Concorso Letterario, Fotografia, Photography

“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco


“La scatola di Carl” di Eliana Barlocco

La scatola di Carl

“E se domani non venissimo?”
Carola pose la domanda mentre uscivano dal cimitero. Il cielo si
stava rannuvolando preannuncio di un violento rigurgito d’acqua.
Berenice e Eugenia osservavano Greta in attesa di una risposta.
“Sta per cominciare a piovere. Sbrighiamoci, in fondo alla via c’è
il Gran Caffè. Andiamoci a fare merenda!”
L’annuncio fu accolto con entusiasmo e le tre bambine
cominciarono a correre avviandosi all’uscita mentre Greta si
preparava ad assolvere il compito più gravoso del suo essere madre:
raccontare loro la verità.
Un anno fa moriva Greta e ora siedo sul bus che mi porta verso
casa sua. L’agenzia ha trovato un compratore e oggi vengono i tizi
per lo sgombero. Pioviggina. I ragazzi mi aspettano all’ingresso.
Quando apro la porta di casa, un misto di profumo di rose e di
nostalgia mi avvolge. Non ci sono molti mobili da portare via, Greta
si era già liberata del superfluo dopo la morte di Carl. Mentre i
ragazzi cominciano a lavorare, io mi siedo sulla poltrona sotto la
finestra. Aspetto e osservo gli oggetti che mi circondano. Riemergo a
tratti dai ricordi per dare indicazioni agli operai.
“Il pianoforte signora? Lo prendiamo?”
“Sì, sì io non suono. Lo suonava Eugenia.”
Incredibilmente era sopravvissuto ai bombardamenti, come del
resto il palazzo. Un vero miracolo! Dopo la guerra Greta aveva tanto
insistito con noi che alla fine Eugenia, la più grande, aveva ceduto.
Andava ogni settimana a lezione dal vicino. Era piuttosto brava.
“Fate attenzione col tavolo! E’ pregiato” probabilmente solo per
me aveva un certo valore. Su quel legno scuro tante volte Berenice
aveva poggiato i suoi primi dipinti. Leggiadri acquarelli che, prima
ancora di asciugare, Carl si affrettava a fotografare.
“Per il tuo futuro catalogo da pittrice!” ripeteva sempre con un
certo orgoglio. Non piove più.
“E di questo baule che ne facciamo? Vuole darci un’occhiata lei
Signora, prima di portarlo via?”

Un vecchio baule di legno. I ragazzi lo portano fino alla poltrona e
nel riflesso della calda luce pomeridiana lo apro. Eccole lì davanti a
me. Mi guardano. Quelle orribili magliette a righe. Io non le
sopportavo, per non parlare dei fiocchi. Ma dove saranno finiti? Solo
Berenice lo amava, passava ore allo specchio a sistemarselo. Poi tra
cianfrusaglie varie riemerge dal fondo del baule una scatola. La
riconobbi subito, era la scatola delle foto di Carl. Tutte le volte che
uscivamo era sempre lì pronto con la sua macchina fotografica al
collo, nonostante le lamentele di tutte.
“Suvvia ragazze! Sono foto di famiglia. Quando sarete grandi e ve
ne andrete, io e mamma potremmo sentirvi vicine riguardandole.”
Ricordo che ripeteva sempre quella frase. Anche quando andavamo
al cimitero. Ci andavamo spesso a quel cimitero. File ordinate di
tombe tutte bianche, come ballerine pronte a volare sul palcoscenico.
Passeggiavamo, talvolta sostavamo presso qualche lapide. Dicevamo
una preghiera. Nessuno di noi tre capiva perché si dovesse andare al
cimitero così frequentemente, ma tant’è. Una volta a settimana poi ci
fermavamo al Gran Caffè per merenda. Dovrebbe esserci, eccola la
foto! Sapevo che era lei, fra tante, quella incriminata. Quando Carl la
scattò era estate. Faceva caldo. E noi indossavamo sempre quelle
terrificanti magliette. Era l’8 agosto del 1950. Me lo ricordo bene,
perché avrei compiuto 6 anni il giorno dopo. Io sono tra Greta e
Eugenia. La più piccola, incapace di stare attenta nel momento della
preghiera. Scalpitavo, perché già con la mente ero proiettata al gelato
al cioccolato che avrei gustato al Gran Caffè. Mentre passeggiavamo
sul viale che conduceva verso l’uscita me ne venni con quella
innocente domanda che di lì a poco avrebbe cambiato il nostro modo
di vivere: “E se domani non venissimo?”
Al tavolo del Gran Caffè stavamo un poco stretti ma, dinnanzi
all’arcobaleno di colori luccicanti prodotti dalla luce che colpiva le
vetrate del locale, rimanevamo sempre estasiate.
Io col mio gelato, Berenice con una spremuta d’arancio e Eugenia
con quella nuova bevanda che avevano portato gli americani. Carl
continuava stranamente a giocherellare con l’obbiettivo, mentre
Greta aveva assunto un’aria molto seria.
“Mamma che hai? Sei arrabbiata?” chiese Eugenia mentre faceva
le bolle con la cannuccia sfidando la pazienza degli adulti.

“Il cimitero in cui andiamo tutti i giorni è ebraico. Lo sapete?”
affascinate dalle nostre scelte annuimmo tutte e tre senza fare caso
alla sua domanda.
“Io e Greta siamo cattolici” proseguì Carl. Ripensando a quel
momento, non so proprio come fecero a trovare il coraggio di
spiegare una situazione così complicata a tre ragazzine.
Ricordo che Greta cominciò a raccontare una storia che non
capivo e preferii concentrarmi sul gelato che lentamente si stava
sciogliendo. Le goccioline scendevano strisciando piano lungo la
coppa e io mi affrettavo a mangiare quello che rimaneva prima di
veder liquefarsi completamente tutta la mia fugace gioia. Fu
Berenice a riportare la mia attenzione agli avvenimenti del tavolo.
Cominciò a singhiozzare mentre Carl le accarezzava la testa.
“Insomma noi vi abbiamo prese ognuna a distanza di pochi anni
l’una dall’altra. Eravate nate da una manciata di mesi mentre le
vostre famiglie venivano costrette tutte a lasciare la città. Helen, il
nostro contatto, faceva parte del gruppo di cittadini che
nell’anonimato e a rischio della vita prendevano i neonati per
sottrarli alla SS. Noi c’eravamo trasferiti in campagna al tempo della
guerra e nascondere delle piccole creature era abbastanza facile. Così
ci siete capitate tra le braccia e…”
Eugenia smise di fare bolle. Berenice singhiozzava e io osservavo
il mio gelato che inevitabilmente gocciolava. I mesi a seguire furono
molto complicati.
Non sapevamo bene come comportarci, cominciammo a non usare
più i termini mamma e papà e Berenice iniziò a bagnare il letto.
L’abitudine di andare al cimitero si diradava sempre più. Lo
sapevamo bene che cosa era stata la guerra, ma capivamo ancora
meglio cosa fosse il dopoguerra.
A scuola ci raccontavano tutti i giorni quello che era successo ad
Anna e a tanti bambini come lei. Lo leggevamo il diario. Nessuna di
noi tre però faceva cenno della propria tempesta personale. Non
avevamo ricordi dei nostri veri genitori. Fino ad allora per noi
mamma e papà erano Greta e Carl. Ma loro non erano i nostri
genitori e noi non eravamo sorelle. Eravamo tre bambine legate da
un comune destino.

“Io non ci vengo!” esclamò Eugenia guardando Greta con aria di
sfida “non capisco proprio perché dobbiamo andarci! Perché vuoi
sempre portarci là?”
Carl era seduto proprio su questa stessa poltrona intento a pulire i
suoi adorati obbiettivi uno ad uno. Con cura meticolosa li riponeva
attentamente nella loro custodia.
“Non rispondere male a tua madre!” disse alzando la testa dal suo
lavoro “ Lei non è mia madre! “ sussurro Eugenia.
Un sibilo di rancore nel pronunciare quella frase trafisse Greta che
cominciò a lacrimare in silenzio.
“Ti ricordi di Dudù?” Eugenia fissò Carl. Capì dove voleva
condurla con quella conversazione.
“Ricordi che Dudù piangeva? Era un piccolo micio, tu lo prendesti
e mi sembra dicesti qualcosa del tipo…”
“…sarò come la tua mamma, non aver paura mio piccolo gattino…”
finì lei la frase e poi, raccoltasi in un assordante silenzio, se ne andò
a chiudersi nella sua camera per tre giorni interi. Quando riemerse
nessuno toccò più l’argomento e quella mattina stessa mentre Greta
ci accompagnava a scuola, come sempre, Eugenia le tenne la mano
per tutto il tragitto. Ricominciammo ad andare al cimitero ebraico.
Per Greta e Carl era un modo per non farci dimenticare
completamente di quel mondo che ci era stato strappato.
La prima ad andarsene fu Berenice. In una giornata d’autunno, la
vidi dalla finestra della camera che si avviava sul viale di casa verso
quell’auto nera. Le foglie cominciavano a staccarsi dagli alberi.
Morendo, cadevano librandosi nel cielo e si avviavano come noi
verso un nuova rinascita lasciando al suolo il vecchio abito.
Greta disse che l’associazione ebraica stava rintracciando i parenti
degli orfani. Berenice raggiunse una lontana prozia in Australia.
L’anno successivo fu la volta di Eugenia. Un secondo cugino di suo
padre in Canada e di nuovo arrivò l’auto nera. A me non era rimasto
alcun parente e rimasi in questa casa fino al mio matrimonio con
Peter. Nonostante la lontananza il legame tra noi ragazze non si è
reciso, anzi col tempo si è rafforzato. Ho seguito i progressi artistici
di Berenice e partecipato agli eventi gioiosi della numerosa famiglia
di Eugenia. Ho aiutato Greta durante la malattia di Carl e le sono
stata accanto negli ultimi anni della sua vecchiaia. Questa coppia di
anonimi signori fino all’ultimo non si sono resi completamente conto

dell’immenso dono che ci avevano fatto: ci hanno insegnato ad
amare senza alcuna condizione.
Sorrisi ai ragazzi dello sgombero. Un lieve movimento del labbro
in su. Li guardai mentre il camion si allontanava, rimanendo
immobile sul marciapiede con la scatola delle fotografie tra le mani.
Ne avrei mandate alcune alle ragazze. Eugenia, in Canada, ne
avrebbe incorniciata una per il suo studio di medico ora del figlio;
mentre Berenice, in Australia, le avrebbe tenute sparse tra i suoi
quadri. Una possibile fonte d’ispirazione.
E’ una bella serata, penso che tornerò a piedi verso casa. Questa
sera cena italiana e Peter sarà già intento a impastare la pasta per la
pizza. Devo fermarmi a comprare le birre. Il camion è
definitivamente sparito alla mia vista. Un ultimo sguardo alla porta
d’ingresso ormai chiusa. Mi incammino tenendo stretto sotto il
braccio il mio tesoro con la certezza di aver avuto, una volta ancora
nella mia vita, un regalo inaspettato: una vecchia scatola piena di
foto perdute nella memoria di un’infanzia ricolma d’amore.

Eliana Barlocco

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