieca fotografia